Condividi su facebook
Condividi su twitter

“Diario di un killer sentimentale”

di

Data

Disegnato sulla falsariga di un antieroe bogartiano e intossicato dallo spirito di Bukowski, il killer di Sepúlveda si muove con disinvoltura nelle ferite dell’anima, senza mai abbassare lo sguardo

Anche i killer professionisti hanno un’anima: e a raccontarcela in una settantina di pagine all’ultimo respiro è Sepúlveda nel suo “Diario di un killer sentimentale” (Guanda): pubblicato per la prima volta lo stesso anno del famoso e celebratissimo “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (1996), è un piccolo esercizio di stile, fatto di dialoghi serrati, di umorismo sottile, e di un realismo quasi cinematografico. È la solita vecchia storia: un uomo si innamora di una bella ragazza, stanno insieme tre anni, finchè lei conosce un altro e lo lascia. Esiste una giustizia capace di risanare le ferite dell’anima? O un’etica del dolore e dell’amore non corrisposto? In un mondo perfetto probabilmente sì, ma in quello raccontato dallo scrittore cileno, c’è spazio solo per la giustizia privata. La caduta di un uomo può essere fatale, soprattutto se di mestiere uccide le persone. Ma gli errori e le distrazioni fanno parte dell’amore, come ci insegna il sicario protagonista di questo libro. Disegnato sulla falsariga di un antieroe bogartiano e intossicato dallo spirito di Bukowski, questo killer si muove con disinvoltura nelle ferite dell’anima, senza mai abbassare lo sguardo. Quello stesso sguardo che anni prima si era posato su una ragazzina in un bar, inesperta quel tanto che bastava a renderla irresistibile, sfacciata al punto da desiderarla subito. Il ricordo delle parole, degli occhi verdi carichi di promesse, assume la forma di un’agonia soffocata. Invisibile, ma non abbastanza da renderla inoffensiva. E così riaffiora nella routine giornaliera, mentre si fa la spesa o mentre si pedina un uomo. Ma quando si deve uccidere qualcuno con un proiettile calibro 45 la mano deve essere ferma e la mente non può permettersi il lusso di piangere per una vita borghese che non c’è più. Nel breve romanzo di Sepúlveda il noir è contaminato dall’ironia di Graham Greene e dallo sguardo torbido di Dashiell Hammett, in una storia dal ritmo serrato.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'