Sono la destra

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Fermo mia sorella, la sinistra. Le dico di esser cauta, di aspettare. Ci dobbiamo fermare. Ti sento fremere, sento che non ce la fai. Io ti ho sempre sentito più di lei.

Fermo mia sorella, la sinistra.
Le dico di esser cauta, di aspettare. Ci dobbiamo fermare.
Ti sento fremere, sento che non ce la fai. Io ti ho sempre sentito più di lei.
Stiamo attraversando il freddo, il gelo. Sento che mi bagni, stai piangendo e vuoi che noi rallentiamo un poco. È un gelo inospitale e ha bisogno di coraggio.
La mia incosciente sorella sinistra è quasi appoggiata sulla linea di confine, perché in questo corpo che esplori attraverso noi c’è una linea di confine. Una sorta di fascia climatica, una linea tropicale che cede calore fino a raggelarsi. E il corpo nel suo gelo indurisce in un irreversibile turgore, resta molle invece nella fascia tropicale.
Mi muovi su un piccolo orecchio. Con i polpastrelli ne sfioro il perimetro e sposto la ciocca di capelli. Sei lì che singhiozzi in silenzio. Lei è nella penombra di questa stanza e non si muove più.
Le sto toccando la mano e questa mano io la conosco bene. È la mano che mi ha insegnato quando le mie dita erano piccole e grassocce. Mi piego concava su quella mano e tento di passarle il mio calore, assieme al tuo. Ma niente, la mano non prende calore. È nella fascia antartica della morte.

Penso alla prima volta che abbiamo litigato te e io e te eri ancora una bambina e dovevi fare un disegno e quel disegno non ti veniva. Era nella tua testa, ma non nelle mani. Sei stata lì a farmi cancellare e correggere, ma proprio no, non eri soddisfatta e allora hai iniziato a piangere e il foglio si è bagnato tutto e anche noi due. Io di più, io sono la destra.
A volte ci hai messo in competizione, quando andavi raccontando di essere ambidestra come tuo padre. E mia sorella, che non parla quasi mai, ha iniziato a spintonarmi e a dirmi di starmene in un cantuccio. Che lei era più brava di me. Per fortuna è stato un flirt piuttosto fugace. Non si può essere destre in due. La sinistra deve starci per reggere le cose, sollevare i pesi e grattarti la testa mentre pensi e scrivi.
Nessuna conosce il tuo cranio così come lei, la sinistra.
Ma lei non conosce così bene questa mano chiusa dentro di me. Questa mano che riparo e a cui tento di passare il mio calore, assieme al tuo. Ma niente.

Poi c’è stato il drammone dell’uncinetto, quando lei (tua madre) e tua sorella si sono messe in testa d’insegnartelo. Loro due di lato e tu in mezzo. Ma niente, io non ci riuscivo. Non mi veniva l’uncinetto, come pure non riesco a impugnare bene la penna. La maestra ha provato a correggerci, te e io. Mia sorella sinistra che ne sa, quella stava tutto il tempo a scaldarsi nella tasca del grembiule.
E anche ora, cosa fa? Si attarda nella fascia tropicale e non ha il coraggio di attraversarne il confine. È lì che si imbosca fra le pieghe del mento reclinato e le accarezza le labbra. Le sfiora la fronte.
Non capisce. È ingenua, la sinistra. Non sa.

Non sa amalgamare, mia sorella. Versa gli ingredienti, ma glieli suggerisci tu. Sei tu a dirle un poco di questo o un poco di quello. E io sono lì ad amalgamare, a mantecare a dare vita sapori, sono brava ad evocare aromi e profumi da materie così distanti fra loro. Ma ora, sotto il mio palmo concavo non si sente nulla e nulla si evoca. Il gelo è la risposta ai miei polpastrelli e intanto piove su di me il tuo dolore in forma di pianto.
Come vorrei impastare questa mano e puoi cuocerla e farla diventare pane fresco e fragrante, da annusare e da assaporare. È stata il mio pane questa mano e anche la mia acqua e anche le mie carezze della sera.
Ti prego torna a esser pane fresco da mangiare.

Certe sere ci hai usato per coprirti il viso e raccogliere il tuo sonno.
Quante mani abbiamo stretto, passando rapidamente di sentimento in sentimento.
Abbiamo accarezzato i tuoi capelli e i tuoi figli.
E quando hai avuto paura del tuo cuore e non ti sei fidata più di lui, hai usato noi per cercare l’amore nel corpo di un uomo e lo hai imparato attraverso noi e noi abbiamo imparato con te. Abbiamo tessuto la tela di quel sentimento che strattona e fa sorridere per la strada senza motivo e sbrana il cuore se non ci stai attenta.

E ora tu sei qui e dentro di te queste e molte altre cose. E io, chiusa a cucchiaio a nascondere un terribile segreto e mia sorella a passeggiare sulla risacca dove il mare si ritira e lascia deserto. Mia sorella, la sognatrice, in cerca di stelle marine e a esser sicura che no, che il mare è andato via e non ritornerà. Ma è tempo che io la chiami, perché devo lasciare questa mano fredda racchiusa in me e salire fino al viso.
Ho bisogno di lei. Dobbiamo farlo assieme.
Dobbiamo andare a chiudere gli occhi di questa donna senza battito, che lentamente cede al mondo fuori tutto il suo calore e glielo restituisce e si incammina nel gelo del mondo dentro.
Vieni sorella, assieme a me e aiutami a chiudere gli occhi di nostra madre.

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