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La bolla fece la sua apparizione nell’appartamento di Tiziano l’8 novembre 2017. Tiziano abitava lì dal 1978, ci aveva vissuto per molti anni insieme alla moglie, poi da solo dopo la morte di lei per un tumore e da qualche mese, senza saperlo,

La bolla fece la sua apparizione nell’appartamento di Tiziano l’8 novembre 2017. Tiziano abitava lì dal 1978, ci aveva vissuto per molti anni insieme alla moglie, poi da solo dopo la morte di lei per un tumore e da qualche mese, senza saperlo, lo condivideva con la badante egiziana che i suoi figli gli avevano imposto, una donna energica e patita delle televendite di nome Nivin. Tiziano era il più anziano del palazzo e dei nuovi condomini che vi si erano trasferiti nessuno lo aveva conosciuto prima che il suo cervello si annebbiasse, spazzando via senza troppi complimenti gli ottantasei anni precedenti. Era per tutti il vecchio rimbambito del palazzo, o almeno lo fu finché la bolla comparve nel suo bagno, sopra la vasca da bagno.
Nell’appartamento quella sera risuonava il blu della televisione che Nivin teneva sempre accesa mentre stirava pantaloni di velluto e camicie con polsini e colletti consumati. La lavatrice era in funzione come al solito, visto che Tiziano, non controllando più la ribelle vescica e opponendosi con caparbietà ai pannoloni, doveva essere cambiato con la stessa frequenza di un bambino. Ora se ne stava sprofondato in poltrona a sgusciare con impegno e pazienza le noccioline americane di cui andava goloso e osservava con sospetto la donna con il maglione azzurro che per qualche misteriosa ragione si trovava nella stessa stanza.
La sconosciuta stava stirando vestiti che dovevano essere i suoi e gli sembrò il minimo ricambiare tale cortesia con una nocciolina perfettamente spellata. Doveva studiarsela quella donna che gli ispezionava quotidianamente le mutande e maneggiava il suo debole e molle corpo sotto la doccia tre volte a settimana in un supplizio muto e sbrigativo. Il corpo degli anziani, questo lo aveva imparato a sue spese, diventa un terreno scomodo e accidentato, non tanto per chi ci sta dentro ma per coloro che si trovano, loro malgrado, ad averci a che fare. I corpi deteriorati come il suo diventano una materia spiacevole cui accostarsi, sono l’anticamera fisica della morte, una premessa ma anche una promessa da cui stare lontani.
Tiziano si alzò con un’energia cui non fece seguito la risposta delle gambe. Le ginocchia non erano più quelle di una volta, lo scricchiolio impietoso glielo ricordò. Fece una smorfia ma non si arrese, non voleva dargliela vinta così a quella stronza che stava lì solo aspettando di vederlo cadere come una foglia accartocciata. Per lei era impossibile fermarlo quando si metteva in testa una cosa, ormai lo aveva imparato, si limitò quindi a ricordargli con tutta la gentilezza di cui era capace a quell’ora della sera di non chiudere la porta.
La bolla aveva le dimensioni di un palloncino e galleggiava nell’aria sopra la vasca da bagno. Tiziano si passò con difficoltà la saponetta verde tra le mani, facendosela sfuggire un paio di volte e imprecandole contro sottovoce, quando scorse alle sue spalle, riflessa nello specchio, quella strana cosa sospesa a un metro e mezzo da terra. Sgranò gli occhi incredulo. Si voltò e fece qualche passo in direzione della vasca sfiorando la bolla con la mano ancora insaponata. La toccò con la delicatezza che si riserva agli oggetti di vetro soffiato, con la sola punta delle dita tremanti, per paura di infrangerla. Non capiva cosa fosse, non aveva mai visto un oggetto simile. Aveva l’aspetto di una grossa bolla di sapone e quando ne intuì la consistenza con i polpastrelli induriti e callosi avrebbe esclamato “gelatina!” se quella parola fosse ancora appartenuta al suo ormai scarno vocabolario. La bolla tremò nell’aria come un budino e si spostò solo di qualche centimetro, si mosse lenta come un mistero turgido e sonnolento. Tiziano la toccò di nuovo con l’indice incurvato dagli anni e stavolta impresse a quel gesto un po’ più di forza: la bolla reagì galleggiando silenziosa al centro della stanza come una nuvola spinta da una lieve brezza.
La sconosciuta non tardò a richiamarlo all’ordine, ma nonostante la sua voce sovrastasse quella del venditore dai capelli tinti che dallo schermo enumerava le incredibili proprietà di un materasso ortopedico, Tiziano non la sentì neanche. La sua attenzione era completamente rapita dalla bolla. Il dito indugiò ancora insinuandosi all’interno della cedevole struttura che si lacerò senza sgonfiarsi. Il termine sul quale il cervello ripiegò fu “marmellata!”. A lasciarlo di sasso non fu l’insolita consistenza, ma quello che vide al suo interno quando ci ebbe immerso tutta la mano destra. A muoversi nella sfera calda e gelatinosa non era l’arto di un anziano ma il pugnetto morbido e carnoso di un bambino, il polso che vide stendersi elastico non era sottile e rugoso ma liscio e tenero, le dita minuscole erano ricoperte di unghiette, mezzelune perfette e trasparenti con pochi mesi di vita. Ma era lui dall’esterno a muoverle con lentezza e incredula curiosità.
Quando Nivin entrò nel bagno e lo trovò seduto a terra con le mani insaponate intento a osservarsi le unghie spesse e ingiallite, lo aiutò con fatica a risollevarsi. Lui guardò la testa della donna urtare la bolla senza notarla, spingendola contro le piastrelle sulle quali rimbalzò con grazia per poi tornare a galleggiare silenziosa sopra la vasca. Doveva essere stupida, pensò, o cieca.
A cena Tiziano spazzolò il semolino e le carote bollite, fece sparire in un batter d’occhio anche la tazza colma di mele cotte con lo zucchero e non pensò che alla bolla. Continuò a pensare a quella piccola mano che lo salutava dallo strano palloncino anche una volta seduto di nuovo in poltrona di fronte al film con Julia Roberts che la donna gli impose. Oltre ai materassi la sconosciuta amava le commedie romantiche e le attrici dai capelli rossi come il fuoco. Era davvero stupida, pensò di nuovo.
− Devo pisciare! – comunicò Tiziano, che aveva sempre preferito le bionde, e lei lo lasciò andare con la solita raccomandazione di tenere la porta accostata.
La bolla era lì ad aspettarlo, sembrava leggermente più grande e galleggiava al solito posto. Le mani che si agitarono al suo interno stavolta furono due, piccole e rosee, profumate di latte e talco, avrebbe giurato. Si muovevano incerte e curiose nella sfera gelatinosa e ne sfioravano le pareti come pesciolini guizzanti in un misterioso acquario. Gli occhi di Tiziano brillarono di incredulità.
Nivin, con in mano un paio di pantaloni puliti, spalancò con energia la porta del bagno. Le case degli anziani diventano teatri in cui le cortesie si azzerano, dove stanze e corpi non hanno più motivo né diritto di custodire segreti. Tiziano sobbalzò e fece appena in tempo a ritirare dalla sfera le mani, che restarono umide solo per qualche secondo.
− Niente pipì? – Nivin ispezionò prima i pantaloni asciutti e poi il water.
− No, niente pipì, non mi scappava più! – rispose lui difendendo almeno quell’ultimo diritto, non pisciare.
Era ora di dormire. Il copione in quel teatro non cambiava mai, non prevedeva variazioni.
Dal suo letto attese di sentirla uscire dal bagno dopo essersi lavata i denti e i piedi, annusò spargersi nel corridoio, mescolato a quello stantio della carta da parati ingiallita, il profumo della crema al gelsomino, scorse l’abbondante sagoma della sconosciuta infilata nella camicia da notte blu entrare nella stanza accanto e poi spegnere la luce. Poi la ascoltò russare forte mentre di sicuro sognava di avere in testa una chioma rosso fuoco.
Senza far rumore Tiziano entrò nel bagno e stavolta chiuse la porta.
La bolla galleggiava ed era ancora più grande. Si esaminò le mani scarne percorse da vene bluastre e macchie brune. Spostò con delicatezza la bolla di fronte allo specchio sopra il lavandino e dopo essersi tolto gli occhiali dalle lenti spesse, si aiutò con le dita a creare un varco per la testa. Infilando al suo interno prima la sommità del capo e poi la fronte, gli occhi, il naso, le guance, la bocca e per ultimo il mento. Li infilò nel tepore e dallo specchio sorrise a se stesso con le sole gengive. Quella non fu una novità, i denti li nascondeva e perdeva di continuo, ne faceva a meno da tempo senza neanche saperlo. Ma tutto il resto che vide fu incredibile: la testa di un bambino di pochi mesi, i capelli soffici e sottili, le guance paffute come ovatta, gli occhi accesi di chi ancora deve scoprire proprio tutto ciò che accadrà. Una testa di bambino astronauta che non sa ancora niente, attaccata a un corpo cadente che non ricorda granché. La bolla pulsò e si contrasse come un utero, ripeté la contrazione più volte vibrando ed espandendosi, rilucendo al centro della stanza. L’ultima immagine che Tiziano vide riflessa nello specchio fu il suo corpo nudo e rannicchiato in quella misteriosa pancia nell’atto di nascere una seconda volta.

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