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Al riparo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Sei da solo, finalmente. All’interno di quattro mura di legno vecchio e puzzolente. Seduto su una sedia arrugginita, con le braccia stese su una scrivania di mogano. Scappato da una vita di gente che ti chiede foto e scarabocchi su pezzi di carta.

Sei da solo, finalmente. All’interno di quattro mura di legno vecchio e puzzolente. Seduto su una sedia arrugginita, con le braccia stese su una scrivania di mogano. Scappato da una vita di gente che ti chiede foto e scarabocchi su pezzi di carta. Scappato da chi ti scambia per il personaggio che interpreti o che, peggio ancora, non ha mai interpretato. Guardi fuori dalla finestra e vedi foglie bagnate luccicare nel buio. I rami degli alberi non si vedono, quelle foglie sembrano sospese in aria. Abbassi la testa e cerchi, prima con lo sguardo, poi con le mani, la fiaschetta nelle tasche della giacca. Non la trovi. Ti guardi attorno. Quando vedi una luce arrivare dalla finestra. Un flash abbagliante. Ti alzi in piedi e ti avvicini alle tende. Ne agguanti una e la avvolgi su bocca e naso a mo’ di sciarpa. Continui a guardare fuori. Poi vedi un altro flash. Poi ancora uno. E sei sicuro che quei fottuti sciacalli di paparazzi hanno capito che sei qui. Ti hanno trovato, anche se non sai come sia possibile. Sbirci fuori in cerca di quegli stronzi muniti di fotocamera e arriva altra luce. Forte, che colpisce le tue pupille come spilli infuocati che si vanno a infilare nel cervello. Per un attimo ti sembra di essere tornato su quel cazzo di tappeto rosso. Con le grida attorno. I “guarda qua” che si alternano ai “fai un sorriso”. Le attrici ricoperte da vestiti che mai nessuno metterebbe veramente ammiccano agli obbiettivi. Vedi chiunque fare a gara per farsi fare due foto. E tu te ne stai lì a soffrire, perché li odi tutti. Odi tutto quel contorno, quella gente inutile che non offre nulla all’arte. Non vedi l’ora di potertela filare ma il regista ti stringe e ti abbraccia, vuole farsi una foto con te. Anche più di una. E i flash continuano. Non capisci più da dove arrivino. Tutto è bianco davanti a te. Qualcuno urla: “Guarda qui!” Tu non capisci dove di preciso. Sorridi come uno scemo. Riesci a defilarti solo quando ormai è troppo tardi. Tu, col tuo mal di testa da flash. Ti allontani verso il teatro dove proietteranno il film in cui sei coprotagonista o dove daranno qualche premio alla carriera a qualcuno. Neanche lo sai. Quando sei al riparo da quegli stronzi avvoltoi sfili la fiaschetta piena di vodka e sciroppo per la tosse dalla tasca. Tiri su il bavero per coprirti e non farti vedere e la avvicini alla bocca. Dai una sorsata, mentre i tuoi occhi cominciano a distinguere di nuovo i colori. Poi dai una sorsata più soddisfacente. In quel momento Bradley Cooper o Matt Damon o chicchessia ti passa affianco e ti da una pacca sulla spalla. Non riesci a reggere la fiaschetta e l’alcool ti finisce sulla camicia. Abbassi la testa e guardi la macchia aprirsi all’altezza del taschino, poi la rialzi e guardi in alto per bestemmiare alcune di quelle divinità in cui non credi. Solo allora ti accorgi che non è l’alcool ad averti bagnato la camicia. L’acqua scende dal soffitto della vecchia catapecchia dove ti sei andato a rintanare. Le gocce vengono giù sempre più rapidamente. Diventano un flusso tipo rubinetto lasciato per metà aperto. Ti rendi conto che i flash non sono delle macchine fotografiche. Sono lampi e tuoni. Sta piovendo, sempre più forte. E tu sei ancora solo.
Non passa nemmeno un minuto che l’acqua comincia a venir giù dal soffitto. Torrenti di pioggia passano tra le travi di legno che dovrebbero ripararti dal cielo arrabbiato. Ti prende il panico. Ti infili le mani nei capelli. Sono umidi e sporchi. Ti volti e vedi decine e decine di stalattiti liquide che vanno a bagnare il pavimento. Non sai come fermarle. Il panico diventa paura. Cominci a saltellare da una parte all’altra della casa per cercare contenitori e roba simile. Trovi un cestello di rame, due secchi di plastica, qualche bottiglia di vino vuota e un flacone che contiene per metà shampoo. Li devi posizionare sotto i flussi d’acqua piovana. Il cestello lo poni al centro della casa, dove dal soffitto viene giù una vera e propria cascata. I secchi di plastica li metti intorno al cestello. Le bottiglie vuote le metti sulle mensole, sulla scrivania, sul divano, su un comodino. Il flacone di shampoo lo lanci via perché non riesci a togliere il tappo. Per un secondo ti senti al sicuro. Anche se non hai abbastanza recipienti e bottiglie per fermare l’avanzata della pioggia. Pensi che non può piovere per sempre. Poi dalle bottiglie comincia a traboccare l’acqua. E anche dal cestello. Da tutte le parti comincia a venire fuori. Tu continui a saltellare invano. A cercare altri recipienti. E il pavimento scricchiola. E il legno sembra gonfiarsi. E sembra puzzare più di quanto già non puzzasse al tuo arrivo. Pensi che niente vada per il verso giusto. Trovassi la fiaschetta sarebbe già qualcosa. Almeno potresti provare a non pensare. A rilassarti. Per un attimo pensi all’alcool come alla soluzione di ogni problema. Poi senti scricchiolare anche sopra alla tua testa. Il soffitto comincia ad aprirsi in più punti. Nessun cestello del mondo riuscirebbe a contenere ciò che sta venendo giù. E lampi e tuoni e flash dalla finestra. E la paura si abbraccia al panico.
Ti giri verso la porta d’entrata. Pensi che sia l’ora di darsela a gambe. Come quando eri sul tappeto rosso. Ti avvicini alla porta e guardi per l’ultima volta il tuo rifugio di legno, lontano da quel mondo caotico che ti ha inghiottito. Sospiri. In quel momento vedi brillare la fiaschetta. É a terra, accanto alla scrivania. Come hai fatto a non vederla? Fai un passo in avanti, poi un secondo. Al terzo senti scricchiolare il pavimento. Al quarto il pavimento si apre come una voragine. E vai giù, in quel buco. Nonostante questo provi a prendere la fiaschetta. Ci provi con tutte le forze, ti allunghi più che puoi, ma il terreno sotto il pavimento è scivoloso. Sembri una giraffa che pattina su un lago ghiacciato. Per un po’ va così, finché i piedi non vengono mangiati dal fango che c’è sotto. La fiaschetta sembra l’unica via di salvezza. Come un gancio a cui appigliarsi per non finire nelle sabbie mobili. E intanto il fango ti arriva alle caviglie. Sei bloccato. Non sei più l’uomo solitario e depresso e alcolizzato. Ti convinci che per riuscire ad arrivare a quella fiaschetta d’acciaio, devi immaginarla come il gancio che ti possa mettere al riparo. E allora non sei più quell’uomo solitario e depresso e alcolizzato. Sei il personaggio che interpreti. E attorno a te c’è una palude. Liane che scendono verso il basso, incrostate di fango. Rumori di gufi e cicale in lontananza. Pioggia e sudore sulla pelle. Tutti quegli stronzi davanti allo schermo del cinema tiferanno per te. Staranno in ansia e col fiato sospeso quando ti vedranno all’azione. Guarderanno le tue gesta, se la faranno addosso. Ti staranno accanto, in un certo senso. Avranno tutti i muscoli tesi. E mentre la sabbia fangosa ti avvolgerà gli addominali, sentirai i crampi. E per un istante tutti, compreso te stesso, penseranno che andrai a sprofondare. Poi quell’istante passerà, userai l’ultima forza rimasta nel corpo. Con una spinta estrema allungherai il braccio destro. Afferrerai il gancio. Non morirai. Sarai l’eroe. L’eroe del momento. É dentro quel momento che vorresti vivere, vorresti rimanere per sempre l’uomo che si aggrappa al gancio e si salva.

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