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La metafisica di Lago Storto

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Erano le prime luci dell’alba, quando conobbi il gatto dalla coda gialla, sulla riva di Lago Storto. Gli avevo dato io quel nome a causa della sua particolare forma che ricordava quella di un fagiolo.

Erano le prime luci dell’alba, quando conobbi il gatto dalla coda gialla, sulla riva di Lago Storto. Gli avevo dato io quel nome a causa della sua particolare forma che ricordava quella di un fagiolo. Mi rifugiavo spesso lì, quando non riuscivo più a vedere i colori del mondo. Quel giorno era uno di quelli. Quando mi svegliavo triste o qualcosa durante la giornata andava storto, i colori man mano scomparivano.
“Che ci fai qui ragazzo?” mi disse il gatto dalla coda gialla. Non mi ero accorto della sua presenza. Mi girai e lo vidi lì. Accanto a me, sornione e scheletrico. A guardarlo bene gli mancava pure qualche baffo. Non vedevo di che colore fosse il suo pelo. L’unica cosa che potevo distinguere nel mondo, in quel giorno, era quella particolare coda gialla. Più folta rispetto al resto del corpo. Sembrava una coda rubata a qualche altro gatto e poi attaccata in seguito.
“Niente” risposi dopo averlo osservato attentamente. “Quando non riesco a vedere il mondo a colori vengo qui e fisso l’acqua. È un modo per tranquillizzarmi.”
Abbassai lo sguardo sulle sue zampe spelacchiate. Stavo parlando con un gatto ma non era questo l’importante. Lo vidi accovacciarsi curioso accanto a me. Io avevo solo voglia di perdermi dentro i colori del mondo, invece di un anonimo chiaroscuro. L’opaco di quegli attimi rendeva l’acqua cristallina. Ero assetato di Verità e gli uomini non sapevano rispondermi. Per questo forse quel gatto era lì. O forse era solo un mio sogno onirico. Una rappresentazione distorta della realtà. Se non andavo d’accordo con gli uomini il mio animale guida era lì a ricordarmi che la partecipazione, nei rapporti umani, era alla base di tutto. Ero confuso. La manifestazione del mio malessere aveva preso le sembianze di un gatto che sornione ascoltava i miei turbamenti?
Quel Lago aveva visto in passato, riempire le sue acque di antiche disperazioni. Io ci ero giunto offrendo me stesso. Il bianco ed il nero. Il sapore antico del ferro. Delitti e tradimenti riempivano l’aria. Lussuria al chiaro di luna. Messe di mezzanotte. Patti con il Diavolo. Quali storie avevano dipinto queste rive? Ma cosa vuole da me questo gatto? Veleni e rappresaglie mi avevano spinto fin lì. Silenzi e rancori. Cercavo pace. Parlavo con un gatto o parlavo a me stesso? Stavo forse impazzendo? I colori erano le sfumature che cercavo. Dove erano finiti gli uomini? I sentimenti?
Il gatto dalla coda gialla continuava a fissarmi. Dava l’idea che potesse leggermi nel pensiero. Ogni tanto si leccava le zampe beandosi dei primi sorrisi del sole. Mente io ero drogato di verità. La cercavo nel riflesso dell’acqua. Avevo paura quasi di scomparire in tutta questa trasparenza. Oltre ai colori ora anche le forme? Guardai di riflesso le mie mani. Erano ancora lì. Ero sudato. Scossi il capo verso il gatto dalla coda gialla.
“Aiutami” sussurrai.
Non dovevo abituarmi a questo chiaroscuro dettato solo dalla consapevolezza del non essere. Vidi il gatto dalla coda gialla stiracchiarsi e poi grattarsi il muso con la rena della spiaggia.
“Seguimi ragazzo.”
Furono queste, le ultime parole che sentii nella terra degli uomini. Avanzai così insieme a lui nell’acqua. Tremavo. Non perché l’acqua era fredda.
“Ho paura.”
Furono queste le ultime parole che dissi nella terra degli uomini. Mentre il mondo scompariva, e il sole aveva finalmente preso il suo posto tra contorni del cielo, ero nuovamente felice. Così sospeso, nelle profondità delle acque di Lago Storto, dove nascono gli arcobaleni.

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