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A la gelatieria

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Illustrazione di Agrin Amedì
Che io stava a sbatte le uove. A la cuccina. Che a me no tanto piasce sbatte le uove. Rompe uova, mette dentro sbatitorre, vruuuuuum. E lui fa. E io? Noiata, noiata sempre. Che allora metto la musica.

Che io stava a sbatte le uove. A la cuccina. Che a me no tanto piasce sbatte le uove. Rompe uova, mette dentro sbatitorre, vruuuuuum. E lui fa. E io? Noiata, noiata sempre. Che allora metto la musica. A l’aradio, l’aradio che fa i violini, le trompe, i tamburri (ma pochi quelli), i fluti, i pianiforti. No quella aradio de musica de oggi, disciamo. Me piasce quella aradio de musica vecchia che poi fa, pesempio, DA-DA-DA-DAAAAAN! E io, che sto a sbatte le uove, allora apro li ochi così. Larghi larghi. E me piasce allora vedere le uove, che monteno subbito immediatemente! Che la musica è alta alta e a quella ora di notte ci sto solechemente io, l’aradio, le uove, la cuccina. Ognichetanto qualche un cliente, due clienti. To, massimo che massimo tre clienti. No, le familie mica no vengono a quella ora a la gelatieria! Che poi la gelatieria deve sta aprita fino a quella ora. E sabbato ancora che più! Non lo so perché, lo ha disciuto il prinscipale però. E io faccio qualche le cose che mi disciono.

Nzomma che io stavo a sbatte le uove. E guardavele con la musica alta alta. Perché io sopra le uove voglievo volare. Alto alto alto e lungo lungo lungo fino a casa mia, che mica no me la ricordo. Ognichetanto strozzavo gli ochi così. Per fare nero nero nero, che poi voglievo ricorderare la casa mia. Che io stavo a sbatte le uove e ci stava un pianiforte che cantava alla luna.

Che io non me lo sono renta conto! Perché stupida io, io sono stupida. Stupida che mo piangio fino a domani. Stupida che ce me lo disce pure il prinscipale. Sei tanto che stupida che te perde pure il naso, mi disciuto che una volta. Che ho riduto tanto, poi però ho piangiuto tanto uguale.

Che io non me lo sono renta conto di qualche una persona dentro la cuccina. Non me lo sono renta conto si erano tre, quatro, scincque. Poi che forze potrevano che essere sete, nientechemeno! Che io sono stupida! Stupida! Non me lo sono renta conto che qualche uno stava viscino a me. Che all’improvisso mi sento le mani. Sopra che la boca, sopra che le bracia, le gambe, le zize, la pasera. Che all’improvisso mi senta le fiate di vino, di fumo, di merda sopra che il colo, la schiena, pure che sopra che il culo. Che io pisciata tuta sopra che le gambe, perché per la paura! Le uove. Il pianiforte sopra che la luna. Ma io che stava come a un mondo lontano. E che qualche uno sincazato per la piscia. Putana!, che ha strilato e che ha menato le chiape, la schienna. Che io non respirava più perché per il male. Male! Male!, che gli strilavo. Gnente, non sentiveno.

Che qualche uno buttate le uove, qualche uno sciugato la pasera e le gambe. Poi che mi ricordo solo i cosi driti, tutta quella cicia nuda, le palle. I peli e la puza, senza che io respira perché per la puza. I cosi driti didentro didentro didentro, che non cella facevo più perché il male didentro che la pasera. E la piscia bianca calda. Tutto che sopra che la testa dei capeli, la pancia, il culo. Didentro, pure didentro. E tanti cazzotti. Tantisimi! E cazzotto di qualche uno pure sopra che la testa. Ma come, che gli volevo discere, non ti basta quelo che mi fai? Aiutami, ho disciuto a dio. Aiutami, dio dio dio. Dio mio. Che questi mi crepano per sempre. Che cazzo penzi a dio?, che pensavo. Dio mica vede fino che a l’inferno!

Che quando mi ho sveliata era tutto schifo. Che strozzavo gli ochi così magari poi ridormere ancheora. Che mica no ci riucivo. No no no, solo schifo. Solo che lo schifo. Tutto il male, ma il male forte. Che stavo tutta piegata vicino che le scattole delle uove. Che la piscia bianca piccicosa sopra che dentro le gambe, la pasera il male. Il male forte.

I maliali, che tutti i maliali. Maliale coi cosi driti, le palle, i peli e la puza. Che poi, quando mi avevano lasciata, ho ricorderato tutto. Sensa le forze. Qualche uno maliale che ha pure caccato sopra che il pavimento. Sensa le forze ma no che morta. Ho prenduto allora l’aria, che ho annusato l’aria, pure la cacca sopra che il pavimento ma pure l’aria. Che strozzavo gli ochi e ho messa tutta la enercia che aveva rimasta. Che mica no li vogli fare vincitorri, che pensavo. Se tu more i maliali li fai vincitorri, che pensavo. No! No! No!

Che mi girava tutta la testa e ci era tutto il male forte. Ma che mi sono fatta vincitorre. Va bene che sono stupida, e stupida il forte, ma no che sono tantisimo stupida. Perché io mi facio pure che vincitorre. Tu non fare mai arrendere, sennò vivi perché cosa? mi disciuto sempre mio padre. Allora l’avevo ricorderato pure a lui. E ho pulito tutto. Ho pulita pure la cacca. Ho sistematecato tutto. Ho pulita la cuccina. Tutta che il pavimento mo è quelo a l’ospedale. Tutto pulito. Tutto. E che ho sbattute le uove.

A l’aradio sempre il pianiforte che cantava alla luna. Che ho chiuso la gelatieria, che sono tornata a casa. Non la casa mia, la casa di qua. Il male, il male forte. Il vomito mio a un certo punto perché per la stanca che ero. Che poi ho piangiuto, forte. Ma solo che perché pure i vincitorri piangiono. 

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