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Il massacro di San Valentino

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Illustrazione di Agrin Amedì
– Scusa amore, mi prendi il manoscritto di Galucci? – Cosa, Giovanna? – Ho detto: mi prendi il manoscritto di Galucci? – Il manoscritto di chi? No, aspetta, vengo io lì. Ma perché voi donne parlate sempre da lontano? – Cosa hai detto, Luigi?
Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di “Dialoghi”
diretto da Enrico Valenzi

 

– Scusa amore, mi prendi il manoscritto di Galucci?
– Cosa, Giovanna?
– Ho detto: mi prendi il manoscritto di Galucci?
– Il manoscritto di chi? No, aspetta, vengo io lì. Ma perché voi donne parlate sempre da lontano?
– Cosa hai detto, Luigi?
– Niente, fa niente. Quale manoscritto mi hai chiesto?
– Quello di Galucci.
– E dove sta?
– Là, sulla scrivania.
– Quale scrivania?
– Quale scrivania? Quante scrivanie abbiamo Luigi?
– Una ne abbiamo Giovanna e sta in questa stanza.
– E perciò prendimi questo benedetto manoscritto.
– Quindi ricapitolando, tu mi hai chiamato da questa stanza mentre io ero in soggiorno, per farmi venire qui a prenderti una cosa che sta praticamente dietro di te?
– Ti ho chiamato in questa stanza perché tu mi facessi una gentilezza, visto che sto al computer. Me lo vuoi prendere, per favore?
– Vabbè, lasciamo perdere. Dove sta esattamente?
– Ti ho detto che sta sulla scrivania.
– Io non riesco a trovarlo.
– Tu vai a mare e non trovi acqua.
– Dio, quanto mi dà sui nervi quando mi dici questa cosa.
– Ti dà fastidio perché è la semplice verità.
– Comunque vuoi essere così gentile da non guardare il computer e degnarmi di uno sguardo? Indicami più o meno dove si trova.
– Uffa, non posso mai lavorare in pace. Là, sta là.
– Qui ci saranno a occhio e croce circa duecento manoscritti. Come faccio a trovarlo?
– Guarda meglio, non essere pigro come tuo solito.
– A ‘sproposito’: ti sono piaciuti i fiori?
– Sì sì, mi sono piaciuti.
– Comunque io qui non trovo nulla. Hai usato un criterio per ordinare tutta questa roba?
– Certo che ho utilizzato un criterio, un criterio ben preciso.
– E mi vuoi concedere la grazia di dirmelo?
– Li ho messi in ordine di gradimento.
– Come in ordine di gradimento?
– Sì, da quelli che mi sono piaciuti o hanno qualche spunto interessante fino a quelli che non mi sono piaciuti o che mi hanno fatto proprio schifo.
– E come posso sapere io il tuo ordine di gradimento?
– Lo avevi letto anche tu il romanzo di Galucci e ‘pertanto’ dovresti conoscere bene il suo posto in mezzo agli altri.
– Ma io non lo so se ti sia piaciuto o meno.
– Allora lo ammetti di non conoscere i miei gusti. Trent’anni di vita insieme, due figli e ancora non hai capito nulla di me. Che tristezza, che squallore.
– Non è vero. Ad esempio oggi ti ho regalato dei fiori e a te piacciono tanto i fiori.
– Ecco, appunto, i fiori. Intanto me li hai regalati perché oggi è San Valentino. Tu mi regali i fiori soltanto nelle festività comandate come oggi o l’otto marzo. Sei così prevedibile, ripetitivo, non mi fai mai una vera sorpresa, come ad esempio regalarmeli in un giorno qualsiasi.
– L’anno scorso per il nostro anniversario siamo stati al ristorante da cui si vedeva tutta Roma. E ti ricordi tre anni fa no, quattro anni fa, che abbiamo cenato in riva al mare? Avevi detto anche tu che ti era piaciuto moltissimo.
– Tu continui a non capire, a non voler capire. Per sorpresa ‘intendo’ fare una cosa che risponda ai miei gusti, non fare sempre quello che piace a te, e cioè mangiare. Mai una volta che mi hai detto: “ Giovanna guarda, ho preso i biglietti per l’Opera” oppure “ Stasera ti porto a un concerto”. Invece sono sempre io a proporti di fare queste cose e ti devo pure trascinare come un peso morto. E ti metti anche a russare durante i concerti. Domenica mi hai fatto fare una figura terribile!
– Lo credo che mi addormento, tu mi porti ai concerti per solo pianoforte alle undici di sera. Non è umanamente possibile reggere a quell’ora.
– Tu pensi sempre di cavartela con il sarcasmo. Non ami nessuno tranne te stesso.
– Questa poi, ma come fai a dire una cosa del genere?
– La dico perché è così. E poi non sei mai stato geloso di me, neanche quando eravamo ragazzi.
– Io sono geloso di te, soltanto che non lo mostro.
– Allora vuol dire che fingi, che sei un ipocrita.
– Ma no, non fingo. Ho pudore a mostrarmi geloso, tutto qua.
– E no, mio caro, i veri sentimenti si ‘mostrano’ e si ‘dimostrano’. Se no, semplicemente non esistono. Tu in realtà mi detesti.
– Ma cosa dici? Io ti voglio bene.
– Ecco, hai detto “ti voglio bene”, non “ti amo”.
– Non ti attaccare alle parole, ti voglio bene ti amo sono la stessa cosa.
– Non sono la stessa cosa e forse è meglio che ci lasciamo. Non ha più senso stare insieme, la tua sola presenza mi è fastidiosa.
– Hai ragione.
– Ho ragione in cosa?
– Che ti detesto.
– Mi detesti?
– Sì, ti detesto. Sei insopportabile e petulante. E hai ragione anche in un’altra cosa.
– In che cosa?
– Che è meglio che ci lasciamo. Non ti va bene mai nulla di quello che dico faccio o sono. Ti faccio regali che non ti piacciono, ho pensieri gentili che non apprezzi, stai sempre a criticarmi, a elencare i miei difetti, a dire che quello che faccio è fatto male, che come marito non valgo niente, che come padre non sono abbastanza autorevole. Sei una stronza. Ecco, ho trovato la definizione giusta per te. Sei una stronza. O comunque ti comporti da stronza, almeno con me.
– Ma ammetti almeno che tu non prendi mai l’iniziativa, che sei passivo?
– E allora? Non sono sempre disponibile ad accompagnarti dove vuoi, a teatro, all’Opera, a quei cazzo di concerti alle undici di sera? Se io fossi in competizione con te per le iniziative, come le chiami tu, non andremmo da nessuna parte.
– Ma io sento il bisogno di essere sostenuta e tu sei a volte così distante, te lo dice anche tua figlia.
– Sostenuta? Ma se ti vengo sempre in soccorso! Hai un problema al computer e io te lo riparo. A me non frega niente dell’informatica ma ho fatto un corso di riparatore di computer perché poteva essere utile per entrambi, ma soprattutto per te. E comunque eccolo qui il tuo romanzo di Galucci.
– Ti è piaciuto? Cosa ne pensi?
– Non male, lo dico davvero, forse alcune ingenuità e un ritmo un po’ incostante. Tu come lo hai trovato?
– Anche a me è piaciuto e sono d’accordo sulle ingenuità e il ritmo. Ci sarà da lavorare di editing ma neanche tanto.
– Ma tu in questo sei molto brava, secondo me la migliore lì in Redazione.
– Tu dici, davvero?
– Certo che dico davvero. E’ una cosa così evidente, pacifica. Non c’è bisogno che lo dica io, hai continui riconoscimenti per il tuo buon lavoro.
– Senti, mi potresti fare una grande cortesia?
– Dimmi.
– Domani devo andare in centro per quel convegno sulla piccola editoria. Mi potresti accompagnare?
– Va bene. A che ora?
– Devo essere lì alle nove.
– Ok. Ti porto lì alle nove meno un quarto, così hai il tempo per registrarti. Io poi proseguo per il mio ufficio.
– Grazie.

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