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Guardare in prospettiva

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Illustrazione di Agrin Amedì
Da quando lavora a casa non lo sopporto più. Pretende che mi muova silenziosamente e che tutto quello che faccio non produca rumore: cucinare, pulire, parlare al telefono. Respirare.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di “Dialoghi”
diretto da Enrico Valenzi

 

Da quando lavora a casa non lo sopporto più. Pretende che mi muova silenziosamente e che tutto quello che faccio non produca rumore: cucinare, pulire, parlare al telefono. Respirare.

Deve concentrarsi, dice, ma io penso che quello che vuole sia annichilirmi. Pian piano si è impossessato di ogni spazio: prima il garage, perché il suo Suv costoso e potente non può stare parcheggiato in strada; poi lo studio, che è diventato il suo studio da avvocato; infine la camera per gli ospiti, dove ormai dorme quasi tutte le notti con la scusa che nel nostro letto i gatti, da sempre abituati a stare, non lo lasciano riposare bene.

Si sta portando via, insieme alla casa, pezzi di me, pezzi di noi.

Il “noi” non esiste quasi più, nella giornata, nemmeno pranziamo più insieme. Quando ha fame scende e apre il frigorifero, quello che trova mangia. Più spesso si accontenta di un pacchetto di crackers. Non può togliere tempo al lavoro, dice. Ma non si cura di quello che sta togliendo a noi.

Il mio computer è rimasto nel suo studio, non ci sono altri posti dove spostarlo, anche se ci ha provato a propormi di riporlo nello stanzino, ché tanto uso sempre l’Ipad. Non ho ceduto e lui non ha insistito. Così ogni tanto entro, siedo alla scrivania e sento che si irrigidisce. Me ne frego. Accendo il computer e passo un po’ di tempo sui social, o navigo sui forum femminili. A volte mi attacco a YouTube e anche se ho le cuffie so che lui sente.

Lo capisco perché lo vedo sbuffare piano, senza quasi emettere rumore, in quel modo così politically correct, così da avvocato. Allora canticchio in maniera sguaiata.

Lui odia sentirmi cantare, odia quando ascolto la musica. Credo che non ne abbia mai ascoltata, nemmeno quando era giovane. Non ne è capace. Non ha mai provato lo struggimento che può dare una canzone quando i sensi sono accesi e una lama di disperazione trafigge il cuore. Non ha mai chiesto consolazione all’arte. Forse non è nemmeno mai stato disperato.

Gli basta il suo codice civile e qualche stronzata americana in TV.

Oggi doveva preparare un’udienza, si è chiuso dentro lo studio per sei ore di seguito. Dopo pranzo sono entrata e mi sono seduta sul divano. Il silenzio di cui si circonda è insopportabile. Credo che stare tutto quel tempo in completo isolamento sia possibile soltanto per una personalità border line, per una mente insana.

Anche io amo il silenzio, posso stare ore in riva al mare o a guardare da una finestra, a perdermi in ciò che vedo. Ma quello in cui si chiude lui è un silenzio opprimente e faticoso, un laccio alla gola che toglie il respiro.

Ho aperto un cassetto per prendere un chewingum. Il lieve rumore della molla gli ha provocato un fremito sul collo: sa sempre cosa sto facendo, non so come ci riesce ma mi controlla. Come se mi avesse piazzato in testa una di quelle assurde telecamere che ha disseminato qua e là per la casa contro i ladri e contro la privacy. Ho cominciato a masticare la gomma. Lui non sopporta sentirmi masticare, esce fuori di testa, è forse l’unica cosa che gli fa perdere la concentrazione.

Ho aperto di nuovo il pacchetto e ho preso una seconda gomma, poi una terza. Mi piace averne in bocca almeno tre, per sentirne bene la consistenza e il sapore. E poi tre gomme fanno più rumore di una. Mi sono sdraiata sul divano e ho aperto il mio libro.

“Ti dispiace andare in salotto?” mi ha detto senza voltarsi, “devo finire di preparare gli atti per domani”.

Non ho risposto ma ho intensificato la masticazione. Lui non ha replicato.

Almeno guadagnasse bene, mi garantisse una vita comoda. Invece è pure un fallito, uno che i clienti si permettono di non pagare per mesi.

Tutti i giorni davanti alle scartoffie per non avere nemmeno uno stipendio sicuro.

Ho ripreso a leggere. Masticare gomme mi aiuta a dare un ritmo alla lettura, quando sono particolarmente coinvolta succede persino che mi morda la lingua, tanto mastico con foga.

Immobile, nascosto dalla spalliera della sedia, si potrebbe anche far finta che lui non ci sia, se non fosse per quell’atmosfera pesante che gli gravita intorno e che strozza il fiato.

“Per favore, almeno smetti di masticare, non riesco a lavorare”, la sua voce mi sorprende come un suono sconosciuto, stonata, arrochita, disarmonica. E pensare che un tempo mi piaceva, la trovavo così intensa, profonda.

“Direi che puoi prenderti una pausa, sono sei ore che lavori, non hai neanche pranzato” mi sorprendo a dirgli e mi dà quasi fastidio la premura nella mia voce.

Sospira, tutto è pesantezza. “Non posso, non ho finito, lo sai che domani è una giornata importante”.

Ogni giorno è importante, vorrei rispondergli. Un tempo ci provavo a spiegargli, a fargli capire come mi sentivo. Ma lui rispondeva “So che vorresti passare più tempo insieme ma guarda in prospettiva” oppure “Faccio tutto questo per noi, in prospettiva del futuro”. Quale futuro? avrei voluto dirgli, ci mancava anche il presente.

Il sapore del chewingum in bocca è dolciastro e mi fa venire la nausea, ma continuo a masticare. Un odore intenso e chimico di fragola si diffonde intorno a me. So che tra poco dovrò sputare tutto, ma trattengo ancora sul palato quella massa diventata ormai fastidiosa.

Del resto a convivere col fastidio ho imparato da tempo.

Dopo qualche minuto non resisto più: mi alzo diretta in bagno, per gettare tutto nel water.

Gli passo accanto e lui nemmeno si gira, non uno sguardo, non una parola.

La gomma in bocca mi sembra un corpo estraneo disgustoso, ho solo voglia di vomitare. Sto per affrettare il passo quando intravedo i documenti sulla sua scrivania, in quella ridicola calligrafia con riccioli e merlature. Vicino c’è la sua cartella di pelle, liscia, elegante, uguale a tutte le altre. Non ha mai avuto gusto, non ha mai avuto stile. Compra solo le cose che costano, come se il prezzo fosse il suo unico criterio di scelta.

Quel pellame puzzolente mi fa salire la nausea. Lo guardo e mi figuro una bella macchia rosa confetto sopra la copertina marrone: non è un’intenzione, non è un pensiero, è un’immagine pura e sta lì, troppo vivida per non diventare reale; le mie ginocchia si bloccano, la testa si rovescia e in un istante il chewing-gum è lì, sulla scrivania, spiaccicato tra il camoscio e la carta, abbastanza informe da rovinare entrambi, con striature di saliva e di sangue tutt’intorno.

Lui mi guarda sbigottito. Non esce una parola dalle sue labbra socchiuse, ma gli occhi sono pieni di smarrimento. Non so se è più deluso o più sorpreso, forse non pensava sarei arrivata a tanto, non lo credevo nemmeno io.Lo fisso sfrontata e per la prima volta mi sembra così vecchio, così stanco. Quando sono comparsi quei peli bianchi tra la barba? Quando è diventato così spento il suo sguardo? Frammenti di gomma gli sono schizzati addosso, me ne accorgo soltanto adesso. La sua camicia bianca, perfetta come appena stirata, è macchiata da minuscoli frammenti rosa proprio sul colletto.

Scoppio a ridere. Una risata che non so trattenere, lunghissima, sembra spontanea.

“Tu sei pazza” me lo dice come mi chiede di portagli il caffè, con la stessa pacatezza sopita, il tono di chi ha rinunciato da tempo.

“Mi dispiace” , le parole mi escono senza che me ne renda conto, non lo so se mi dispiace davvero, ma resto qui, a guardarlo negli occhi, a cercare che cosa? La rabbia, il litigio, un’emozione, qualcosa che sia vita, che mi restituisca tutto ciò che ho perso.

Ma lui non fa niente, nemmeno si alza dalla sedia. Rimane fermo, immobile, sembra un uccello impagliato. I suoi occhi fissano il vuoto.

Un silenzio nuovo ci avvolge, il silenzio di chi sa che qualcosa si è rotto per sempre. Guardo il chewing-gum spiaccicato sotto di me, si è allargato poco a poco, come se qualcuno lo avesse calpestato. Mi viene ancora da ridere. E chissà perché mi sento profondamente felice.

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