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Legge di fisica

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– Ogni mattina resto ammirato dalla tua tenacia e dallo sforzo che fai per renderti presentabile. Non è da tutti, credimi. Erano circa le sei, fuori era ancora buio e la notte precedente ero rimasta sui libri fino all’una.

– Ogni mattina resto ammirato dalla tua tenacia e dallo sforzo che fai per renderti presentabile. Non è da tutti, credimi.
Erano circa le sei, fuori era ancora buio e la notte precedente ero rimasta sui libri fino all’una.     Subito non compresi chi stesse parlando di cosa. Ricordai che Margot, l’amica con cui condividevo il minuscolo appartamento da universitarie, non avrebbe dovuto essere in casa.
Avevamo l’abitudine di parlarci attraverso il sopraluce della parete che divideva i nostri bagni ma oggi era il terzo giorno del triduo che solitamente Margot destinava alla ennesima rappacificazione con il suo ragazzo: litigio furibondo al primo giorno, proclami di indipendenza da una gestione fallocratica del rapporto nel secondo, riconciliazione con palloncini e fiori in un romantico casale in Toscana nel terzo.
Quindi lei certamente non era in casa.
Avvicinai il volto allo specchio. La visione non era delle migliori ma in prossimità di un esame non lo era mai.
– Sono dell’idea che provarci non è mai sbagliato ma arriverà pure il momento della piena consapevolezza dell’inutilità di taluni sforzi. Non trovi?
Eh no, qualcuno sta parlando ma chi ca…?
Afferrai il grosso spazzolone di metallo che uso per mettermi in piega il ciuffo quando prendevo l’umido, mossi la testa intorno e con fare guardingo mi accinsi a fare un giro per la casa.
Come immaginavo, nessuno.
Dovevo essere più stanca di quanto immaginassi. La fisica quantistica non è proprio una materia leggera ma fin da piccola avevo adorato la scienza e ora ero a un passo dal traguardo.
– Su, tesoro, adesso non perdere tempo. Una bella sciacquata con l’acqua fredda giusto per svegliarti e torna a studiare. Non credo che creme e trucchi possano fare miracoli…
Ok, sono una scienziata e suppongo che solo un oggetto che mi osservi con attenzione ogni mattina possa parlarmi in questo modo: puntai lo sguardo sul vecchio specchio dagli angoli anneriti appeso con due chiodi arrugginiti sotto un faretto Ikea che mi stava dicendo che ero un cesso e che era inutile cercare di migliorare una situazione ormai irrecuperabile.
– Non sai che dolore provo ogni mattina nel vederti arrabattare con phon e trucchi, soprattutto quando devi uscire. Non ci saranno mai margini di miglioramento, mia cara. Ma del resto tu sei una scienziata, lo capisci da sola, per te vale il cervello, l’aspetto non ti serve. Non è così nel vostro ambiente?
Cosacosacosacosa? Adesso basta!
Brandivo ancora lo spazzolone, fermamente intenzionata a scagliarlo contro la cosa che si stava arrogando il diritto di affermare che le scienziate, è vero che sono molto più intelligenti delle altre donne, ma alla fine della fiera, sono delle gran cozze.
– Ehi, ma come ti permetti? Cosa ne sai tu? E com’è che il tuo collega in camera non mi ha mai detto niente? Nemmeno Margot non mi ha mai detto che il suo specchio le parlava.
– E dai, cara, ci vuole poco per arrivarci. Lo specchio della camera ha almeno la fortuna di vederti solo quando sei già pronta, calzata e vestita. A me spettano solo occhi gonfi, capelli sfatti con un grosso bigodino in cima alla fronte e pigiamoni in flanella. Per quanto riguarda Margot… ti ricordi come l’ha definita quel tuo collega? Sai, quello bruno, ricciolino?
“Un gran bel tocco de fregna” ecco come l’aveva definita Vincenzo, il collega che era venuto a casa per prendere i miei diligenti appunti sulla “soluzione dell’equazione di Schrodinger per l’oscillatore armonico nella base delle coordinate” che poi aveva dimenticato sul tavolo, totalmente ammaliato dal passaggio di Margot in pantaloncini.
Che Margot fosse una gran bella ragazza era innegabile ma per lei era imperativo essere figa perché era nel mondo della moda.
– Scusami cocca, non c’è storia, rassegnati – insistette lo stronzo.
Non ci vidi più. Mi avventai contro lo specchio parlante decisa a spaccarlo con la spazzola. Ma a un paio di centimetri mi bloccai: cosa sto facendo? Spacco un vecchio specchio bilioso? E i sette anni di disgrazia?
Supra a vàddera u carbunchiu: uno dei proverbi preferiti di nonna Gelsomina rimbalzò direttamente nella mia testa dall’entroterra catanzarese: sarò pure una scienziata ma sono anche un’universitaria fuori sede costretta a spaccare il centesimo.
Il solo pensiero di dover risarcire quel cravattaro del proprietario dell’appartamento per uno specchio scheggiato mi indusse a più miti consigli. Posai la spazzola.
– Questo significa che sei d’accordo con me. Avevo capito che sei una ragazza intelligente. E basta. Non c’è niente di male, credimi.
Se continuava con ‘sta solfa avrei finito per spaccarlo per davvero.
“Sono una scienziata, sono una scienziata…” Come combattere e sconfiggere un essere simile al di fuori di ogni logica umana? “Sono una scienziata, sono una scienziata.”
E dalla scienza mi venne l’illuminazione. Corsi in camera di Margot, staccai dalla parete uno specchio, leggerissimo, foderato in cartone che aveva comprato scontatissimo da Satur che le consentiva di guadarsi a tutt’altezza. Tornai nel mio bagno e lo posizionai in orizzontale davanti all’altro spechio.
– Conosci la legge di fisica “due forze uguali e contrarie si annullano a vicenda”? Cosa vedi adesso, eh? Te lo dico io: niente, tu non vedi niente perché TU non sei niente. Se non ci fosse qualcuno che ti viene di fronte tu non vedresti mai nessuno. Sei condannato per l’eternità a guardare e a riflettere gli altri, belli, brutti, tutti, perché tu semplicemente N.O.N. S.E.I. Forse io sarò pure un cesso ma almeno sono. Invece tu non sei niente, niente di niente!
Dietro lo specchio di Margot mi godevo il silenzio nel quale era piombato il malefico.
– Va bene, ho capito: infatti ti ho sempre considerato una ragazza intelligente. Ti prego, adesso porta via questo affare. Non lo sopporto, davvero, mi fa stare male.
Spostai lo specchio e lo riportai in camera di Margot. Ritornai nel mio bagno e mi posizionai davanti allo specchio. Il grosso bigodino mi ballonzolava sulla fronte appeso solo con una forcina, il pigiamone di flanella si era sbottonato e lasciava intravedere una vecchia canotta stinta. Ma i miei occhi avevano un brillio quasi satanico.
Fissai la mia poco edificante immagine nello specchio. Mi sporsi in avanti con gli occhi stretti.
– Qualcosa da dire?
– No. Assolutamente niente.

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