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Quella mattina Maria arrivò di buonora. Le avevo chiesto di venire presto perché la casa doveva essere presentabile per la visita di una persona importante. Carlo, il mio agente, mi aveva fissato un incontro “che mi avrebbe cambiato la vita”.

Quella mattina Maria arrivò di buonora. Le avevo chiesto di venire presto perché la casa doveva essere presentabile per la visita di una persona importante.
Carlo, il mio agente, mi aveva fissato un incontro “che mi avrebbe cambiato la vita”. Così aveva detto, una settimana prima, quando ci eravamo incontrati per fare il punto sulle mie prospettive di lavoro. Avevo bisogno di fare un servizio fotografico di prim’ordine per lanciarmi a livello professionale. Aspiravo a lavorare nella moda e finora non avevo trovato grossi agganci per emergere.
“Stai tranquillo, nel suo settore è il top”, mi aveva assicurato.

Maria fu puntuale, come sempre.
Era la mia domestica a ore, “ereditata” da mia madre. Colombiana, alta poco più di un metro e quaranta, indossava sempre, estate e inverno, una T-shirt bianca a girocollo e una gonna nera lunga fino alle ginocchia. Ginocchia che poggiavano su due piccoli polpacci, corti e arrotondati, non coperti da calze, ma protetti solo da una fitta peluria animale.
Si trattava di una persona fidata e per questo me la tenevo stretta, anche se aveva un carattere particolare.
Molto religiosa, cattolica fervente, non approvava apertamente il mio stile di vita. Mi considerava un dissoluto perché, oltre ad “abusarne il consumo”, fotografavo i corpi delle donne nude esponendo i frutti del mio sporco lavoro sulle pareti di casa.
Poi – “Dio ti perdoni”, diceva – “non credi nemmeno in Nostro Signore”.
Nel riferirsi a me usava frequentemente un intercalare colorito, un po’ in contrasto con la sua schietta moralità. Lo utilizzava per definirmi o semplicemente come esclamazione di disgusto quando disapprovava qualcosa che facevo o dicevo. “Hijo de puta”, diceva, o meglio, lo riassumeva in una sola parola, così: “Hijueputa”.
Il significato, semplice da un punto di vista letterale, in realtà si traduceva in una sorta di rabbioso affetto e una non proprio recondita volontà di redimermi. In effetti, mi chiedevo perché continuasse a lavorare per me se non per una forma di affetto, dato che tutto ciò che mi riguardava le ispirava solo il segno della croce. Ateo, dissoluto, fornicatore e con un mestiere che non era un vero mestiere.

A ogni modo, come dicevo, quella mattina arrivò molto presto. Aveva le chiavi di casa e l’avevo autorizzata ad aprire anche nel caso stessi ancora dormendo. Come sempre entrò, appoggiò sulla consolle all’ingresso la borsa e si tolse il soprabito. Dalla borsa tirò fuori i suoi amuleti e cominciò a disporli sul piano della consolle. Un crocifisso di legno con base quadrata che disponeva a destra, una statuetta di gesso della Vergine, che andava a sinistra e una cornice d’argento con la foto del Papa che metteva al centro, secondo un criterio gerarchico tutto suo. Poi adornava il trittico con alcuni fiori di plastica sparsi attorno alle icone e infine, sulla superficie dello specchio appeso alla parete al di sopra del mobiletto, appiccicava con del nastro adesivo una striscia di stoffa azzurra recante la scritta, a grandi caratteri dorati, “BIENVENIDO”. Significava “BENVENUTO”, mi aveva spiegato la prima volta che avevo scoperto l’altare e che lo faceva per me perché, dato che non ci pensavo da solo, qualcuno avrebbe dovuto pure aiutarmi a invitare Nostro Signore in casa.
Il Benvenuto naturalmente era per Lui, sperando che non si sarebbe schifato di entrare in quel posto.
Ero in parte infastidito, ma allo stesso tempo divertito da quel suo modo di fare. Feci finta di apprezzare l’iniziativa e la ringraziai molto della premura.
Purtroppo non era quella l’unica cosa che faceva prima di iniziare a lavorare.
Era solita coprire con un velo tutto ciò che urtava la sua sensibilità. I quadri con le foto scandalose appesi alle pareti li tirava giù e li appoggiava a terra con le immagini rivolte verso il muro. Così evitava di segnarsi in continuazione mentre faceva le pulizie. Dove non arrivava, usava diligentemente una piccola scala a libretto.
Rimanevano esposte le foto di Capa, di Cartier Bresson, i miei scatti di architettura urbana e le innocenti impressioni floreali, mentre la scure della censura si abbatteva, ad esempio, sul pene di marmo eretto su una base dello stesso materiale, regalo del mio amico Gigi di ritorno dalla Grecia a cui avevo attribuito la funzione di fermacarte.
A proposito di fiori, Maria non aveva censurato uno scatto di un sesso femminile, immortalato con obiettivo a diaframma completamente aperto. Un’inondazione di luce che aveva donato all’immagine uno sfocato talmente particolare da richiedere un concreto sforzo di immaginazione per comprenderne la natura.
– Cos’è? – mi chiese, sospettosa, un giorno.
– Una pianta carnivora – mi venne da risponderle al volo – Si nutre di quegli uccelli che vivono dalle tue parti. I colibrì, hai presente? Quelli che sbattono le ali così velocemente che sembrano quasi insetti. Se li mangia proprio come le altre piante carnivore si mangiano gli insetti.
– E come fa a mangiarseli? – chiese Maria.
– Li attira con il profumo del suo nettare e poi li intrappola al suo interno. Non hai mai visto un documentario sulle piante carnivore?
Maria mi guardò di traverso, con una certa perplessità, ma parve accontentarsi della risposta. La foto, quindi, considerata ammissibile e catalogata tra i fiori, rimase esposta.
Io la lasciavo fare. Maria era Maria. Quando se ne andava rimetteva tutto a posto ristabilendo il mio ordine delle cose. E siccome in fondo le volevo bene, tolleravo con pazienza le sue stravaganze.

Quella mattina, quando mi svegliai, verso le nove, aveva quasi finito.
– E cossì viene una persona muy importante Senor?
– Sì, Maria. Così mi ha detto Carlo, il mio agente.
– Y quien es esta persona muy importante?
– Non lo so, Maria, non lo so. Carlo non mi ha voluto anticipare nulla.
– Ah! Bien. Un misterio. Comunque la cassa es a posto. Me tratengo un poquito por terminar qualche cositas.
Improvvisamente, però, mi guardò fisso, con severità e disse:
– Comunque te consiglio de mantener nascondida la verguenza de esta casa – la vergogna de esta casa, specificò – Io ho fato mi parte, por el resto tienes che pensarlo tu, hombre.
– Grazie Maria. Ora però vado a farmi una doccia. Ti dispiace rimanere per preparare la colazione? Siamo in due – aggiunsi.
– Hijueputa – sibilò, astiosa, tra i denti – y soy segura che non ho mai conosciuto la senora, Vero?
– No Maria, la conosci, è Carmen.
– Bien, per lo meno è la tua favorita – aggiunse con tono sarcastico. Proseguì dicendo – Delle altre me importa poco, sono ragazze facili, ma Carmen no, è diversa. Te vuole bene. Ogni volta che te vas, che te ne vai e la lasci sola la vedo che piange mentre che se infila de corsa en bagno. La fai sofrire, Hijueputa.
Poi tacque un secondo, quindi mi voltò le spalle e si diresse in cucina ostentando con l’andatura tutto il suo affettuoso disprezzo.
In fin dei conti avrei potuto essere suo figlio, pensavo e proprio come tale mi trattava. Era stata a servizio da mia madre per tanti anni e forse si sentiva in dovere di proseguire un’opera educativa non proprio ben riuscita.
Accompagnato dalle mie riflessioni andai infine in bagno a farmi la doccia.
Maria, intenta a preparare caffè e biscotti, fu sorpresa quando udì il suono del citofono.
– Ya està aqui? – pensò – Es muy presto – Ad ogni modo andò a rispondere.
– Chi es?
– Lui è qui – disse la voce all’altro capo.
Lui chi? – pensò la donna atteggiando una smorfia con il viso. Ma non andò oltre con gli interrogativi e aprì. Sarà sicuramente la persona muy importante, si disse.
Diede una voce in bagno che stava salendo Lui e che si doveva sbrigare. Poi tornò all’ingresso.
Quando Maria aprì la porta rimase di sasso. Quanto vide davanti a sé le fece precipitare la mascella quasi a terra. Non era possibile. No, no es posible, continuava a ripetersi nella sua mente.
– Hijueputa – fu tutto ciò che riuscì a dire, senza emettere suono però: un semplice labiale. Un attimo dopo cadde in ginocchio, afferrando la mano dell’ospite che cominciò a baciare senza posa.
Poi si rialzò lesta e senza mostrare nei movimenti la rigidità dell’età lo invitò a entrare in casa, continuando a camminare e genuflettersi allo stesso tempo finché, dopo avergli preso il soprabito scuro e il cappello, non lo ebbe fatto accomodare su una sedia del soggiorno.
Insieme a lui c’erano altre tre persone e fece sedere anche loro, prendendo anche i loro soprabiti.
Lo guardava rapita e non riusciva a distogliere lo sguardo.
Alla fine riuscì a dire:
– Un momento solo por favor… io sono Maria, la domestica del senior.
Voleva precipitarsi da me per avvisarmi che l’ospite era arrivato e che … hijueputa porque no me ha dicho nada?… Perché non mi hai avvertita?
Io però, sotto la doccia, non avevo sentito niente e poco dopo mi presentai in soggiorno, in accappatoio, per fare colazione.
Quando feci il mio ingresso nella stanza ci fu un evidente imbarazzo. Maria, con gli occhi al cielo, digrignava tra i denti un’infinità di silenziosi hijueputa cercando di non mostrarlo agli ospiti.
Io ero attonito. Semplicemente basito.
– Buongiorno – disse a un certo punto l’ospite importante, sorridendomi cordialmente in modo da rompere l’incanto.
– Buongiorno… Santità… – risposi io.
Pensavo a Carlo, il mio agente: ma che mi hai combinato?
Eh già, davanti a me c’era il Papa. Si, proprio lui.
Davanti a me, mezzo nudo e con una donna nuda in camera da letto. Tra l’altro, ero pure mezzo ateo.
Ma che ci faceva il papa in casa mia. Ma che ti è saltato in mente Carlo? – continuavo a chiedermi.
Si da il caso che proprio non sapessi cosa dire.
Lo guardai. Non indossava la consueta tonaca bianca, ma giacca e pantaloni, sempre di colore bianco e in testa portava la papalina.
– Forse siamo arrivati troppo presto – disse il Santo Padre – Oppure, probabilmente, non aspettava questa visita – disse guardando i suoi collaboratori che erano basiti quanto me.
– Le voglio presentare il cardinale responsabile del… di quello che per semplicità potremmo definire il Dicastero per la famiglia; il mio segretario particolare e il suo primo assistente, padre Rosario. Sa, è lui che ha organizzato tutto – disse il Papa sorridendo al giovane prelato. Il povero Rosario in quel momento si stava immaginando il suo futuro in una missione polverosa in qualche parte dell’Africa.
– È da qualche tempo proseguì – che ho il piacere di svolgere la mia missione pastorale direttamente nelle case delle famiglie, facendo loro visita in incognito, senza il clamore dei media, ma come un semplice padre che va a trovare i propri figli. I miei collaboratori organizzano tutto, naturalmente senza dire che verrà proprio il Papa, per evitare che la cosa sfugga di mano. Le persone vengono informate solo della visita di un cardinale della Curia. Così posso muovermi in incognito, indossando un soprabito e un cappello ed entrare nelle case che vogliono accogliermi – fece una pausa, poi aggiunse – Entrando qui ho notato il piccolo altare all’ingresso e la scritta di benvenuto. E così sono entrato.
– Santità.. – esordì con un filo di voce il giovane sacerdote – credo che ci sia stato un errore.
Il Santo Padre lo guardò, gli sorrise per rassicurarlo e poi disse:
– Forse si, forse no. Gli uomini sbagliano, certamente, ma Nostro Signore no, Lui non sbaglia. Se ci ha guidati in questa casa ha certamente avuto i suoi buoni motivi.
Era chiaro, a questo punto, che Carlo non c’entrava nulla con l’ospite inatteso.
Maria, intanto, era in estasi mistica, praticamente trasfigurata, mentre io continuavo a essere imbarazzato e solidificato. Anche se non ero credente e non me ne era mai importato niente della Chiesa, del Papa e dei preti, in quel momento però, forse per la sorpresa, forse per la sensazione di vulnerabilità che mi procurava il mio deshabillè, subivo il carisma di quella personalità. Mi sentivo, per certi aspetti, come quando da bambino venivo indagato da don Mario nelle pieghe delle mie fantasie erotiche.
Ora però la sensazione era diversa. Non mi sentivo giudicato da questo prete e l’imbarazzo era una cosa tutta mia. In fin dei conti non dovevo dimostrare niente o giustificarmi, apparire in qualche maniera speciale per ricevere favori da quell’uomo, né dovevo fare una buona impressione per ottenere un lavoro. Però, quando i suoi occhi guardavano i miei e il suono della sua voce penetrava nelle mie orecchie, mi sentivo più nudo di quel che ero.
– Posso offrirle qualcosa – dissi a un certo punto, come avrei detto a chiunque. Lo feci probabilmente per rompere l’imbarazzo.
– Se non disturbo troppo gradirei un caffè, grazie – mi rispose.
Maria scattò come un fulmine verso la cucina mentre ripeteva incessantemente, come un mantra, “Dios… gracias, Dios… gracias”.
Mentre aspettava il caffè, il Santo Padre si alzò dalla sedia e, chiedendo permesso, cominciò a girare nel soggiorno, osservando tutto. L’arredamento, i quadri e il misterioso oggetto coperto da Maria. Su quest’ultimo indugiò un istante, ma non fece domande.
– Ha scattato lei queste foto? – mi chiese.
– Alcune. Molte di quelle che vede appartengono a fotografi famosi.
– Sono tutte molto belle, però – disse.
Lo ringraziai.
– E questa? – chiese.
Incredibile, a Maria era sfuggito un piccolo cammeo in cui era ritratta una giovane modella, di cui non ricordavo neppure il nome, mentre dormiva serena, distesa su un fianco, completamente nuda e con le mani giunte poste tra il cuscino e la sua guancia.
– Sembra che mentre dorme stia pregando – commentò il Papa.
– Santità, mi dispiace… – non sapevo cosa dire, pensavo fosse inopportuno mostrare al Papa una donna nuda.
– Cosa le dispiace? – rispose – Di aver colto un attimo di bellezza? Secondo me l’arte consiste nel riuscire a cogliere l’anima delle cose e questa foto ha un’anima. Mi creda, è molto bella.
Ringraziai di nuovo.
Poi, però, si avvicinò pericolosamente al membro coperto e proprio mentre stava per chiedermi qualcosa fu attratto dallo sfocato che aveva passato la censura di Maria.
– Cos’è? – mi chiese.
Sudai freddo e mentre mi veniva in mente Don Mario e la purga delle confessioni udii, sonante, alle mie spalle:
– Una pianta carnivora!
Maria, con la sua buona fede mi aveva salvato in corner. Tornava in quel momento dalla cucina con un vassoio con 5 tazzine di caffè, la zuccheriera e i biscotti al burro fatti con le sue mani. Aveva utilizzato anche il servizio buono.
– Es una pianta carnivora che mangia uccelli, Santità – proseguì – li attira con el suo nectare e se li come, se li mangia. Amen.
Poi spiegò al Santo Padre che gli oggetti più delicati della casa li copriva per preservarli da luce e polvere e toglieva il velo solo alla sera, prima di andarsene. Secondo lei el senior si sarebbe dovuto liberare di cose tanto inutili che nemmeno si possono mostrare. Mentre lo diceva mi lanciò un intuitivo hijueputa.
Però mi aveva salvato un’altra volta e sono sicuro che era pronta a gettarsi con il suo corpo sul membro se solo Sua Santità avesse accennato ad avvicinarvisi.
Il Papa, al contrario, sorrise divertito e non mostrò ulteriore curiosità.
Quindi gli ospiti bevvero il caffè, ringraziarono e si apprestarono ad andarsene.
Sull’uscio il Papa mi strinse forte le mani e mi disse – Se non ha niente in contrario vorrei darle la mia benedizione. Male non fa – aggiunse.
Acconsentii con una certa riluttanza, ma quello che accadde un attimo dopo fu sorprendente.
Nel segno della croce mi sentii trafitto da un’onda di luce che non avrei mai immaginato potesse scaturire dalle mani, dagli occhi e dalla bocca di un essere umano. Forse neanche lui era consapevole di quello che stava accadendo in quel momento, ma io passai attraverso quella porta di fuoco nonostante tutte le mie riserve e mi sentii assorbito dalla potenza di un amore perduto, che avevo dimenticato, ma che era sempre rimasto al mio fianco.
– Grazie – fu l’unica che riuscii a dire quando mi ripresi dall’emozione.
Maria, che ora dal suo punto di vista poteva anche morire, si accanì di nuovo sulla mano del Pontefice lasciandola andare solo quando io la presi delicatamente per le spalle tirandola indietro verso di me.
Mentre scendevano le scale sentii che il Santo Padre diceva:
– Ci staranno aspettando, siamo in ritardo.
Il giovane prete disse:
– Interno tre… non terzo piano. Mi perdoni Santità.
– Rosario, non ti preoccupare troppo. Te l’ho detto che è il Signore che ci guida.
Poi il suono del campanello al piano inferiore.
Richiusi la porta. Io e Maria ci guardammo e senza dire niente ci abbracciammo.
Poi le dissi che poteva andare a casa, che tanto oggi non aspettavo più nessuno.
Andai quindi in camera da letto. Carmen dormiva, distesa su un fianco, completamente nuda. Aveva le mani giunte poste tra il cuscino e la sua guancia e sembrava che mentre dormiva stesse pregando.
Mi distesi accanto a lei e guardandola per la prima volta cominciai a sognare in attesa del suo risveglio.

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