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Delle chiese mi è sempre piaciuto l’odore dell’incenso

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Illustrazione di Agrin Amedì
Delle chiese mi è sempre piaciuto l’odore dell’incenso. Non c’è sempre. Solo in particolari occasioni. Battesimi. Forse Pasqua, Natale e sicuramente i funerali. Ma oggi non lo sento. Sarà perché sono morta e quello laggiù che sta per iniziare è il mio funerale.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di “Dialoghi”
diretto da Enrico Valenzi

 

Delle chiese mi è sempre piaciuto l’odore dell’incenso. Non c’è sempre. Solo in particolari occasioni. Battesimi. Forse Pasqua, Natale e sicuramente i funerali. Ma oggi non lo sento. Sarà perché sono morta e quello laggiù che sta per iniziare è il mio funerale. I morti non hanno olfatto, adesso lo so, ma per poco possono contare su vista e udito, anche questo ora lo so. Mi sa che rimangono soltanto questi due sensi perché non riesco a sentire il duro della balaustra su cui sono seduta. Il tatto è andato. Mi sembra di sentire e vedere di più. Chissà se succede davvero ciò che si dice succeda ai ciechi. Mi sembra di sentire e vedere di più. Anche se quello che si dice dei ciechi, cioè che l’udito sia più sviluppato, è un luogo comune. Il massimo dei decibel che l’esame audiometrico può misurare è 10 decibel, non 11 o 12. E’ l’attenzione alle cose che cambia. Mi sto distraendo, e invece è importante che segua ciò che sta succedendo laggiù. La bara è già arrivata. Però, potevano pure spenderceli due euro in più! È vero che ho sempre detto che non mi importava niente della bara, però proprio così liscia, senza nessuna modanatura, è veramente brutta. Eppure sul conto i soldi c’erano. I fiori sono belli, però. Tanti, di tutti i colori. Proprio come li avevo chiesti. Non importa che sono recisi, che poi si buttano. Io li volevo così. Non sento il profumo, ma deve essere forte a giudicare dalle smorfie di chi si avvicina. Bene, finora, a parte la bara. E’ tutto come ho lasciato scritto. Sono morta sul colpo in un incidente a piedi. Cioè mi hanno travolta sulle strisce. Mi avrebbero pagato e adesso chi pagheranno? Avevo 47 anni, morto che pensa, vede, sente, parla anche, ma solo tra sé e sé. Che fico sarebbe comparire a qualcuno e parlarci. Ci ho provato ieri sera, ma niente da fare. Si vede che me lo sentivo che sarei morta, perché avevo scritto per gioco e per davvero una specie di testamento. Non per i soldi, quelli sul conto corrente sono sufficienti per un bel funerale, ma mi sono divertita a lasciare piccole istruzioni. Le ho messe in una busta viola, sistemata sul terzo scaffale della libreria in modo che non fosse difficile da trovare. Ho notato con piacere che hanno soddisfatto la mia richiesta di farmi indossare scarpe con i tacchi a spillo. Chissà chi si è occupato di acquistare proprio quelle scarpe che piacevano a me. Forse Marina. Le avevamo viste insieme e avevamo riso immaginando la mia andatura ondulante, del tipo che sembro cadere da un momento all’altro, decisamente inconciliabile con i tacchi a spillo. Eh sì, deve essere stata proprio Marina. Le calze a rete non le ho chieste. E’ lei quella fissata con le calze a rete. Però, non mi stanno mica male. Ma mi sto di nuovo distraendo. Invece, guarda guarda chi è entrato! Anzi, chi sono entrati! Ah, però! Da viva non ci parlavano con me, e ora si presentano qui e magari spunta anche qualche lacrima. Tabaccaia, fornaio, barista, la commessa del fruttivendolo, il farmacista. Forse si sentono in colpa perché quando dovevano servirmi non capivano quello che dicevo, e allora cominciavano a gesticolare, a sudare, a chiedere aiuto a chi stava con me. Ma il più delle volte ero sola, e allora alzavano la voce e sfoderavano grandi sorrisi. Poveretti, mi facevano pena, e allora mi munivo di foglietti con su scritto quello che volevo, da utilizzare in casi disperati. Come in farmacia dove non c’è proprio speranza che comprendano il nome di un farmaco pronunciato da me. Ecco. Mi sono distratta ancora, e non ho sentito l’inizio dell’omelia del prete. No, no, no! Non è possibile. Non ci posso credere. Handicappata! Mi ha definito handicappata, e nessuno interviene! È vero che siamo in chiesa, dove uno deve sorbirsi tutto ciò che il prete dice, ma questa non la perdono a nessuno, a nessuno! Basta. Ho visto abbastanza, il mio tempo qui sta per scadere. Mi avevano concesso quello del funerale, ma me ne vado prima. Non posso. Io non posso proprio sopportare un simile oltraggio. Però no, voglio sentire cosa dicono i miei amici. Sì, ci sono tutti. E durante la preghiera dei fedeli diranno qualcosa, è il mio momento di gloria. 
Eccoli. Commoventi tutti, grazie amici, se avessi le lacrime vi inonderei laggiù. Ma, e quello? Quello è Marco, il ragazzino incontrato nel mio lavoro a scuola. Che coraggio! Sì! Evvai, Marco, corregge il prete: non era handicappata, ma persona con disabilità. Mitico. La mia vita non è stata inutile! Ora posso andare.

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