Condividi su facebook
Condividi su twitter

Un mestiere difficile

di

Data

Nella mia vita ho avuto molte esperienze lavorative. Ho fatto per tre anni e mezzo la centralinista. Sono stata ventiquattro anni dipendente regionale. Ho lavorato ventidue anni come psicoterapeuta.

Nella mia vita ho avuto molte esperienze lavorative.
Ho fatto per tre anni e mezzo la centralinista.
Sono stata ventiquattro anni dipendente regionale.
Ho lavorato ventidue anni come psicoterapeuta.
Ma il mestiere che è durato di più e che ancora persiste è quello di Cieca.
Si vede che lo faccio bene.
Ci vuole una certa bravura. Non è da tutti.
Ci sono prima le disperazioni, gli ingrugnamenti.
Poi si sopravvive tra le gaffes, l’imbarazzo e anche l’assurdo. Non dico che ti viene da ridere. Ma da sorridere, sì.

Ecco alcune pillole di vita ingoiata.
Ditemi se non ho ragione!

CHI VEDE NON GUARDA

Il popolo dei vedenti va di prescia.
Corre per la sua traiettoria e non guarda in faccia nessuno.
Figuriamoci un cieco!

Io e un’amica che mi accompagna siamo ferme al semaforo.
Scatta il verde.
Cominciamo l’attraversamento.
A un certo punto una signora frettolosa mi vede ma non si scosta.
Mi piomba addosso come una furia.
Io mi tocco la spalla dolorante.
Lei è arrabbiata nera.
Mi ringhia “Ma che ‘n ce vedi”?
L’ammazzerei.
Ma le rispondo con una calma rovente “No. Non ci vedo”.
Pensa che la prendo per il culo. È ancora più incazzata. “Allora. Mettete l’occhiali”!

LA METROPOLITANA

Prendo la metro tre volte a settimana per recarmi al mio treining psicoanalitico.
Mentre aspetto, mi aspetto la frase fatidica.
Ecco. Sento qualcuno che si avvicina.
“Mi scusi. Posso farle una domanda? C’è nata o c’è diventata”?
Penso “Ci sei nato o ci sei diventato, imbecille”?
Non ci si crede. Giovani, vecchi, maschi o femmine. Tutti la stessa domanda. E con le stesse parole. Sembra che si siano messi d’accordo.
Al principio abbozzo. “Una malattia genetica alla retina”.
Ma non gli basta. Vogliono anche i particolari.
E allora, se è così me voglio divertì pur’io.
Ecco. Sento qualcuno che si avvicina.
“Mi scusi posso farle una domanda? C’è nata o c’è diventata”?
Faccio finta di dissuaderlo ad andare avanti.
“È una brutta storia”.
Abbocca.
“A me può dirla”.
Fisso lo sguardo in un punto lontano. Mi rattristo.
“Da piccola sono stata abbandonata in un befotrofio”.
È stupito e dispiaciuto.
“Ma no”!
Adesso un po’ di suspence non guasta. Mi avvio verso il climax.
“Lì succedeva di tutto”.
Incredulo ma catturato.
“Davvero”?
Rimango in silenzio.
Sta sulle spine.
“E allora”?
Alzo la posta.
“Non mi faccia dire”.
Mi sprona a continuare.
“Dica, dica”.
Sono affranta. Posso solo accennare con pathos.
“Le suore…”
Esprime tutta la sua empatia.
“Non mi sono mai piaciute le suore!”
Da lontano si sente la metro in arrivo.
Non posso tirare la corda più a lungo.
Scocco il dardo.
“Mi facevano pulire i pavimenti in ginocchio con la soda caustica”.
Non vuole credere a tanta barbarie.
“Mettere la soda caustica in mano a una bambina!”
Abbasso la testa. Guardo a terra.
“Proprio così”.
Inorridito.
“È un delitto”!
Mi volto verso di lui con la voce strozzata.
“Magari! Sarebbe stato meglio”.
Per fortuna arriva la metro. È piena zeppa. Entro.
Il curiosone è rimasto fuori.
Meglio così.
Fino ai Colli Albani sto tranquilla.
E invece no.
Penso proprio che questa è la giornata della sfiga.

IL BUON SAMARITANO

Esco dalla metro.
Impugno il bastone bianco e comincio a salire le scale.
Qui ai Colli Albani non c’è ascensore. Nemmeno le scale mobili.
Dopo la prima rampa mi sento gli occhi addosso.
Mi fermo. Anche la persona accanto si blocca.
“Posso accompagnarla”?
Ho una sensazione strana.
Ha una voce dura che contrasta con le sue parole gentili.
Immagino che mi stia guardando come se fossi un alieno. Mi sento radiografata dalla testa ai piedi. Senza aspettare risposta mi trascina sulla seconda rampa.
Deve essere un buon samaritano del tipo coatto.
Non vorrebbe accompagnarmi ma si sente costretto afarlo.
Forse un ordine soprannaturale dall’alto. O la voce interna della mammina tanto amata e tanto odiata.
“Devi fare ogni giorno la tua buona azione quotidiana”.
Me lo vedo. Ai crocicchi. Ai semafori. All’uscita della A.S.L.
E quando non trova nessuno da aiutare si ferma davanti alla porta del pronto soccorso.
Siamo arrivati in superficie. Anche oggi si è guadagnato il Paradiso.
Si ferma di botto.
Poi, nervoso, riprende a camminare a passi lenti.
Davanti a noi uno zoppo arranca faticosamente con le grucce.
Il ritmo sfalzato del suo passo mi dice che ha una gamba più corta.
Si ferma. Lo superiamo.
Il samaritano coatto si blocca. Si gira. fissa ripetutamente. Prima lui. Poi me.
Riemerge Mr. Hyde.
Indica lo zoppo “Essere come lui è brutto”.
Si rivolge a me.
“Ma essere come lei è peggio!”
Un istinto cannibalesco mi fa fremere. Lui sorride soddisfatto. Ha fatto la buona azione. Ma si è anche tolto uno sfizio aggressivo.
Mi si accende una lampadina. Come ne “Il padrino” gli chiederò una cosa che non mi potrà rifiutare.
“Dato che lei è molto gentile, può accompagnarmi al capolinea del 663?”
Ha un tremito. Scatta in avanti. Ma subito torna indietro. Mi prende sottobraccio e voliamo al capolinea.
Chissà se questa seconda buona azione vale doppio.
O se può metterla da parte e sfoderarla in un giorno di magra.

L’INDOVINELLO

Regione Lazio. Assessorato Servizi Sociali.
Mi hanno appioppato la delibera dell’indulto.
Sono tutta presa a districarmi in quel labirinto di leggi.
All’improvviso qualcuno apre piano la porta. Mi immagino che infili la testa nello spiraglio.
Una voce alterata in un falsetto mellifluo mi apostrofa.
“Indovina chi sono”?
Fremo. Non mi piacciono gli indovinelli.
Ho capito chi è. Un dirigente incapace che ha fatto carriera leccando il culo al politico di turno
Cerco di restare Calma.
Ma lui insiste. Il troppo stroppia!
“Indovina chi sono”.
“Non so”. Rispondo affettata. “Ma ad occhio e croce, direi uno stronzo”.

INCONTRI RAVVICINATI

Dal parrucchiere.
Mentre mi faccio i capelli un ragazzo strano mi gira intorno.
Ho finito. Pago e chiamo un taxi.
Il parrucchiere mi accompagna fuori.
Mi sento a disagio. Da qualche minuto percepisco una presenza vicino a me.
Quel giovane mi sta guardando con curiosità.
Mi si avvicina timidamente.
Con una voce infantile chiede sottovoce.
“Signora. Lei vede poco?”
Non faccio sconti alla curiosità gratuita.
Spiattello la verità.
“Sì. Prima vedevo poco ma adesso non vedo più”.
Il giovane è sconvolto. Implora.
“No, nun me lo dì, nun lo voglio sapé”.
Sono sorpresa. Dico per consolarlo.
“Ma vedo la luce. E poi riesco a fare tante cose che mi piacciono. Come studiare e cucinare”.
Questa risposta non rassicura il ragazzo. Preoccupato chiede ansioso.
“Ma come se la fa la doccia?”
Spiazzata da questa domanda folle cerco una risposta razionale.
“Me la faccio, normale”.
Non funziona. Anzi è peggio.
Il ragazzo ripete con maggiore ansia “No, nume lo dì, nu lo voglio sapé. Io m’ammazzerei!”
Finalmente arriva il taxi.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'