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Di come i nemici divennero amici

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Ovunque ci sia potere, avverte Kupchan, nascerà un conflitto.

In molti potrebbero pensare che il libro di Charles A. KupchanHow Enemies Become Friends. The Sources of Stable Peace(Paperback), possa essere stato contaminato da un eccesso di ingenuità, o forse di buonismo. D’altronde far riaffiorare parole come nemici, amici e pace è un esplicito richiamo a un lessico familiare, memore di una politica rassicurante, in cui tutto appariva diviso in una dicotomica realtà: il bene e il male, i buoni e i cattivi, gli americani e i sovietici; personaggi che agivano su una scena mutata, in cui la guerra e la pace erano state sostituite da opachi momenti di tensione e di distensione. Il mondo, forse, non si accorgeva di essere in guerra, ma non era neppure capace di percepire la stabilità della pace. Ovunque ci sia potere, avverte Kupchan, nascerà un conflitto. I falsi miti di cui è lastricata la lunga e tormentata strada verso la risoluzione delle ostilità, racchiudono pericolose convinzioni: la prima e più insidiosa è quella che unisce la democrazia alla stabilità della pace. La durata e l’intensità della fine di una guerra non dipendono, infatti, dalla forma dello Stato, quanto piuttosto dalla capacità diplomatica degli uomini. Una capacità che si ritrova in luoghi e contesti diversi, come ci ricorda Kupchan: dalla Lega degli Irochesi, che mise a tacere le dispute fra le tribù americane, fino al Concerto europeo che concretizzò l’equilibrio delle potenze dopo il Congresso di Vienna. Una pace stabile era anche quella auspicata dal senatore George Mitchell durante la presidenza Obama: se i conflitti, sosteneva a proposito del Medio Oriente, nascono e crescono a causa degli uomini, allora possono terminare nello stesso modo. L’umanesimo diplomatico teorizzato da Kupchan ha radici profonde nella storia degli Stati Uniti: a partire dal presidente Wilson che inviò alcuni uomini in Palestina e in Siria, senza che avessero le conoscenze necessarie a svolgere quel tipo di lavoro. L’ultimo presidente originario della Virginia, era convinto che l’ignoranza fosse la chiave per osservare i fatti con neutralità. Erano gli uomini, con le loro capacità a dover fare tutto il lavoro, non la cultura. Il libro di Kupchan sembra ricordare distrattamente la lezione di Wilson, riservando però alla capacità umana di porre fine ai conflitti, il ruolo subordinato all’arte della diplomazia.

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