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Il presente appena passato

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quella notte torno a casa sfrecciando su Clementina la mia bici vintage e mezza scassata e sono leggera. Attraverso i fori imperiali salgo per il Colosseo e non posso che ringraziare per lo stupore.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero.

 

Quella notte torno a casa sfrecciando su Clementina la mia bici vintage e mezza scassata e sono leggera. Attraverso i fori imperiali salgo per il Colosseo e non posso che ringraziare per lo stupore.
A volte ciò che sembra non è e ciò che è e molto di più di ciò che sembra e penso ad Antonio che ha due occhi che se dicono ciò che pensano davvero, diventano come il Colosseo e non c’è bisogno di troppe parole. Era febbraio e in poco tempo il filo nascosto di questo rapporto, partito bruscamente per un’iniziale antipatia diventava sempre più spesso. Lavoravo nel suo ristorante i fine settimana per far quadrare i conti nel mio ménage d’attrice, e non sembrava gli importasse di nascondere una curiosità nei miei confronti. Puntualmente m’invitava a cena fuori tutti i lunedì, il suo giorno di riposo e io puntualmente rifiutavo, ero terrorizzata. Non volevo precipitare in nessuna relazione complicata.
Non volevo mischiare lavoro e sentimenti. Non volevo soffrire. Sentivo che eravamo lì lì per esplodere, ma mi costringevo a respingerlo e a rifiutare le sue attenzioni. Ma aveva giocato bene la strategia dello sfinimento e io avevo bisogno di attenzioni che da troppo tempo avevo dimenticato. Lui m’aveva capito a me. Questo è il fatto. Lui aveva annusato questo bisogno, lo esplorava tutto e io ero incontenibile nell’esprimerlo attraverso la negazione. Alla fine ho accettato un suo invito e i miei sospetti erano giusti. A fine serata ero cotta e affumicata come il wisky torbato dentro le botti. Mi son sentita come una regina, voluta desiderata coccolata dal principio alla fine.
Quella prima volta mi ha accompagnato a casa e non mi ha nemmeno chiesto un bacio vero. Ha appoggiato la sua guancia alla mia “Stai bene e non farmi preoccupare” mi ha aperto la portiera e accompagnata fino al portone. Poi è sfrecciato via sulla sua Mercedes argentata. Ero completamente nelle sue mani anche se non ne conoscevo ancora bene il tocco. Era luglio. Abbiamo aspettato un po’ prima di rivederci. Lui è stato meno invadente durante i turni in ristorante o forse era solo una mia percezione. Comunque, eravamo arrivati a qualche giorno prima della chiusura estiva e io sarei partita per la mia vacanza in Salento e Antonio sembrava esserci rimasto un po’ male. Mi porta a mangiare al Panteon. Inizia a raccontarmi delle sue storie precedenti e di quanto alla fine lo abbiano ferito. Mi ha fatto intendere che stava scegliendo di riaprire il suo cuore e che se fosse iniziato qualcosa sarebbe stato per davvero. Io intanto per la tensione, non riuscivo a mangiare niente.
Quella notte siamo stati insieme per la prima volta e come tutte le mie prime volte con qualcuno che non è una semplice avventura, è stato strano. Forte. Per certi versi doloroso. So solo che a un certo punto ho pianto. Lui si è preoccupato pensava che fosse colpa sua, “ ma no, al massimo è colpa mia” ho risposto io che sapevo che tutto quel pianto derivava dal problema col mio corpo. Pochi anni prima avevo perso molto peso. Avevo perso molta felicità. Avevo perso molti desideri. Volevo solo esistere, tagliare fuori dalla mia vita ogni ostacolo ogni dubbio, tutti coloro che mi facevano dubitare di me, ma la frustrazione e la rabbia avevano risvegliato il mostro dell’autoannientamento e così per quattro anni il mio corpo si è bloccato. Non avevo più desiderio sessuale non avevo più mestruazioni, non avevo più carne addosso ne piacere nel toccare altra carne di essere umano, se non per necessità ginniche o più soft, durante le prove di un spettacolo o per un film.
Eccomi invece avvinghiata ad un altro corpo che in parte detestavo in parte riscoprivo. Non mi ricordavo cosa significasse esser mossa da qualcun altro, non ricordavo cosa significasse perdere il controllo tra le braccia di qualcun altro, anche per pochi secondi. Resistevo contro tutta la mia tensione. Dovevo resistere, non volevo andarmene eppure volevo sparire.
Quella notte ci siamo addormentati senza dire niente. Io nel mio cantuccio e lui nel suo.
Non abbiamo riavvicinato più i nostri corpi l’uno all’altro. La mattina dopo mi ha accompagnato alla metro più comoda per tornare a casa perché la sera sarei partita per la mia vacanza. Ci saremmo sentiti. Passano un paio di giorni così, senza sapere nulla dell’uno e dell’altra e mi convinco che probabilmente la prova del nove era stata del tutto fallimentare. E proprio mentre decido di credere a questo pensiero Antonio mi scrive.
“Ti penso, dove sei, non mi tradire”.
Cazzo. “Non mi tradire”. Se tu sapessi… sto in mezzo a 15 trans, i miei amici meravigliosi e super attrezzati di allegria alcol e musica vintage che anche volendo non potrei farlo, non riesco a non pensarti, non riesco a non sentire che mi hai scalfito.
Alla fine gli rispondo “Non lo farò”.
La vacanza passa velocemente e se non mi scrive lui io non gli scrivo. Ero spaventata, eccitata non sapevo come gestire la comunicazione, mi rendevo conto che non sapevo più come si fa, dovevo ricominciare tutto da capo. Finalmente torno a Roma, viene a prendermi alla stazione, andiamo subito a casa sua e facciamo l’amore. Tante volte. Eravamo esausti e affamati, mi sentivo viva come da troppo tempo ormai non mi sentivo. Restiamo due giorni così, sdraiati a toccarci, a mangiare chele di granchio take away a guardare i cartoni animati, a parlare del niente.
Ci sono state un altro paio di occasioni molto simili. L’ultima è stata speciale però. Arrivo a casa sua verso sera, lui era già a letto, nudo, con un paio di bicchieri di champagne in mano la bottiglia sul comodino e lì proprio al lato della bottiglia quattro strisce di coca. Sento un morso allo stomaco. Che cosa vuole fare? Perché mi sta facendo questo? Poi mi dico “Rimani. Lo vuoi”. E si, rimango e mando a puttane la mia promessa di non toccare più nemmeno uno spinello. Qualche anno prima avevo perso troppi amici e anche un po’ di me appresso a coca speed e pasticchette varie e non volevo più che saperne. E invece eccomi di nuovo di fronte alla mia Moby Dyck dell’autoannientamento.
Quella notte non tiro fuori l’arpione dell’autoprotezione e mi faccio divorare in un oceano di champagne e cocaina senza fare alcuna resistenza. Il morso nello stomaco da quel giorno non se n’è più andato. Le cose però non miglioravano, affatto, anzi sembrava che quell’uomo brillante di gentilezza e cavalleria stesse diventando un essere deforme in un pozzo di schifo e squallore.
Una sera a fine lavoro, ci siamo ritrovati da soli nel ristorante. Ormai era più di un mese che lui mi respingeva, non voleva che io andassi a casa, non mi cercava più e io che non osavo capire di più di ciò che la realtà mi suggeriva, mi bastava sentire cosa mi parlava dentro; fatto sta che Antonio si accende una sigaretta mi prende per un braccio mi avvicina a se delicatamente e mi dice “Non volevo questo, e mi dispiace trattarti male ma ti stai legando a me e io non voglio. Non voglio legami, non voglio una relazione”. “E allora perché mi hai cercato per tutto quel tempo? Perché mi hai scritto di non tradirti? Perché sei venuto a prendermi alla stazione, mi hai detto bugie, mi hai tenuto con te giorni interi” “Non lo so. Perché mi piaci, ma non voglio niente”. “Tu sei pazzo.” “Si probabilmente sono pazzo” avrei voluto solo piangere e picchiarlo ma mi trattengo. “Mi dispiace” “Vaffanculo”. Prendo la mia borsa e me ne vado con Clementina sotto ai piedi e via, a casa senza dire niente, senza poter pensare a niente come in un fermo immagine fissato sul “Non voglio legami”.
Passano alcune settimane in cui si azzera tutto, come se non fosse mai successo niente, a me sembrava di impazzire, era tutto irreale, mi sentivo paralizzata, mangiata dall’orgoglio che mi salvava tutte le volte che lo vedevo andare via dal ristorante con un’altra. Per lo meno l’orgoglio mi faceva tirare dritto su Ponte Sisto invece di gettarmici di sotto. Va avanti così per tutto l’inverno. Io continuavo ad andare a lavorare nonostante non riuscissi a disamorarmi di lui. Me ne ero innamorata si e soffrivo come un cane, il mio amico Diego mi diceva che dovevo andare via da lì che ci sono altri mille posti dove potevo andare a fare la cameriera, ma proprio non ci riuscivo. Sentivo che tra me e lui non era finita, che alla fine avrebbe scelto me. Tutti i miei amici lo odiavano, tranne me.
Poi una sera di marzo, non so cosa sia successo so solo che ci siamo trovati sul ripiano della cucina del ristorante a baciarci ininterrottamente, e così come due lumache ci siamo trascinati sul suo motorino fino a casa. E’ stato forse il momento più forte di tutta questa storia e di tutta la mia vita. E non tanto per la passione inaspettata che quella notte ci sgorgava da tutti i pori, ma perché a fine aprile ho scoperto di essere incinta. Ero sconvolta e addolorata. Sapevo che non sarebbe andata bene, sapevo già tutto quello che dovevo fare, sapevo che sarebbe stato squarciarsi di dolore, sapevo che lo avrei fatto, che me lo sarei inflitto perché ero dentro il meccanismo fino al collo e all’epoca non potevo, fare qualcosa di diverso che compiacere Antonio, che nel frattempo andava avanti e indietro tra me e le altre.
Dirglielo è stato solo una formalità. Sapevo già che mi avrebbe detto “Ti aiuto ma leviamolo di mezzo” E così è stato. E’ stato tolto di mezzo in una calda mattina di giugno quando ormai era dentro di me da quasi tre mesi, quando ormai sentivo ad ogni ecografia il suo battito cardiaco, quando alle 4 di mattina da sola mi sono accompagnata al reparto IVG dove la questione aborto ancora bruciava come ferri roventi dentro la pancia di tutte le donne obbligate a passarci, perché la pillola abortiva non era ancora legale e noi dovevamo sentire tutto il peso della coscienza e dell’azione malvagia che stavamo compiendo. Abortire era un casting, solo le prime 6 venivano registrate le altre tutte a casa per la prossima mandata di selezioni. E quasi ci si accapigliava per entrare in quella porta. Orrore. L’orrore vero.
Comunque Antonio aveva promesso che mi avrebbe accompagnato il giorno dell’interruzione, ma purtroppo nonostante le mie telefonate e i miei sms non ho ricevuto nessuna risposta e così la mattina alle 6 mi ritrovo da sola su un tram diretto a Monteverde. Per fortuna il mio amico Diego, sapendo tutto mi chiama e senza dire una parola mi raggiunge con la macchina e mi accompagna fino all’ospedale prima di andare a lavoro. Finisce tutto molto in fretta, non mi ricordo niente se non il bidone della spazzatura sotto il divaricatore del lettino. Poi buio, sono stata l’unica, questo me lo ricordo bene, a cui hanno deciso di fare l’anestesia totale. Tornata a casa, mi addormento e verso sera Antonio mi chiama.
“Come stai?”
“che domanda del cazzo.”
“Lo so. Riposati”.
Chiudo il telefono scappo fuori dal letto ed esco per andare ad ubriacarmi con degli amici che stavano in scena e che sapendo la storia, potevano accogliermi. Ero tornata per una notte nel mondo e nelle cose a cui sentivo di appartenere.
Passa qualche giorno e crollo. Volevo vederlo, sentivo il bisogno di quell’abbraccio specialissimo, di una mano in testa, di piangere con lui. Resisto e miracolo, alla fine è stato lui a cercarmi e a chiedermi scusa. Abbiamo passato tutta la notte a coccolarci. Stavamo inscenando l’inizio di una lenta e dolorosa fine. Era luglio e a settembre sarebbe andato via da Roma per aprire un nuovo ristorante ad Avellino la città dove era nato e cresciuto. Di nuovo sento che non c’è margine che non c’è voglia, che non c’è. E invece no, mi sbagliavo.
Antonio era davvero imprevedibile. Io non so cosa sia successo ma la storia del bambino vissuta cosi atrocemente ci ha unito, o meglio lo ha unito a me e la decisione di lasciare Roma lo ha spinto a comprendere i suoi veri sentimenti e che al di là di tutta la follia del nostro rapporto ci si voleva veramente bene e ci si accettava per quello che eravamo, immaturi, incapaci, appassionati.
Siamo rimasti attaccati l’uno all’all’altro per altri due anni in cui ci è successo di tutto, il ristorante ad Avellino fallito, la depressione e la dose quotidiana di coca che ormai era diventato un problema ingestibile. La morte improvvisa di entrambi i suoi genitori, la sua disperazione, i debiti causati dal fallimento e io li, sempre insistentemente lì, col senso del sacrificio che mi si attorcigliava per tutti gli arti senza lasciarmi mai. Ma almeno non lo assecondavo più nelle notti di alcol e droga, non sopportavo più che tornasse a casa fatto o che si alzasse dal letto in piena notte con il desiderio di trovarsi per strada un paio di grammi da pipparsi da solo. Ormai eravamo arrivati oltre la frutta marcia. E a un certo punto il mio cervello fa click.
Era notte era estate e faceva un caldo boia. Non avevo chiuso occhio, Antonio era accanto a me che dormiva beato dopo l’ennesima serata passata davanti a tv cocaina e una cassa di lattine di peroni. Io quella notte mi ero messa a letto senza troppe discussioni e cercavo di leggere, ma lo odiavo, lo odiavo con tutto il mio cuore. Lo odiavo perché non mi faceva più fare l’amore e io volevo tanto fare l’amore perché lo amavo nonostante tutto, nonostante la sua depressione, nonostante la sua debolezza, nonostante la sua incapacità a volermi di più di quello schifo che si infilava dal naso in gola fino al cervello tutti i santi giorni. Saranno state le 4:30 o le 5:00 e vederlo serenamente addormentato e io al secondo attacco di panico mi ha fatto risalire l’odio profondo dai muscoli dei polpacci fino alle braccia e così esco dalla stanza, entro in cucina e prendo un coltello. Ho voglia di ammazzarlo, ho voglia di tagliarlo in mille pezzi, ho voglia di tagliarlo via da me che non ho la forza di farlo se incrocio il suo sguardo, se ascolto la sua voce. Salgo sul letto lo guardo dormire, sono in piedi sopra di lui. Mi fermo. Non ne ho il coraggio.
Mi ripiego su me stessa e lo abbraccio, stretto. Finalmente mi addormento. La mattina dopo mi sveglio prima per prima, mi faccio una valigia e me ne vado. Senza troppe chiacchiere e senza averlo più davanti agli occhi lo chiamo e lo obbligo ad andarsene da casa mia entro venti giorni. E così in venti giorni Antonio è fuori da casa mia, dal mio letto dalla mia vita dal mio.. no, non dal mio cuore.
La sera in cui lui è andato via, torno a casa esco sul terrazzo, aveva piovuto, mi volevo prendere un po’ di quella solitudine e degli odori forti della terra dopo la pioggia. Era settembre. Guardo il barbecue dove abbiamo bruciato tanta carbonella, era pieno d’acqua. Non lo svuoto. Rientro in casa e continuo ad amarlo. Vaffanculo.

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