Condividi su facebook
Condividi su twitter

La bambina svedese

di

Data

Sono sei mesi che finalmente possiamo essere noi stessi. Stoppacciosi, un po’ sbiaditi e senza una forma ben definita, ma noi stessi. Certo, Lisa continua a spruzzarci sopra una strana pioggerella puzzolente che dovrebbe farci somigliare a un’elica,

Sono sei mesi che finalmente possiamo essere noi stessi. Stoppacciosi, un po’ sbiaditi e senza una forma ben definita, ma noi stessi. Certo, Lisa continua a spruzzarci sopra una strana pioggerella puzzolente che dovrebbe farci somigliare a un’elica, talvolta a un unico grosso boccolone stile Shirley Temple, ma almeno non ci sottopone più una volta al mese a quegli asfissianti trattamenti chimici che promettono capelli dritti come gli spaghettini numero 13 della De Cecco. Per non parlare di quando si era fissata con la piastra e ci stirava esattamente come si fa con una camicia, mancava solo l’asse da stiro e sarebbe arrivata anche a inamidarci. Il vapore no, quello vade retro è peggio di Satana. Da sei mesi, però, siamo rifioriti. O meglio, abbiamo iniziato a respirare. Lisa si è arresa. Non vuol dire che abbia iniziato ad amarci, giammai. Ci ha solo accettati. O forse, più banalmente, è scesa a patti con noi. Lisa non ha abbandonato il desiderio di avere capelli lisci biondo miele, l’ha solo riposto in un cassetto. Proprio accanto alla foto della bambina dello shampoo Jhonson ormai consumata da lacrime e sogni che tiene nascosta nell’angolo più interno e che ormai solo raramente tira fuori. E ha iniziato a volersi bene. Non ancora amore, ma un affetto tranquillo. È stato doloroso il giorno in cui ha detto basta. Il giorno in cui Lisa ha rinunciato ad assomigliare alla bambina della foto e ha preso coscienza di noi e, soprattutto, di essere quanto di più lontano da una tipica ragazzina svedese, o almeno la tipica bambina svedese come se la immaginava Lisa. Ma alta 1,50 e rotti, scura che manco la notte buia e riccia peggio di un porcospino… hai voglia tu a stirarci! E così, dopo averci stramaledetto per anni, nascosti dentro improbabili cappelli non appena il cielo minacciava pioggia ché l’umidità si sa è una jattura, si è convinta a deporre le armi e tenerci così, ricci e crespi come la paglia.
Quel giorno, però, ha segnato un punto di non ritorno. E mai avremmo immaginato che saremmo stati disposti a tutto pur di non vederla più triste. Lisa voleva assomigliare alla bambina della foto: una bimba dai capelli biondo oro lunghi e lisci, sottili come fili di seta. A nulla sono valse le interminabili sedute dal parrucchiere sommersi da ettolitri di acqua ossigenata: neri eravamo e neri tornavamo. Ma Lisa non si scoraggiava: qualche urlo, qualche maledizione e poi giù di nuovo con gli esperimenti chimici. È arrivata persino a scagliarsi contro i genitori, i veri responsabili del disastro. Con più veemenza accusava la madre, con un tono leggermente giustificatorio il padre. Ma figurati quei poveri cristi che avrebbero mai potuto fare: la madre nera nera che manco la brace e un unico ciuffo di insalata in testa, il padre bassetto e tarchiatello con quattro capelli in croce, gli ultimi sopravvissuti all’alopecia quando non aveva ancora compiuto trent’anni. E invece Lisa voleva sfidare le leggi della genetica: bionda e liscia voleva essere, proprio come una svedese. E come si incantava a guardarle quelle ragazzine del nord Europa che venivano in vacanza al mare… restava lì sul bagnasciuga a fissarle finché i piedi non diventavano paccottiglia. Forse è stata anche colpa di Guido, che a loro sì che le amava mentre a lei manco se la filava se non per tirarle i capelli che ci faceva vedere le stelle. Guido l’ha rincontrato al quarto ginnasio, nel corridoio che divideva la sezione B dalla D. Un saluto rapido, uno sguardo languido e la voce impietosa del ragazzo che le dice: “Ciao Mafalda, domani ti porto la brillantina di mio padre”.
Lisa quel giorno, un sole accecante in giardino e le voci delle amiche che starnazzavano in piscina, non si decideva ad allacciare il costume. Bighellonava tra il letto e il comò, lo specchio ben distante per scongiurare ogni tentazione. Ci aveva raccolti in una stretta coda poi ridotta a uno sbilenco chignon e contava le assi del parquet che separavano la stanza: tre, quattro, otto, nove… e di nuovo uno, tre, cinque… Lisa smaniava ma non riusciva ad aprire la porta, nell’aria un che di sospeso rendeva tutto immobile. Avvertivamo che stava per succedere qualcosa che avrebbe cambiato per sempre il nostro rapporto, ma mai avremmo sospettato che si sarebbe creata tra noi e Lisa quella strana alchimia. Senza preavviso Lisa si è seduta sullo sgabello dello scrittoio, davanti allo specchio di nonna Isolina. Con un gesto rapido ha sciolto prima lo chignon e poi ci ha liberati dall’elastico. Poi, fissa sull’immagine riflessa nello specchio, ha iniziato ad accarezzarci, piano, lentamente e dolcemente. Prima a destra, districando i nodi con le dita, poi a sinistra, infine dietro la nuca. Ha ripetuto quei gesti a lungo, come stesse svolgendo uno strano rituale, e ha iniziato ad accompagnare i movimenti con una sottilissima nenia, quasi un lamento che proveniva dalla gola. Brividi freddi ci hanno attraversati dalla punta alle radici, ma non riuscivamo a muoverci, quasi fossimo ipnotizzati da quel lento accarezzarci e dalle note gutturali di Lisa. E mentre ci guardavamo in silenzio l’un l’altro, Lisa ha iniziato a piangere. Senza singhiozzi, solo grossi goccioloni che perforavano gli occhi e con prepotenza si facevano largo sulle guance, lungo il collo fino al ripiano dello scrittoio. Lisa continuava la sua nenia senza mai smettere di accarezzarci. Ed è stato a quel punto che abbiamo iniziato a piangere anche noi. E a sentirci responsabili del dolore di Lisa. Era colpa nostra se stava soffrendo, se si vedeva brutta, se non avrebbe mai realizzato il suo sogno svedese. E davvero tutti, nessuno escluso, realizzammo in quel momento che avremmo voluto essere lisci e biondo miele. Fu allora che una ciocca sfuggita alle carezze, proprio sopra l’orecchio sinistro, scosse gli altri capelli da quello strano torpore. “Insomma, facciamo qualcosa”, fu l’esortazione. “Mica possiamo restare immobili spettatori di questo strazio”. Gli occhi nero inferno di Lisa erano ormai liquidi mentre ha aperto il cassetto e tirato fuori la foto della reclame dello shampoo. Quanti pomeriggi ha trascorso a guardarla, noi accartocciati in foglietti di carta stagnola mentre una puzza insopportabile di ammoniaca appestava la stanza. Noi ci abbiamo provato a essere meno ribelli, un po’ meno ricci e stoppacciosi, abbiamo cercato di assomigliare ai suoi sogni, ma ricci siamo neri neri come il petrolio e così resteremo. “Non abbiamo fatto abbastanza”, esplode la ciocca sull’orecchio sinistro spezzando la trama dei ricordi. “Ma che possiamo fare?”, abbiamo chiesto in coro. “Proviamoci, forse è solo che non abbiamo mai voluto veramente diventare lisci…”, ipotizza una ciocca tra la nuca e la spalla destra. Lisa continuava ad accarezzarci, dondolando il corpo avanti e indietro al suono della nenia che ormai era diventata un canto straziante. Le lacrime continuavano a diluirle gli occhi nero catrame e le amiche non la reclamavano più dalla piscina. “È il momento di agire”, concordammo tutti insieme mentre un dolore spesso come asfalto ci paralizzava.“Un due tre…” all’unisono ci allungammo all’inverosimile. Piccole gocce di sudore iniziarono a imperlare la riga che Lisa faceva sempre a destra, per poi far ricadere il ciuffo davanti all’occhio sinistro, ma noi non mollammo. Con tutte le nostre forze, e sempre rigorosamente all’unisono, continuammo a tenderci, tesi come i fili del bucato che la madre tirava in giardino dietro all’albero di melo. Lunghi, dritti come le canne che invadono lo stagno subito a ridosso del cancello di casa. Per lo sforzo non riuscivamo a parlare, nessuno doveva muoversi, tutti insieme tiravamo e tiravamo verso il basso. E forse fu per il gran impegno che ci mettemmo che ci sembrò di essere meno scuri, forse ci mancava l’ossigeno e allora era naturale che diventassimo più chiari, un po’ sbiaditi, ed entusiasti continuavamo a tirare tirare verso il basso. Lisa si fermò, smise il lamento e si guardò allo specchio: gli occhi nero inchiostro si aprirono come mai avevano fatto nel guardarci: Lisa allungò una mano verso di noi e riprese ad accarezzarci ma questa volta con una dolcezza nuova. Eravamo lisci, lisci come quelli della bambina svedese nella foto. Non così biondi, ma più chiari e setosi. Lisa si avvicinò allo specchio, girandosi a destra e a sinistra. E un sorriso stupefatto le ricoprì il volto. Si alzò dallo sgabello e allacciò il costume, aprì la porta di scatto e rotolò giù dalle scale. In un balzo fu fuori in piscina, dove le amiche stavano sdraiate sui bordi a prendere il sole. Lisa si piantò davanti a quei corpi bruciati e urlò. Non un urlo di paura, né di rabbia. Urlò per cacciar fuori anni di pianti e delusioni, urlò per dire a tutti: eccomi, io ci sono e sono proprio come voi. Le amiche basite restarono in silenzio, ma non si accorsero che Lisa in testa non aveva più quella massa informe di lanuggine bensì una chioma lunga, fluente e liscia, liscia da far invidia a quell’amata ragazzina svedese. Erano troppo sbalordite dall’urlo di Lisa da non vedere null’altro. Intanto noi tiravamo, tiravamo, mentre il cuore ci si riempiva di dolcezza. Ma non avremmo potuto resistere a lungo, avremmo dovuto capirlo, quanto meno immaginarlo.
E invece tutto precipitò in pochissimi secondi: Lisa urlava ancora pazza di gioia e incanto quando le prime a cedere furono le ciocche sul lato destro. Poi fu un tutt’uno, cedemmo di schianto e tornammo a essere quelli di sempre, ricci e crespi. Lisa non si accorse di nulla, o forse non le importava più, guardava le amiche mentre l’urlo si trasformò in risata. Una risata tonda, allegra, liberatoria. Eravamo esausti e temevamo che non appena Lisa ci avrebbe guardati tutto sarebbe tornato come prima, lei avrebbe ripreso a odiarci e quel lamento ritmico avrebbe ricominciato ad ostruirci i timpani e inondare il cuore. Lisa, senza mai smettere di sorridere, si specchiò sul filo dell’acqua e restò in silenzio per alcuni secondi. Le amiche colsero l’attimo e subito si ristabilì l’antico equilibrio dei ruoli: Lisa la preda da deridere, loro le carnefici.
“Ah ah ah ma ti sei vista con quell’ammasso di molle arrugginite in testa?”
“Vatti a nascondere che così spaventi qualcuno.”
Lisa aveva ripreso ad accarezzarci mentre continuava a sorridere e a specchiarsi nell’acqua. Da quel giorno Lisa guarda poco la sua immagine riflessa, ma non ci lega più in strette code o trecce, non ci cosparge più di unguenti e strani olii profumati che promettono la felicità. Ha comprato un nuovo arnese, una specie di tubo che si riscalda e ci trasforma in boccoli, ma lo usa poco, dice che sennò ci bruciamo e ci fa male. Lisa adesso ci vuole bene, forse. Forse sì, ci vuole bene. E la bambina svedese, chiusa nel cassetto, sorride.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'