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Celo, mi manca

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Illustrazione di Agrin Amedì
In classe mia siamo solo maschi, e tutti i miei compagni stanno in fissa con l’album di figurine dei calciatori. Tutti tranne Pierluigi, ma lui è un soggetto che si veste strano, in terza elementare si piscia ancora addosso quando lo interrogano e a ricreazione sta sempre da solo.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo

 

In classe mia siamo solo maschi, e tutti i miei compagni stanno in fissa con l’album di figurine dei calciatori. Tutti tranne Pierluigi, ma lui è un soggetto che si veste strano, in terza elementare si piscia ancora addosso quando lo interrogano e a ricreazione sta sempre da solo. Nessuno gli parla, lo prendono tutti in giro, gli nascondono le cose e gli tirano le pallonate in faccia, ma a lui sembra non importare molto e continua a essere strano senza cambiare nulla di come è.

In realtà, l’album dei calciatori fa schifo pure a me, ma col cavolo che io lo dico agli altri, che poi vedono che non mi piacciono le stesse cose loro e mi fanno fare la fine di Pierluigi.

Ho una pila di figurine che tengo nella cartella, e quando c’è il tempo mi metto a fare anche io “celo, mi manca” con i miei compagni, anche se ci sono almeno duemila cose al mondo che preferirei fare in quei momenti. E’ un gioco strano, bisogna essere in due per farlo, uno tiene le figurine in mano e le scorre rapidamente, l’altro le guarda e dice “celo” o “mi manca” a seconda se la figurina gli interessa averla oppure no. Il fatto è che a me le figurine dei calciatori sembrano tutte uguali, ci sono queste facce di uomini che ridono, che sono quasi tutti brutti e indossano la maglietta della squadra in cui giocano. I più richiesti sono il portiere della Juventus e tutti i giocatori dell’Atalanta, che a quanto pare sono difficilissimi da trovare e non ce li ha quasi nessuno. Io figuriamoci se mi vado a ricordare quali figurine ho e quali mi mancano, che a casa neanche lo faccio l’album. Le tengo lì soltanto per non farmi prendere in giro dai miei compagni. Quindi quando gioco a “celo, mi manca” faccio finta di sapere quali figurine voglio e lo dico a caso.

Alcuni miei compagni si ricordano di quello che dico, tipo quell’intelligentone di Francesco che ha tutti 10, è il cocco del maestro e si ricorda a memoria tutto quello che vede.

“Ma non ce l’avevi Cabrini?” mi ha chiesto una volta perché avevo urlato “mi manca” vedendolo.

“Sì, mi sono sbagliato” ho risposto sperando che ci credesse.

Io avevo urlato soltanto perché mia cugina era innamorata di lui e non faceva altro che nominarlo in continuazione. A me di essere diverso dagli altri non va proprio, che poi resti solo, nessuno vuole giocare insieme a te e non ti invitano mai alle feste di compleanno, i tuoi genitori diventano tristi quando lo vengono a sapere e ti dicono che se non ti fai un po’ di amicizie non combinerai nulla nella vita,  e quando parlano con i loro amici o con gli zii gli dicono che sei un bambino “un po’ problematico”.

Preferisco fare finta di essere quello che non sono invece di dire quali sono le cose che mi piacciono e quelle che mi fanno schifo. Ad esempio, mi fa schifo giocare a pallone, non so dare i calci alla palla e quando me la passano non capisco mai cosa devo fare, però se mi chiedono di giocare mi butto in campo e se sbaglio un tiro me la prendo con gli altri o faccio finta di essermi fatto male a un piede. Preferirei giocare a nascondino o a palla prigioniera, ma sono giochi da femmine e se dici che vuoi farli si mettono tutti a ridere e addio, diventi come Pierluigi.

A casa, di nascosto, io faccio l’album di figurine di Heidi. Me l’ha regalato nonna e mi compra sempre un sacco di pacchetti di figurine, così tanti che l’ho già quasi finito. Mi manca solo quella di Clara che, per non cadere in un burrone, si alza in piedi dalla sedia a rotelle e tutti gridano “miracolo!”, visto che fino a quel momento non riusciva a camminare perché era malata.

Invece ne ho dieci di Peter che sorride tenendo una pecora sulle spalle, ne trovo sempre una ogni volta e non so che farmene.

Avessi almeno qualcuno con cui giocare a “celo, mi manca” con le figurine di Heidi.

Quello sì che è un bell’album, pieno di colori, di fiori, con le foto di Heidi che corre nei campi, gioca con Peter, aiuta Clara e litiga con quella fetente della signorina Rottenmeier.

Una volta ho preso coraggio, anche perché ero disperato e volevo assolutamente quella figurina che mi mancava, ho messo l’album nella cartella e me lo sono portato a scuola, convincendomi che magari anche ai miei compagni sarebbe piaciuto.

Non lo so che mi ha preso, ma all’inizio della ricreazione l’ho tirato fuori e l’ho fatto vedere agli altri. In un attimo si è scatenato il finimondo.

Tutti si sono messi ad indicarmi e a prendermi in giro, si buttavano per terra e ridevano, ridevano, sempre più forte.

“Ma non è mio, è di mia sorella!” ho provato a dire per difendermi e recuperare la figura di merda che stavo facendo.

“Sorella? Ma non sei figlio unico?” ha detto subito Francesco facendo ridere gli altri ancora di più.

A un certo punto Fulvio, il più forte e cattivo di tutti, mi ha strappato l’album dalle mani e ha cominciato a passarselo con gli altri. Io allungavo le braccia per cercare di riprenderlo, ma mi veniva da piangere e avevo paura di non riuscire a trattenermi. Quindi mi sono messo seduto zitto sperando che finisse presto e pregando forte che tutti si dimenticassero di me e del mio album di Heidi, e anche se dentro di me mi sentivo sprofondare sempre di più, sono rimasto in silenzio guardando per terra con la faccia seria.

Quando è arrivato il maestro, ha cominciato a tirare scapaccioni a tutti e alla fine ha ripreso l’album e me l’ha dato, urlando ai miei compagni di smetterla e di starsi zitti, altrimenti giù altri scapaccioni.

Non sono riuscito neanche a dirgli grazie, perché mi mordevo le guance forte e sentivo che se avessi soltanto aperto la bocca sarei scoppiato a piangere.

E ci mancherebbe pure che mi metto a frignare davanti a questa manica di stronzi.

Qualche giorno dopo, durante la ricreazione, stavo seduto da solo sulle gradinate a bordo campo. I miei compagni giocavano a pallone, ma a me non andava di sporcarmi i pantaloni nuovi e avevo deciso che, se una cosa non mi andava di farla, non è che per forza la dovevo fare.

Quel giorno bruttissimo, quando ero tornato a casa, finalmente mi ero messo a piangere e avevo raccontato a mamma quello che era successo, e lei mi aveva risposto dicendomi una cosa fortissima: “Solo se rubi o fai male agli altri ti devi vergognare. Di tutto il resto non te ne deve fregare niente.”

Quindi avevo iniziato a fregarmene e a starmene qualche volta per conto mio, che comunque non era mai tempo perso, visto tutte le cose a cui avevo da pensare.

A un certo punto mi sono sentito battere sulla spalla, e quando mi sono voltato ho visto Pierluigi che mi guardava sorridendo.

“Che vuoi?” gli ho chiesto.

“Ciao.” Mi ha detto. Teneva in mano un mucchio di figurine e me le metteva davanti alla faccia per farmele vedere. Ma che vuole mo questo?

“Levati un po’.”

“Anche io faccio l’album di Heidi.”

“Chi se ne frega.”

“Se ti va giochiamo un po’ a celo mi manca.”

“Ho detto che è di mia sorella, vattenaffanculo.”

Con tutto quello che è successo ci manca solo che mi vedono a fare amicizia con sto pisciasotto  soggetto di Pierluigi.

Si è seduto vicino a me, e senza dire una parola ha cominciato a sfogliare le sue figurine. Ho continuato a seguire la partita di pallone, pensando che quasi quasi due tiri vado a farli pure io. Mi sono spostato un po’ a destra, per fargli vedere che non mi importava di lui e per non sentire la puzza di naftalina dei suoi vestiti. Pierluigi si è avvicinato di nuovo, sempre con le sue figurine. Ammazza, ne ha proprio tante. Guarda quanti doppioni.

Mi sono spostato ancora, e lui sempre dietro. Che palle però.

Quando mi sono alzato per andare a giocare mi è caduto l’occhio sulla mano di Pierluigi, e per poco non sono caduto dalle gradinate per la gioia. Teneva la figurina di Clara stretta e me la faceva vedere.

“Questa dice che è molto rara, io ne ho due.”

Non devo rispondere, non voglio far vedere che mi serve. Non posso, sennò addio amici a scuola e inviti alle feste.

“Tu ce l’hai?” mi ha chiesto Pierluigi.

Non parlare, non guardare, non sorridere….

“Ma io la cerco da tanto tempo! Come hai fatto a trovarne due? Senti me la daresti?” sono scoppiato, non ce l’ho fatta a resistere.

“Se la vuoi sì, a me manca quella di Peter con la pecora sulle spalle.”

“Ne ho diecimila di quelle.”

“Davvero? Me ne dai una?”

“Va bene, domani te la porto.”

Non mi sono accorto che mentre parlavamo mi ero seduto vicino vicino a lui, e che in fondo non è che puzzasse poi così tanto.  Anzi, non puzzava proprio per niente.

Pure la storia della pipì in classe era roba vecchia e neanche mi ricordavo quando fosse successo. Era una voce che aveva messo in giro Flavio, il mio amico, che lui sì che si pisciava addosso. Bagnava il letto tutte le notti, lo aveva detto la sua mamma alla mia un giorno all’uscita da scuola, e si era pure messa a piangere mentre glielo raccontava.

Io e Pierluigi ci siamo messi a scherzare e a raccontarci le puntate di Heidi che ci piacevano di più, e in quel momento mi sono proprio dimenticato di tutti i problemi e le ansie che avevo avuto in questi giorni.

La pallonata di Fulvio ci ha preso a tutti e due insieme mentre ridevamo per qualcosa, ma non ci siamo fatti male. Anzi, ci veniva da ridere ancora di più.

Mi sa che questo Pierluigi non è poi così antipatico, magari un giorno di questi gli dico di venire al cinema con me.

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