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Naufragare

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Illustrazione di Agrin Amedì
Una bolla, una grandissima e straziante bolla mi circonda. La romperò? I bambini quando sono nella pancia materna vivono sotto la copertura di un plexiglass di placenta, immagino sia filtrata la vita da lì sotto. Cosa vedono?

Una bolla, una grandissima e straziante bolla mi circonda. La romperò? I bambini quando sono nella pancia materna vivono sotto la copertura di un plexiglass di placenta, immagino sia filtrata la vita da lì sotto. Cosa vedono? Come sentono? Non lo so, credo però che la mia percezione delle cose assomigli a quella di un feto, impotente e fuori luogo.

Se dovessi raccontare l’inizio di tutto questo non saprei da dove cominciare. Il buio, quando è arrivato il buio? Mi accarezzo dolcemente la testa, è il mio modo di sentirmi ancora, di dirmi che ci sono. Che poi io non volevo nemmeno esserci.

“Giulia, oh Giulia , che cosa hai fatto?”

Mamma, non lo so che cosa ho fatto. Come si dice il male, mamma? Come si dice che il respiro non c’è più, e tu lo sai che c’è ancora, ma non lo senti più? Come si dice che fluttui nell’aria come essere informe e ogni giorno aggiungi un pezzetto al tuo non essere? Eh, mamma, come si dice? Perché a scuola non ce lo insegnano che a volte arriva il buio, ti prende, ti avvolge, ti assale e tu non sei più tu? Perché non me lo hai insegnato tu, mamma, che a volte si cade e che cadere fa male?

Vaga. Lo spazio vaga intorno a me, saranno le allucinazioni dovute al farmaco. Il tempo è una nuvola bianca. La vedo di fronte a me inconsistente… Di cosa sono fatte le nuvole? Ecco, il tempo oggi è così per me: una nuvola, una nuvola di tempo. In una nuvola di tempo ho fatto una grande cazzata, così dicono. Ma mica lo so se l’ho fatta davvero la cazzata. Il senso, la ricerca e poi di nuovo il senso. La vita si potrebbe riassumere così: in una ricerca di senso. Il mio è naufragato. Ah, ma ancora? Ma perché tutti parlano? Solo i perché, come se tutto si potesse ridurre a un singolo, solitario, perché.

Il mare, il vento, la sabbia. Vorrei confondermi con gli elementi: essere mare, vento, sabbia un giorno, un secondo, un attimo. Come si vive da sabbia? Voi ci avete mai pensato a come si vive da sabbia? Secondo me si vive bene. Per non parlare del vento. Tutto il giorno accarezzi cose nuove: un giorno sei bufera, un altro sei brezza, un giorno stai incazzato e mica devi fingere, puoi essere incazzato; e se un giorno ti svegli mansueto, puoi pure essere mansueto. Ma pensa che meraviglia, vivere da vento.

Noi, noi invece, noi abbiamo regole, abbiamo orari, abbiamo una vita che ci delinea un percorso, abbiamo forma. E se la forma non ci va più bene, come si fa?

Un essere informe, fluttuare nello spazio come particelle erranti: così, semplicemente così, andare.

Non ho più il possesso del mio corpo, non ce l’ho più da tempo. Il cuore batte, presumo la testa pensi, ma io sono scollegata da lei: facciamo e vogliamo cose diverse.

I colori, i colori non li vedo più. Da troppo tempo non li vedo più. Vorrei tornare a vedere un cielo, a puntare la testa in su in cerca dello spiraglio di sole che esce dalle nuvole; a contare le stelle di notte, al mare, persa nel bagliore della meraviglia. E invece non è così. Perché ci sei tu, buio. Ci sei tu con me. Ti vedo ovunque. Sei con me, mi piombi addosso nel cuore della notte e mi fai svegliare sudata, affaticata, stanca; sei con me quando salgo sui mezzi, sei con me a scuola mentre bevo un caffè. E mi hai cancellato i colori. Ti sei portato via i colori.

Mi schianti a terra, mi lasci nel vuoto della paura, mi fai tremare le mani e sudare come se vivessi in un deserto, mi chiudi lo stomaco, mi aumenti i battiti, mi stringi con una morsa feroce il cuore e mi comprimi la gola. Sei un mostro. Eppure io non riesco a staccarmi da te.

Vorrei lasciarti andare, ormai ho capito, o tu o io, non c’è un compromesso. Volevo vincessi tu. Volevo andare davvero, lentamente andare nella bolla colorata. Sento già il venticello fresco sulla pelle: sto arrivando musica, aspettatemi per ballare. Indosso il mio vestito preferito, li vedo tutti lì, c’è pure la vicina dell’interno quattro: lei fluttua un po’ meno bene, è sempre stata sovrappeso. C’è la bisnonna che parla con altri signori, ci sei anche tu Fido: come ti torturavo, chissà se ce l’hai ancora con me per tutte le volte che ti infiocchettavo e ti portavo a spasso vestito da bambola.

Mamma ti vedo, ci sei. Eccomi, sto arrivando da te. Mi abbracci, eh mamma? Adesso siamo insieme. Siamo finalmente insieme mamma. Hai un odore buono, hai l’odore di casa.

Giulia? Giulia? Sento suoni strani intorno a me.

Bip, bip, bip… La pressione è buona, sta riprendendo coscienza.

Mi fanno male le gambe, ma non ho corso. Le sento pesanti e doloranti. La testa… Un conficcare di piccoli martelletti nella testa e la bocca impastata, amara. Non capisco.

Qualcuno mi tocca. Sento la pelle delle braccia continuamente palpata. Ho freddo. Ho tanto freddo. Eppure c’è qualcosa di bello che sento attraversarmi, apro gli occhi.

Faccio fatica a mettere a fuoco ma la vedo, la vedo davvero.

La luce entra dalle persiane della finestra: è una luce calda. È una luce buona. Mi volto. Davanti a me un uomo con il camice bianco mi sorride: “Bentornata, Giulia”.

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