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Pomeriggio con mia madre

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La testa appoggiata alla spalla di mia madre, seduti sul divano buono di casa. Io, 95 chili, che per fortuna il divano è abbastanza grande. Lei, che ne occupa oramai lo spazio dove ci starebbe una bambina.

La testa appoggiata alla spalla di mia madre, seduti sul divano buono di casa. Io, 95 chili, che per fortuna il divano è abbastanza grande. Lei, che ne occupa oramai lo spazio dove ci starebbe una bambina. Ma, se chiudo gli occhi, eccomi accanto a lei davanti al camino, a passare il tempo ad appropriarmi del suo odore, del suo calore. Il suo odore e il suo calore di mamma, contesi da un nugolo di figli pronti ad accaparrarsi quel posto da privilegiati quando qualcuno si alza per qualsiasi motivo. Mia madre lì, porto sicuro, ancora alla quale assicurare paure, sogni, desideri, dolori. Paure sogni desideri dolori piccoli, da bambini. Ora è mia madre la bambina, è lei ad avere paura. Il suo sguardo verde, come le piante che ha curato per anni, attraversa pensieri che vorrei saper leggere; fissa angoli remoti cui so di non poter accedere. Stiamo lì, appesi a qualcosa che ci unisce in maniera ancestrale, e passiamo in rassegna, per l’ennesima volta, i visi della nostra vita. Ogni tanto, mia madre guarda lontano, fuori dalla finestra: una nuvola, il cielo azzurro, il palazzo di fronte che è sempre stato alto, ma da qualche tempo, per lei, lo è ancora di più. Quando accenno ad andare via, lei mi trattiene, mi chiede con le parole e con gli occhi di restare. Come facevo io, da piccolo, quando qualche malanno mi tratteneva a letto e non desideravo altro che sentirla là vicina a me, seduta sul bordo sempre pronta ad alzarsi per affaccendarsi in qualche incombenza da mamma. Ora, mentre la bacio accarezzandola, mentre mi allontano, mentre le sussurro “ti voglio bene”, spero di portare via con me un briciolo della sua pena. Di potere così alleggerire la sua anima e farla lieve come il suo corpo, reso minuto dagli anni.

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