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Maurice e Pauline

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Illustrazione di Agrin Amedì
Aveva nevicato tutta la notte a Ginevra, ma Maurice Aubry aveva programmato di andare a trovare Pauline, la sua ex moglie. E non sarebbero bastati quei centimetri di soffice neve a fermare i suoi piani.

Aveva nevicato tutta la notte a Ginevra, ma Maurice Aubry aveva programmato di andare a trovare Pauline, la sua ex moglie. E non sarebbero bastati quei centimetri di soffice neve a fermare i suoi piani. Maurice suonò due volte il campanello del pesante portone di noce. Nell’attesa, tamburellava sul coperchio di uno scatolone che aveva portato con sé. Le dita affusolate – che in gioventù gli avevano fatto toccare momenti di un certo virtuosismo musicale – scandivano, ora, un ritmo che tradiva tutta l’ansia che si portava nel petto. Per quello che aveva da dire; per ciò che, forse, sarebbe potuto cambiare. 
Pauline, aprendo, gli sorrise. Quelle labbra, carnose e ben delineate di cui ancora ricordava il sapore, gli scaldarono il cuore. Gli occhi di Maurice, nell’incontrare quelli di lei si erano illuminati, sembrando ancora più cristallini. La sua raffinata bellezza, valorizzata dall’abito dal taglio sartoriale impeccabile, quasi stonava con il semplice “Ciao” proferito – con timbro baritonale – a metà fra il felice e l’imbarazzato. 
‘Dio com’è bella’ – aveva pensato Maurice. L’ovale regolare era incorniciato dai capelli che scendevano sulle spalle. Gli argentei segni del tempo spuntavano ostinati tra una ciocca e l’altra, ma lei non si crucciava per questo. Aveva la pelle ancora liscia e un corpo di eterna donna-bambina, che sprigionava una femminilità senza tempo. Nonostante l’età.
“Accomodati” – gli aveva detto lei invitandolo a entrare in quella che, una volta, era stata la loro casa. Mentre lei faceva strada fino in soggiorno – come se l’uomo non lo avesse mai abitato prima – Maurice non poteva fare a meno di seguire quelle movenze, a distanza di qualche passo. Il profilo armonioso di Pauline aveva curve più generose di un tempo, ma pur sempre attraenti, oggi come vent’anni prima. Pauline aveva l’età di sua madre ma, a dispetto dei pettegolezzi – e del dissenso che in famiglia la loro storia aveva sollevato – Maurice l’aveva sposata, senza pentirsene. Mai. Aveva creduto sarebbe stato per sempre, ma lei aveva deciso, per entrambi, un finale diverso. 
“Il cane non è stato bene. Il giardiniere si è licenziato. L’avvocato vorrebbe organizzare un nuovo incontro col tuo” – diceva Pauline, passando da un argomento a un altro quasi a riempire i vuoti di imbarazzo che, ultimamente, si creavano spesso quando erano soli. Ma più la donna parlava, più Maurice sperava che gli dicesse solo una cosa, di ricominciare insieme. 
Maurice era seduto in salotto, di fronte a Pauline con quello scatolone che scioccamente non aveva ancora posato da nessuna parte e che, invece, teneva sulle sue ginocchia nodose. Le aveva riportato delle vecchie fotografie che, per sbaglio, erano finite tra le sue cose. Lo teneva stretto a sé, quello scatolone, fra le mani affusolate che avrebbero desiderato tanto stringere ancora sua “moglie”. Perché così la considerava, nonostante quella assurda battaglia legale, per un divorzio in cui non credeva.  
“Hai diritto alla tua libertà” – gli aveva detto una sera di fine agosto Pauline. L’aria era fresca in giardino, la lavanda sprigionava una piacevole fragranza pungente, e il lago di fronte alla casa sembrava brillare di piccole scintille qua e là, a ogni brezza che ne increspava, un poco, la superficie. Maurice, sul momento, non capì cosa volesse dire con quelle parole. Poi gli fu tutto più chiaro, quando Pauline aveva aggiunto che con lei stava sprecando i suoi anni migliori. Tra rinvii e discussioni i mesi erano trascorsi, grevi, ed erano ormai vicini alla sentenza finale. 
Ma quel giorno Maurice non era lì per parlare di questo. Senza dire nulla, aveva aperto lo scatolone e tirato fuori la foto del loro fidanzamento. Lei l’aveva guardata arrossendo, come fosse ieri. Poi Maurice le aveva consegnato un’altra fotografia che li ritraeva, anni dopo, abbracciati sul patio di casa. C’era la neve, proprio come fuori dalla finestra, in quel momento. Un raggio di sole stava superando la cortina delle tende di mussola bianca, posandosi su quel fortuito dispensatore di ricordi, quando Maurice – raccogliendo tutto il coraggio che aveva portato con sé insieme ai ricordi di vita – si avvicinò di più a Pauline. Trasse dallo scatolone un altro documento, sembrava un certificato. Sempre senza dire nulla lo consegnò a Pauline e attese che lei lo ebbe letto. Fino all’ultimo rigo. Pauline lo guardò negli occhi e quello sguardo, che si stava facendo carico di lacrime, affermò ciò che la voce non riusciva a pronunciare: – Hai un cancro! 
Così ora non aveva più senso vivere lontani in nome di un sacrificio. Perché la malattia, come una benedizione, avrebbe riportato equilibrio fra il loro tempo di vita e di morte. Diversamente da quel giorno d’agosto in cui si erano lasciati, il lago di fronte alla casa era lucente di ghiaccio. Su di esso, le ombre degli ultimi stormi in volo tracciavano riflessi intrecciati. Come le mani di Maurice e Pauline, ora. Di nuovo vicini e insieme, fino agli ultimi giorni. Dell’uno. Dell’altra.

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