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Legge 104

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Illustrazione di Agrin Amedì
«I signori Rengoni?» Una voce dal fondo del corridoio ci chiama. «Potete entrare.» «Benissimo, grazie, arriviamo subito», grido. Poi assottiglio lo sguardo e fisso papà: «Mi raccomando, pa’. Non fare cazzate.»

«I signori Rengoni?» Una voce dal fondo del corridoio ci chiama. «Potete entrare.»
«Benissimo, grazie, arriviamo subito», grido. Poi assottiglio lo sguardo e fisso papà: «Mi raccomando, pa’. Non fare cazzate.»
«Aspetta ‘n’attimo, Cami’», esclama all’improvviso papà, aggrappandosi al mio braccio, «ma questa visita nun è come quella dell’altra volta, vero? Quello nun m’ha manco detto buongiorno, m’ha solo fatto toglie’ ‘e mutande. Me so’ sentito… non lo so… violato.»
«Papà, hai l’ipertrofia prostatica. Doveva vedere le condizioni della tua prostrata ingrossata e, come ben sai, la prostata è molto vicina al pene. Cosa doveva guardare? La tua faccia?»
«Eh, ma a parte tua madre, nessuno mi aveva guardato lì sotto…» Suote le spalle, come per scacciare quel pensiero.
Poi uno alla volta – prima io, poi papà e infine mamma – entriamo dentro la stanza dalle pareti bianchi. Tre medici sono seduti dietro un lungo tavolo bianco, avvolti nei loro camici bianchi. Improvvisamente sento la gola seccarsi, mentre la certezza che quell’incontro non andrà affatto come dovrebbe si fa largo dentro di me.
I medici si passano carte e fogli e annuiscono tra di loro, parlottando sottovoce. Poi uno alza lo sguardo su mio padre e chiede: «Allora, signor Rengoni, come sta?»
«Sempre sulla breccia, Dotto’! Insomma, l’età è quella che è, ma si guarda sempre avanti», esclama papà, saltando in piedi come un soldatino interpellato dal proprio comandante. Io invece vorrei sprofondare nel terreno. Ma come “sempre sulla breccia”? Questo c’ha ottant’anni e la prostata così ingrossata da non riuscire nemmeno a fare la pipì. Che cosa dice?
Mamma cerca di calmarmi mimando con le labbra parole senza senso.
Il dottore fa un sorriso cordiale. Poi, dopo essersi scambiato delle occhiate complici con i suoi colleghi, chiede: «Potremmo avere la sua cartella clinica, signor Rengoni?»
Papà annuisce e salta di nuovo sull’attenti. Ma poi si perde in un bicchiere d’acqua, come al suo solito. Guarda me, poi la mamma. Poi di nuovo me, e di nuovo la mamma. Me, la mamma. Me, la mamma.
«Giulia’», bisbiglia, «ma ’ndo sta ‘a cartella?»
Mamma non risponde nemmeno: si limita a porgergli la cartella che papà ha abbandonato sulla sedia solamente un secondo prima.
Io sono sempre più imbarazzata e prego Dio che scagli un fulmine sulla mia testa proprio in questo momento.
Papà, invece, come se nulla fosse, prende la cartella dalle mani di mamma e la porge al medico. Poi torna a sedersi.
Il medico scorre le carte con i vari referti medici. Passa i fogli ai suoi colleghi e torna a rivolgersi a noi. «Vedo dal referto dal suo andrologo che si è sottoposto ad una cura farmacologica.»
«Sì, prendo la pasticca tutte le mattine», esclama papà, tornando in piedi.
«No, papà», mi intrometto io. «Hai interrotto il farmaco, perché non sta dando benefici. Per questo farai l’operazione.»
«Ah, non la prendo più la pasticca?»
«No.»
Papà torna a rivolgersi al medico: «No, non prendo più la pasticca.»
Il dottore fa di nuovo quel sorriso cordiale, che però ora mi sembra più un sorriso di pietà che di gentilezza, e continua: «Al momento prende qualche altro farmaco?»
«No.»
«Ma come no, pa’? Prendi tre pillole al giorno!»
«Ah, giusto.»
«Che farmaci usa?»
«Una pillola per i reni, due per la pressione – una la mattina e una dopo cena.»
«Ti stava chiedendo il nome dei farmaci», gli sussurro, nel vano tentativo di andargli incontro e aiutarlo a mettere fine a questo supplizio.
«Ah, giusto. Dunque quella per i reni è… quella per i reni…» Si volta verso mamma e io non riesco a non alzare gli occhi al cielo. «Giulia’, come si chiama quella pasticca che prendo per i reni?»
Mamma non si scompone. «Reomax.»
«Reomax», ripete papà.
«E per la pressione?»
Papà guarda nuovamente mamma, che sbuffa e dice: «Tenoretic.»
«Tenerotic», ripete papà.
Il dottore fa nuovamente quel sorriso di compassione e, se non fossi così imbarazzata da volermi sotterrare, gli darei uno schiaffo in piena faccia per farlo smettere di sorriderci in quel modo. Si scambia l’ennesima occhiata con gli altri medici, poi dice: «Benissimo. Perché non si spoglia, così possiamo visitarla?»
Papà mi guarda con occhi spalancati. «S-s-spogliarmi? Ma non avevi detto che questi non mi avrebbero fatto togliere le mutande?»
«Papà, la giacca e la camicia. Devi solamente toglierti la giacca e la camicia. Ce la puoi fare.»
Ma evidentemente mi sbagliavo.
Papà si toglie la giaccia e la poggia sullo schienale della sua sedia. Poi comincia a slacciarsi la camicia e, non capisco proprio il perché, decide che è un’ottima idea tentare di sfilarsela via senza prima slacciare le bretelle che reggono i pantaloni in equilibrio sul suo pancione rotondo. E cosa più assurda, anche mia madre ritiene che sia una buona idea, perché tenta in tutti i modi di aiutarlo a togliersi la camicia, senza muovere di un solo millimetro le bretelle.
«Mamma, papà, le bretelle…» cerco di intervenire, ma loro non mi ascoltano.
E poi cominciano a muoversi. Papà gira su se stesso, con la camicia sbottonata, mezza fuori e mezza dentro i pantaloni. E mamma gli gira intorno. Tra sbuffi e grugniti. Ed è ridicolo, e imbarazzante, e assurdo. Tanto che non riesco a distogliere lo sguardo dai miei genitori che continuano a girare e a sostenersi, nella speranza che la camicia venga via.
«Signorina Rengoni?»
Mi volto di scatto verso la voce del dottore che mi chiama. «Sì?»
«È lei che deve prendere la 104, vero?»
«Sì.»
Il dottore guarda i miei genitori, poi sorride. «Venga a firmare.»

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