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L’artista

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La mia è una vita dura. Cammino per la strada – nel centro della città, sia chiaro, tenete per voi la poesia di quelle periferie del cazzo – e avverto con fastidio i vostri sguardi di persone qualunque posarsi con ammirazione su di me, l’Artista.

La mia è una vita dura. Cammino per la strada – nel centro della città, sia chiaro, tenete per voi la poesia di quelle periferie del cazzo – e avverto con fastidio i vostri sguardi di persone qualunque posarsi con ammirazione su di me, l’Artista. Se vi prestassi attenzione, potrei sentire i sussurri in cui si confondono lo stupore per la mia bravura di attore, l’incredulità per la mia bellezza, l’invidia per le mie sostanze e per le donne che mi accompagnano – che sono sempre diverse, avvenenti supermodelle in tacco ventuno, praticamente in equilibrio sui loro alluci, infatti non è che possano camminare più di otto-dieci metri al massimo – il timore reverenziale per la mia cultura che lascio scorrere torrenziale sapientemente nei miei discorsi pubblici o nelle ormai rare apparizioni teatrali: la mia grandezza non si misura in pochi metri quadri di palco, ma in ettari, kilometri, miriametri quadrati, anzi cubici e laddove questi manchino allora ben venga la televisione in cui, certo, è assente la mia maestosa presenza fisica, ma che permette di raggiungere tanti poveracci che altrimenti di me conoscerebbero solo il nome e da questo si può notare anche la mia magnanimità nonostante la noia che mi date, ma l’ho detto: la mia è una vita dura.
La mia è una vita dura ma io la indosso con naturalezza, come questo paltot di panda biologico che vesto a luglio perché io creo tendenza anche se questo capo mi fa sudare come un cammello libanese ma l’ho detto: la mia è una vita dura.
La mia è una vita dura. Capi di Stato e primi ministri fanno a gara per assistere a una mia performance anche se ormai per motivi estetici che non sto a dire nei teatri mi esibisco solo in lingua esperanta che non parla un cazzo di nessuno oppure sumera e quindi nelle rigorose sale del Metropolitan di New York o dell’Opera di Parigi io sono l’unico a comprendere il significato profondo di quello che accade mentre il pubblico finge di capire aspettando che qualcuno rida, singhiozzi commosso o applauda per seguirlo ed evitare la figura di merda. Inizialmente me ne fregavo artisticamente di questa loro difficoltà ma poi il mio manager mi ha convinto a mettere una comparsa in sala che anonimamente funge da esempio per tutto il resto dell’audience, che in questo modo sa come comportarsi. Voi non sapete quanto sia difficile trovare un sumero al giorno d’oggi, ma l’ho detto: la mia è una vita dura.
La mia è una vita dura: a volte sono ospite in trasmissioni e il conduttore, deferente, mi dice ‘Lei è il più grande artista del mondo’ e io dico, modesto, ‘no’ e allora lui vinto dalla mia umiltà dice ‘non c’è dubbio che sia così, Maestro’ e posso sentire la M maiuscola nella sua frase e allora io dico ‘Lei mi confonde’ e lui dice ‘Lei merita questo riconoscimento ed anche altro’ e io dico ‘sono solo molto fortunato’ e lui dice ‘la Sua è grandezza, non fortuna’ e io dico ‘ho solo lavorato duramente’ e lui dice ‘un talento come il Suo’ e io dico ‘Lei mi mette in difficoltà’ e lui mi dice ‘so riconoscere un gigante del nostro tempo quando ne incontro uno’ e io dico ‘sono un umile contadino nella vigna dell’arte’ e lui dice ‘che sublime citazione!’ e io dico ‘a volte mi piace ricordare le frasi di miei pari’ e lui dice ‘è vero, anche l’arte ha un suo sovrano assoluto e quello è Lei’, allora io dico ‘non esageriamo’ e lui dice ‘niente è esagerato con Lei, Maestro’ e io dico ‘ma no’ e lui dice ‘ma sì’ e io dico ‘ma no’ e così via. L’ho detto, la mia è una vita dura.
La mia è una vita dura. Quando la sera torno alla mia villa con quattro piani, venti stanze, dodici bagni, sei cucine, otto ripostigli, tre piscine, cinque campi da tennis e uno solo di polo perché non bisogna mai eccedere, dopo essermi versato un VOV edizione limitata a base di uova di aquila reale bianca – ne esistono tre esemplari nel mondo – e accoppiato con la supermodella di turno se lei non ha i crampi per via del famoso tacco ventuno, talvolta, come stanotte, la lascio sfinita sul letto e me ne vado da solo, nudo, nella mia SPA privata e lì, fra i fumi caldi e l’acqua tiepida, cullato dal silenzio della notte e dalla luce lontana delle stelle, piango. Non so perché. Forse piango perché in fondo so di essere solo al mondo, forse perché non mi sono mai sentito amato da una donna, forse perché le persone che mi sono intorno mi temono ma non mi vogliono bene o forse piango perché sento la vita scorrermi via fra le dita sempre più veloce ogni giorno che passa. Forse piango perché non ho un vecchio amico con cui bere il mio VOV di aquila reale bianca di merda o con cui mangiare la mia bistecca di grizzly del martedì sera annaffiata dal raro limone del Tibet proveniente dall’orto del Dalai Lama stesso che fa tanto bene alla pelle e con cui parlare della vita e di ciò che ci aspettiamo. Forse piango perché so recitare come nessuno ha mai saputo fare ma non ho una voce autentica che mi scavi nell’anima. Ma la mia è una vita dura, l’ho… Ah, no, ecco: piango perché qualche stronzo oggi mi ha abbozzato la Rolls.

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