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Biscotti

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La mia vita ha il sapore di biscotti e fette biscottate. I biscotti Plasmon sono scivolati rapidamente nei ricordi della prima infanzia. Si sono sciolti subito nella mia mente così come si scioglievano nel latte e in bocca, troppo in fretta per lasciare un ricordo di gusto nella mia vita.

Questo racconto è stato scritto
durante il laboratorio di scrittura autobiografica
a cura di Rossana Campo

 

La mia vita ha il sapore di biscotti e fette biscottate. I biscotti Plasmon sono scivolati rapidamente nei ricordi della prima infanzia. Si sono sciolti subito nella mia mente così come si scioglievano nel latte e in bocca, troppo in fretta per lasciare un ricordo di gusto nella mia vita.
I primi veri biscotti, degni del ricordo e del palato, sono stati i Bel Bon, quei frollini a forma di disco con le punte. Si scioglievano anch’essi nel latte e nella bocca, ma più lentamente, mi davano il tempo di sentirne il gusto. Così sono rimasti nella mia mente, come i Bucaneve. Questi avevano il fascino della forma, questo fiore con un buco in mezzo in cui infilavo il mio ditino, cercando di inanellare più biscotti possibile, per farli poi precipitare nella grossa scodella piena di latte. Affondavano, bianco nel bianco, ma io li traevo in salvo con il cucchiaio, mettendoli al sicuro dentro la mia bocca.
A sei anni sono stato messo in collegio. Come colazione le suore ci davano con una scodella di latte un piccolo panino. Per me era evidente che quella fosse una condizione punitiva, carceraria, da pane e latte. Quando mia madre veniva a prendermi il sabato pomeriggio avevo il diritto a una colazione-premio la domenica mattina, prima di essere riconsegnato alla prigione in serata. Il mio rapporto con i biscotti era però mutato. Dopo averli fatti cadere nel latte li guardavo galleggiare, nell’estremo tentativo di sopravvivere ancora qualche istante, prima di scomparire sotto la bianca superficie del latte. Non facevo nulla per metterli in salvo, quelli che mettevo in bocca erano pezzi di cadaveri corrotti dalla lunga permanenza nel latte.
Dopo tre anni di pane e collegio il mio corpo disse basta a tutto questo. Mi presi una intossicazione e fui ricoverato in ospedale. Durante il ricovero, dal momento che vomitavo tutto, ho scoperto anzi, sono stato costretto a scoprire il tè al limone e le fette biscottate.
Si apriva un nuovo capitolo della mia vita biscottata. Venni tolto dal collegio e cominciai a fare colazione in modo diverso. Da adolescente divenne anche la mia cena. Per tutti e cinque gli anni di liceo, mentre i miei genitori si sistemavano nella mia camera a guardare la televisione, io me ne andavo in cucina ad ascoltare la radio e cenavo con tè e fette biscottate. La casa sopra il negozio era piccola e gli spazi stretti, tali da doverli condividere negli orari serali. Erano due camere da letto, quella dei miei genitori e la mia, che funzionava anche da salotto poiché c’era il televisore. Allora mi trasferivo in cucina e cenavo con il mio tè e fette biscottate. Il tè in bustina era quasi insapore e quindi il gusto proveniva soltanto dalle fette biscottate. Per cinque anni sono stato un adolescente in una cucina che mangiava le zuppe di tè con fette biscottate, ascoltava la musica delle prime radio libere e scriveva poesie.
I torcetti comprati in panetteria o i savoiardi in pasticceria erano il lusso dei dolci domenicali che ogni tanto mia madre mi prendeva. In alcune occasioni speciali, anche se non so quali, mia madre mi preparava lo zabaglione con il caffè, senza liquore. L’unico biscotto plausibile da immergere in quella fresca spuma bianca di superficie, che copriva un lago caldo di caffè e uovo, era il savoiardo. Alla fine risultava un po’ eccessivo l’incontro tra un biscotto di farina e uova con altre uova sbattute. Il troppo stroppia. Mi limitavo quasi sempre a berlo.
Mi sono trasferito a Roma per l’Università e ho scoperto la colazione al bar, fatta di latte macchiato e cornetto. Questo modo di iniziare la giornata mi faceva però sentire forestiero e allora mi sono attrezzato nella pensione per studenti con un fornelletto elettrico. A quel tempo facevo venire di nascosto Annalisa nella pensione. Facevamo l’amore e dormivamo insieme abbracciati, perché non si poteva fare altrimenti nel letto a una piazza della mia stanza. Al mattino sul fornelletto preparavo il tè, e a lei che si pettinava e mandava inavvertitamente i capelli nella tazza, le dicevo che mi sembrava più una lozione che una bevanda. Ridevamo e mangiavamo i savoiardi che avevo portato da Torino. Bevevamo anche il tè, dopo aver levato i capelli dalla tazza.
Quando i miei genitori si sono separati l’attività di famiglia è fallita in brevissimo tempo e io sono diventato povero. Ho svolto lavori e lavoretti mentre alloggiavo in modesti appartamenti con altri studenti. Non potevo più permettermi i biscotti di pasticceria o comunque quelli artigianali, neanche i biscotti confezionati di marca.
Allora è stato il tempo delle gallette, gli Oro Saiwa: costavano poco e riempivano abbastanza, dandomi l’illusione di una colazione quasi raffinata, di un lusso antico, ormai perduto. In fondo erano sempre biscotti. Non le mangio da più di sessant’anni le gallette: per quante ne ho mangiate, soltanto a vederle, mi viene la nausea. L’unica alternativa possibile erano i Montebovi, sacchetti enormi a sole mille lire ma quei biscotti non si scioglievano, non si scioglievano per niente, neanche a temperature da altoforno. Una volta al mese Fabio, un mio amico, divideva con me il mensile che gli dava il padre. Allora festeggiavamo come Sibariti e prendevamo il tè con i Gentilini che scendevo a comprare nel negozio di alimentari di sotto, che era della signora proprietaria dell’appartamento. Li tirava fuori da grosse scatole di latta che sembravano scrigni di monete d’oro e pietre preziose. Li vendeva a peso e li avvolgeva in una carta oleata, che non ho mai capito se lo fosse in origine o per il grasso di quei biscotti. La scelta era tra gli Osvego e i Novellini ma prendevo quasi sempre questi ultimi. Erano più teneri e si scioglievano ma con calma, aspettavano pazientemente che io li potessi far sciogliere del tutto tra la mia lingua e il palato. Lusso e lussuria a cadenza mensile.
Con il relativo benessere di un lavoro stabile nella maturità ho ripreso ad assaporare i frollini e i biscotti presi con il tè a merenda, nel pomeriggio, da sempre il mio pasto preferito. E anche a colazione, insieme a mia moglie in cucina, prima di andare al lavoro.
Quando mia moglie è rimasta incinta sono ingrassato di dodici chili, anche se non avevo voglie ad essere sincero, e neanche nausee. Sono andato da una dietologa consigliatami da un amico: era una donnina anziana, molto minuta e bassina assai. Incurante delle mie richieste di dimagramento mi fece sdraiare sul lettino e mi palpò tutta l’area addominale. Mi spedì a fare analisi e una ecografia epatica, per il fegato ingrossato che avevo, disse.
E così fu dieta disintossicante, non dimagrante. Mi sono sgonfiato, sono dimagrito. Ho imparato a mangiar sano, verdura e frutta. Per la prima colazione mi vietò i biscotti: soltanto due fette biscottate, un cucchiaino di miele d’acacia e una tazza di latte scremato. Io prendevo il tè con un po’ di latte, il cucchiaino di miele e due fette biscottate. Giocai sul fatto che non avesse specificato la grandezza delle fette biscottate. Io le comperavo al biscottificio vicino all’ufficio e ne inzuppavo due nella scodella del tè. Da sole assorbivano tutto il liquido ambrato.
Comunque alla fine ho perso i dodici chili e sono diventato goloso anche di cose salate.
Con mia figlia che cresceva ho frequentato corsi di cucina e di pasticceria. Ho imparato a fare la pasta frolla, le creme, le torte, i dolci al cucchiaio. E i biscotti, soprattutto.
Ne preparavo di tutti i tipi, in particolare al cioccolato per la mia bambina. Anche a lei piacevano i biscotti nel tè con un po’ di latte. Abbiamo fatto tante merende insieme davanti alla televisione. Negli anni ho ripreso i dodici chili e ne ho aggiunto qualcuno per fare cifra tonda.
Adesso che sono anziano e vivo solo da molto tempo ormai, il medico mi ha detto che devo tenere a bada la glicemia. Faccio quindi colazione con le fette biscottate di quel biscottificio ma non metto lo zucchero nel tè e nel latte, proprio come faceva mia figlia. Quando però si avvicina quella certa ora del pomeriggio, metto su il bollitore per il tè e apro la credenza per prendere una scatola di latta. Tiro fuori qualche frollino e li metto in un piatto accanto alla tazza del tè, sopra un tavolino di fianco alla vecchia poltrona verde. Allora mi siedo e bevo il mio tè, senza fretta, inzuppando ogni tanto un biscotto. Così, in questo modo, consumo la merenda, da sempre il pasto più importante della mia giornata. E della mia vita.

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