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Benvenuto nella scatola

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L’odore è acre, riempie i polmoni quasi soffocandomi, ho l’impulso di tossire ma lo reprimo non senza sforzo. Mi porto il lembo della maglietta sul viso per riparare le vie respiratorie dall’aria malsana. Gli occhi sono aperti e vigili, ma incontrano solo buio, una spessa coltre di buio.

L’odore è acre, riempie i polmoni quasi soffocandomi, ho l’impulso di tossire ma lo reprimo non senza sforzo.
Mi porto il lembo della maglietta sul viso per riparare le vie respiratorie dall’aria malsana.
Gli occhi sono aperti e vigili, ma incontrano solo buio, una spessa coltre di buio.
Non provo ad alzarmi solo perché non saprei dove andare, quindi con la mano libera provo a tastare il circondario.
Il pavimento sotto le mie natiche è irregolare, freddo, pieno di sassolini come se fossi seduto su un asfalto ricoperto di brecciolino.
Pulisco la mano sul jeans alla bell’è meglio, ora la appoggio sul muro dove mi accascio con la schiena.
Freddo e irregolare, è percorso a intervalli, sembrerebbe regolari, da lunghi solchi verticali, scavati non so con cosa. Metto la mano a pugno e sbatto le nocche come per saggiare lo spessore. Il rumore che ne consegue è pieno, per così dire, quindi deduco debba essere un muro spesso.
Torno con i polpastrelli sui solchi e un po’ di cemento si polverizza sotto il mio tocco, allargo le dita e noto con crescente ansia come i solchi sembrino essere scavati dalle mie dita.
Allontano con un movimento fulmineo la mano e come un bambino impaurito la nascondo al sicuro sotto l’ascella dell’altro braccio. Dandomi conforto con un semi abbraccio.
Il tessuto della maglietta si stava inumidendo con il mio respiro e la saliva con la quale mi umetto per nervosismo le labbra in maniera maniacale. Ugualmente me la tengo sul viso non volendo soffocare.
Gli occhi si sono abituati all’oscurità ma il panorama non cambia molto, tutto quello che riesco a vedere è che sono in una stanza quadrata, con soffitti molto alti, asfalto come pavimento, un catino in un angolo e un ammasso di quelli che sembrerebbero stracci in un altro.
Fisso lo sguardo su l’ammasso di stracci, rendendomi lentamente conto che non erano affatto stracci.
Due punte di spillo luminose mi fissano di rimando, punte di spillo posizionate in due cavità oculari scavate in un teschio emaciato ricoperto da pelle grinzosa come un lenzuolo vecchio inamidato troppe volte. Capelli lunghi circondano il teschio come una raggiera floscia e grigia. Il resto del corpo è composto da ossa sottili e pelle pallida come il chiaro di luna, una pelle malata e maltrattata.
La cosa che più mi fa accapponare la pelle sono gli occhi, che mi inchiodano al muro come se rasentassi una minaccia per questo lui o lei.
I tratti del viso sono così deformati che non distinguo nemmeno il sesso di questo essere.
Sento il sangue ghiacciarsi nelle vene e come fermare il suo corso, le mani perdono calore e smetto di umettarmi le labbra.
Voglio distogliere lo sguardo ma non riesco. Voglio parlare ma le corde vocali non funzionano e le parole sono incastrate nella gola.
Voglio andarmene da qui ma non so dove sia qui.
Gli occhi continuano a fissarmi, scrutarmi, l’essere è in posizione fetale, accartocciato su un fianco e con le esili braccia si cinge le gambe ossute, portando le ginocchia sbucciate sotto il mento e strette al petto.
La testa è mollemente abbandonata su l’asfalto, sembra quasi che sia comodo.
Le labbra sottili e spaccate emettono respiri affannati e irregolari, come se stesse piangendo ma avesse consumato ormai tutte le lacrime a disposizione.
Gli occhi sono l’unica cosa vigile di quell’essere, l’unica cosa che fa capire che è vivo e non un qualche cadavere gettato in una fossa.
Quegli occhi mi impediscono di calmarmi.
Inizio ad analizzarlo, noto gli evidenti segni di percosse sugli arti in mostra.
Lividi creano costellazioni su quelle braccia color latte, come se una galassia vi si volesse a tutti i costi formare.
Poco più sopra ci sono i polsi, dove come due bracciali emergono croste che li cingono tutt’intorno, cicatrici adiacenti mostrano che spesso quelle ferite hanno raggiunto le ossa per quanto profonde e dunque chiunque gliele abbia procurate abbia ritenuto necessario legargli i polsi ad altezze diverse.
Quasi non riesco a contenere un conato di vomito a tutta la violenza che ho davanti i miei occhi.
Non posso impedire alle lacrime di invadermi gli occhi.
Per un istante gli occhi vigili seguono il tragitto di una lacrima, ma si riposizionano immediatamente sulle mie pupille.
Mi mordo le labbra e poi osservo il suo viso.
Doveva essere un bel viso, prima che tutto questo gli accadesse.
Il naso è palesemente rotto, sangue coagulato ricopre metà bocca fino a giungere a sotto il mento dove ha formato una goccia che non cade.
Fisso questo umano che di umano non ha più niente e mi chiedo perché, mi chiedo chi sia stato, chi è a fargli tutto questo. Mi chiedo se ha via di scampo, mi chiedo da quanto è che va avanti.
Lo guardo e non capisco, provo non solo tristezza, ma anche paura.
Mi sento nudo sotto quel suo sguardo da animale braccato, mi sento colpevole sotto quei suoi occhi terrorizzati e attenti.
Soprattutto mi chiedo cosa diamine io ci faccia qui.
Questa domanda mi crea non poca ansia e sento invadermi da un potente attacco di panico, mi costringo a calmarmi e affondo le unghie nei palmi per concentrarmi su me stesso ed impedire alla paura di annebbiarmi totalmente il cervello.
Le lunette penetrano nella carne viva e spessa delle mani e allora inizio ritmicamente ad aprirle e chiuderle a pugno, inspirando ed espirando ad ogni gesto.
Non so perché io sia qui, ma ora è importante capire cosa è qui.
L’esser, dall’angolo della stanza, emette un rantolo strozzato, sputa quel poco di saliva rossastra che ha in bocca e mi guarda ora con una muta richiesta negli occhi.
Il conato di vomito risale, mi forzo a deglutire, sbatto con forza la testa sul muro di cemento dietro di me. Non capisco il perché di questo mio gesto involontario.
L’essere tossisce, emette gemiti gutturali indefiniti, i peli si rizzano su tutto il mio corpo.
Sta cercando di parlarmi.
La bocca rossa si apre e osservo che molti denti sono mancanti, agita la lunga per metà mozza in vani tentativi di comunicazione.
Viene da chiedermi se sono io il cattivo, se è colpa mia.
Mi porto la mano che reggeva la maglietta in bocca e mordo forte la pelle tra il pollice e l’indice per forzarmi a non rimettere di stomaco.
Non voglio che mi parli, se parla vuol dire che è reale, che tutto questo è reale. Non voglio che sia reale.
L’essere sembra si sia affaticato troppo e quindi interrompe il suo gorgogliare indistinto.
Chiudo gli occhi per la prima volta dal mio risveglio e inizio a respirare affannato, inalando ed espirando molto rapidamente.
I gorgoglii tornano a farsi sentire e questa volta più forti, l’unico rumore presente oltre al mio respiro.
Apro gli occhi e torniamo a guardarci, apre e chiude la bocca sembrando un pesce che muore di asfissia, sta vocalizzando un qualcosa.
“Bentornato” riesce a dire dopo vari tentativi, e in quel momento il pensiero che mi aveva colpito con forza poco prima si fa più nitido, diventa una realtà schiacciante e disperata, ero io l’aguzzino.
L’essere ora sembra più tranquillo, come se avesse fatto i suoi doveri da ospite, chiude quegli occhi penetranti e pungenti e si abbandona a un sonno di una pacatezza esasperante.
I lineamenti si distendono e ora il suo viso sembra finalmente appartenere al resto del corpo, presentando davanti ai miei occhi un cadavere che respira, presentando davanti ai miei occhi ciò che ho seviziato io.
Con forza travolgente sento un fuoco ribollirmi dalle viscere ed espandersi in ogni fibra del mio corpo.
Io? Ho fatto tutto io? Quando, come. Non sono assolutamente capace di fare cose simili. O forse sì?
Improvvisamente faccio per alzarmi e andare verso quella cosa.
Sono in piedi e mi gira lievemente la testa, mi porto la mano alla nuca e la massaggio in cerca di conforto.
Mi guardo le mani, notando segni violacei ed escoriazioni sulle nocche, proprio come se avessi colpito qualcosa, o qualcuno, ripetutamente nelle ultime ore.
Tutto questo non ha senso. Provo a ripercorrere mentalmente la mia giornata, pensando al momento del mio risveglio ma c’è solo il vuoto nella mia testa. Non ricordo com’è fatta casa mia, la morbidezza del mio cuscino, cosa ho mangiato a pranzo o cena, se ho effettivamente mangiato. Non ho ricordi di una vita al di fuori di questa scatola nera.
L’inquietudine torna ad assalirmi e fatico nuovamente a non vomitare per l’ansia.
Con gli occhi mi guardo le punte delle scarpe, stivali da motociclista ricoperti di sangue come se avessi a preso a calci un sacco di carne. Un umano, un umano che in quel momento giaceva inerme a pochi metri da me.
Sono un mostro, questa è la conclusione a cui giungo.
Un mostro così terribile che nemmeno ricorda le sue azioni. Questo è forse uno dei miei momenti di lucidità? Tra quanto tornerà la bestia che ho in me?
Sono un torturatore, un maniaco, un sadico. Provo piacere nel causare perpetua violenza alle mie vittime?
Da quanto torturo quell’umano? Da mesi? Forse anche anni a giudicare il suo stato.
Sono un mostro. Non riesco più a contenere il conato di vomito a questa rivelazione e mi piego in ripetuti spasmi, svuotando lo stomaco fino a vomitare bile in brevi fitte dolorose e squassanti, come se non ce la facessi più a svuotarmi ma tutto lo schifo che ho dentro volesse uscire a tutti i costi. Ma non posso vomitare quello che sono.
Mi accascio nuovamente a terra e mi tengo la testa tra le mani tirandomi i capelli, riprendo a piangere, a disperarmi, colpevolizzarmi. Quasi arrivo a desiderare di prendere a calci quel corpo che rappresenta per me la concretezza di tutte le mie paranoie, finché lui è lì a dormire io continuo a sentirmi un mostro.
Prendo a pugni le tempie, provando a causarmi un qualche dolore che mi potesse risvegliare dal mio stato catatonico di follia, da questi pensieri maniacali.
Sono un malato mentale.
Ho voglia di urlare, di vomitare ancora, di spaccarmi la faccia con le mie stesse mani. Mi levo la maglietta con un gesto violento e il tessuto mi brucia quasi sulla pelle. Poggio la schiena nuda sul muro duro e freddo senza cercare sollievo, ma per iniziare a sbattere sempre più forte la nuca sul cemento.
Ogni colpo che do mi crea forti fitte al cervello causandomi dolore ma non mi importa, me lo merito, devo punirmi per i miei peccati.
In quel momento un altro suono sopraggiunge oltre alle mie botte, un suono che mi fa accapponare la pelle.
Tendo le orecchie in ascolto, un rumore regolare di passi.
Chi altro c’è? Questa domanda suona più terribile di tutte quelle poste finora.
Chi altro c’è in questa scatola nera e sudicia? I passi sono sempre più vicini.
Sento un colpo di tosse e un rumore metallico di chiave nella serratura.
In quell’istante una luce gialla entra nella stanza e illumina la pavimentazione, rivelando tutto lo schifo che la ricopre. Con lo sguardo seguo la luce per terra fino ad arrivare a un paio di scarpe di pelle nera ed eleganti, percorro con gli occhi la cucitura, i lacci, si intravedono dei calzini alti altrettanto neri, coperti da pantaloni di tessuto scuro, una camicia dentro la cintura e una giacca abbinata da completo, il viso è nascosto da una maschera bianca, inespressiva.
Sono ancora accucciato al mio posto quando l’uomo dietro la maschera scoppia a ridere, un suono assordante e viscido.
Ride a crepapelle per un bel po’ e poi si calma, finalmente rivolgendomi la parola “Sei un pazzo che si crede un maniaco” mi dice con ancora un accenno di ilarità nella voce, “esci fuori che è il tuo turno”.
L’unica cosa che riesco a capire dalle sue parole, alle mie orecchie totalmente assurde e prive di senso, è che non sono io il carnefice. Per quanto fuori luogo, emetto un sospiro di sollievo mentre mi alzo e faccio come mi è stato detto.

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