Esperimento americano di Benjamin Markovits

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Il romanzo di Markovits è più della cronaca di una vita: è la storia collettiva di un Paese, dei suoi demoni e delle sue luci

Esistono molti modi che rivelano al mondo l’appartenenza all’età adulta: uno stipendio, una famiglia, un conto in banca, qualche capello bianco, i progetti realizzati, i sogni messi da parte con la giusta dose di vergogna e rimpianto. Sono questi punti fermi che mancano a Greg Marnier, storico di Yale, reduce da un dottorato a Oxford: la sua vita sembra quasi immobile, in un limbo intricato in cui nessuno è diventato ciò che voleva essere. Non ha un lavoro stabile Greg (che tutti chiamano Marny, come ai tempi del liceo), né una relazione, né la possibilità di vivere da solo. E così quando un suo vecchio compagno di college gli propone di seguirlo in un affare, non si tira indietro: il progetto è la riqualificazione di alcuni quartieri di Detroit. Tutto ciò che ruota intorno alla trama di “Esperimento Americano”, di Benjamin Markovits (66thand2nd) è un susseguirsi di descrizioni minuziose di persone, situazioni e luoghi. Quanta importanza abbiano le città nell’immaginario sociale e culturale dell’America è stato ben descritto da Bernard-Henry Lévy nel suo lungo viaggio per gli Stati Uniti: a differenza delle metropoli europee che conservano un’anima nonostante la presenza degli uomini, le città americane scoprono la vita grazie all’umanità che le popola. E quando i cittadini sono costretti ad abbandonarle, ciò che rimane è uno scheletro vuoto, popolato solo di ombre e sensi di colpa. Detroit è diventata il simbolo di questi moderni non luoghi, capaci di evocare sensazioni contrastanti: la decadenza delle metropoli industriali diventa così l’immagine del fallimento a stelle e strisce, dell’economia che butta via senza pietà ciò che non è più utile. Luoghi e anime inghiottite dal sogno americano, che a volte si trasforma in un incubo. “Non esiste la natura umana , c’è soltanto la legge e l’economia. Stabilisci che la gente voglia qualcosa, e farà tutto quello che ci vuole per ottenerla”: è l’essenza dello spirito capitalista, evocato nel romanzo di Markovits, come una divinità capricciosa, capace di mutare i destini degli uomini. Eppure l’umanità sconfitta dal sogno americano si ritrova proprio nella città simbolo della decadenza, come fa notare il presidente Obama nel discorso dal quale è stato tratto il titolo italiano del libro. Se questi giovani sono qui a riqualificare quartieri è perché altrove non riuscivano ad avere una casa e neppure pasti decenti: nuovi poveri, che hanno studiato nelle migliori università, per ritrovarsi, nonostante il lavoro (a volte più di uno) a non riuscire a sopravvivere. Il romanzo di Markovits è più della cronaca  di una vita: è la storia collettiva di un Paese, dei suoi demoni e delle sue luci.

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