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Sono un tipo maledettamente complicato. Uno che la tira per le lunghe quando si tratta di mettere a fuoco che cosa vuole dalla vita. Sono fatto così. Una cosa però la so. Sono innamorato di Flaminia. È successo all’improvviso, l’ho vista e ho capito tutto.

Sono un tipo maledettamente complicato. Uno che la tira per le lunghe quando si tratta di mettere a fuoco che cosa vuole dalla vita. Sono fatto così. Una cosa però la so. Sono innamorato di Flaminia. È successo all’improvviso, l’ho vista e ho capito tutto. Flaminia d’altro canto non è meno complicata di me e forse per questo me ne sono innamorato. Sono passati mesi prima che sia riuscito a combinare un’uscita. È accaduto una sera quando Flaminia si è presentata all’appuntamento con un’amica, Silvia. A me la cosa non è dispiaciuta e mi sono spinto a pensare che nella migliore delle ipotesi poteva uscirne una cosa a tre.
Il locale scelto è un posto semplice, ma molto azzeccato. Un ristorante nippo brasiliano dove ti servono piatti dai nomi esotici e dal sapore speziato. La conversazione scivola su fatti più o meno banali, ma a me importa solo di esserle seduto a fianco. Sono abbagliato dalla sua bellezza, dalla sobrietà delle sue scelte culinarie e dal suo profumo che mi arriva dritto al cervello come un odore selvaggio. Ordiniamo dei rolls ai gamberi che condividiamo in tre.
La mia attenzione si catalizza su Flaminia e temo di avere fatto qualche gaffe con l’amica che si sarà sentita esclusa. Ogni tanto cerco di buttarle la palla, ma si vede che lo faccio senza convinzione. Il fatto è che quando io e Flaminia parliamo di qualcosa, di qualunque cosa, non esiste altro intorno a noi. Insomma, per farla breve, quella sera abbiamo bevuto tutti e tre un bel po’. Grappa per essere precisi, a cinquanta gradi. Ne beviamo quattro o cinque bicchierini a testa, ora non ricordo il numero esatto. Flaminia finalmente ride di gusto. Mi sembra il momento buono per allungarle una mano sulla coscia. Gliel’accarezzo sotto gli occhi di Silvia che deve avere avuto quella sera una pazienza di Giobbe. Flaminia al contatto della mia mano mi sorride. Poi guarda l’amica e sorride anche a lei. Silvia allunga una gamba sotto il tavolo e comincia ad accarezzarmi l’interno della coscia con il collo del piede nudo, salendo lentamente fino all’inguine. Mi guarda negli occhi con uno sguardo possessivo, carico di desiderio.
Mentre Silvia mi spennella il pacco, appoggio la testa sulla spalla di Flaminia e con una mano le comincio a toccare un seno. Glielo palpo dolcemente con le dita, avvertendo il turgore del capezzolo sotto i polpastrelli, oltre la fibra del vestito. Flaminia butta la testa indietro, chiude gli occhi e sospira. La mia mano scende dal seno alla pancia e si avventura sotto la gonna. Flaminia indossa calze auto reggenti nere. Avverto tra le dita la sagoma ondulata del merletto. Scosto il tessuto delle mutandine e affondo l’indice e il medio nel suo taglio umido. Glielo sfrego senza badare alle conseguenze, al fatto che siamo in un locale pubblico. Flaminia strabuzza gli occhi, la sento gemere piano. Silvia, nel frattempo, ha smesso di massaggiarmi con il piede e si è messa a terra carponi. Si infila in mezzo alle mie gambe e mi tira giù la lampo del pantalone. Afferra con la mano il pene eretto e se lo porta in bocca. Flaminia mi guarda negli occhi, mentre continuo a massaggiarla nelle zone intime. Siamo molto eccitati, ci baciamo accesi da un desiderio irresistibile. Lei ha negli occhi un atteggiamento di sottomissione, sento di averla in pugno.
Sono mesi che corteggio Flaminia, la desidero, la sogno. Poi in un attimo è pronta a fare qualunque follia. Le dico sottovoce che è meglio se ci spostiamo in bagno. Lei annuisce. Obbedisce a tutto quello che le dico. Silvia è ancora impegnata a succhiare. Stringe energicamente la base del pene con una mano. All’improvviso emette un grugnito e mi stacca un morso. Provo dolore, Flaminia scoppia a ridere. Afferro Silvia per i capelli e la allontano da me. Mi rimetto in ordine, mi alzo dal tavolo e con un gesto della mano indico a Flaminia e a Silvia la toilette del locale. Sono impressionate dalla disinvoltura dei miei gesti. Evidentemente anche a loro piacciono le situazioni estreme. L’adrenalina del rischio le rende più disponibili. Nella toilette scelgo l’ultima cabina. È abbastanza spaziosa per ospitarci tutti e tre.
Le stringo entrambe per le chiappe, le chiamo “le mie bambine”. Affondo la lingua nelle loro bocche, prima Flaminia, poi Silvia. Mi sento a tal punto padrone della situazione che incito le ragazze a fare di me ciò che desiderano. Voglio che si scatenino, liberando le fantasie più riposte. Mi affido a loro come un ostaggio. Silvia e Flaminia sono rimaste in mutandine. Si sono sfilate tutti i vestiti di dosso. Ora sono nude davanti a me. Flaminia indossa ancora le scarpe con i tacchi alti. Mi afferra per i capelli e mi fa voltare faccia al muro. Ho davanti agli occhi il pulsante bianco dello scarico. Flaminia mi spinge la testa contro il muro. Sento un rumore sordo all’interno delle mie narici, un doloroso incrinarsi della cartilagine del setto nasale. Un fiotto di sangue schizza contro le piastrelle della parete. Flaminia mi ripete che sono un “bastardo” e con una rabbia incontrollata continua a sbattere la mia faccia contro le piastrelle. Il mio sangue le imbratta tutte.
Silvia incita Flaminia a non avere pietà. Le dice che sono un inutile “parassita” e solo umiliandomi potrà affermare il suo potere di “Ape Regina”. Dice che i maschi sono degli “inetti bastardi”, che le loro vite sono “effimere” quanto la durata del loro orgasmo. Vivono soltanto per succhiare “il nettare delle loro fiche”. Silvia a questo punto afferra Flaminia per il collo con una presa maschile e la bacia. Osservo la scena con la coda dell’occhio. Ho la testa riversa sul coperchio del water, il sangue mi riempie la faccia. Si strusciano una sull’altra contro la parete della toilette. Quei movimenti sinuosi e appassionati le rendono ancora più belle. Si scatena fra loro un’energia serpentina come una forza selvaggia che ricorda la follia delle Baccanti. Ascolto quei gemiti e sospiri da invasate. Il loro godimento esplode simultaneo come un’estasi di cento fuochi d’artificio. Silvia dice a Flaminia che ora le tocca completare l’opera.
È arrivato il momento di farmi fuori. Mi stringe intorno al collo la cintura di pelle che sfila dalle asole dei jeans. Flaminia mi ha piantato il tacco della scarpa giusto in mezzo alle scapole, rendendomi inoffensivo. Silvia tira a sé un’estremità della cintura, obbligandomi ad alzare la testa dal coperchio del water, mentre Flaminia continua a premere il tacco appuntito sulla mia schiena. Il volto mi si gonfia fino ad esplodere. Provo ad urlare, ma riesco ad emettere solo dei lamenti strozzati. Sento il sangue pulsarmi nelle vene del collo gonfie fino allo spasimo. La mia testa ricade insanguinata sul pavimento della toilette come un pallone sgonfio. Seguono lunghi minuti di buio.
Quando riapro gli occhi mi trovo in un letto d’ospedale. C’era mancato poco che quelle due svitate mi facessero secco. Mi riaffiorano alla mente con orrore alcuni frammenti dell’esperienza vissuta nella toilette del locale. In un lampo realizzo che per mesi sono andato dietro a una psicopatica. Mi ritornano i loro discorsi sui maschi “inetti e bastardi”, mentre agonizzavo sulla tazza del cesso. Chissà quanti ne hanno già fatti fuori. A me è andata bene. Un sorriso mi affiora sul volto mezzo coperto dalle bende. Sotto il dolore fisico del trauma c’è come un’inspiegabile allegria. Sono stato malmenato, eppure non mi sento affatto depresso. Questa vicenda mi ha strappato alla mia cronica indecisione e poi… non si dice che quello che non uccide fortifica?

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