Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il paese

di

Data

Partivamo a giugno per le vacanze estive e tornavamo a fine settembre per l’inizio della scuola. Padre, madre e tre fratelli al colmo dell’eccitazione, in una 600 con i bagagli legati sul tetto dell’auto insieme all’ombrellone e alla grossa tela blu contenente l’indistruttibile canotto.

Questo racconto è stato scritto durante
il laboratorio di scrittura autobiografica
condotto da Rossana Campo

 

Partivamo a giugno per le vacanze estive e tornavamo a fine settembre per l’inizio della scuola. Padre, madre e tre fratelli al colmo dell’eccitazione, in una 600 con i bagagli legati sul tetto dell’auto insieme all’ombrellone e alla grossa tela blu contenente l’indistruttibile canotto. Avevamo una casa in Abruzzo, in un paese vicino il mare, una casa ammirata e invidiata per quel primo e unico ascensore meta di pellegrinaggi dei paesani. Con cinque lire infilate nella cassetta interna si poteva ascendere e discendere i sei piani, spesso dovevo mettermi in fila per rientrare a casa. Era un paese di contadini e pastori, un mondo piccolo e arretrato che ci accoglieva a volte con cesti di fichi e amarene, a volte con diffidenza.
Ci conoscevamo tutti, o si era parenti o amici. Abituata alla libertà di movimento che avevo a Roma, quegli occhi puntati addosso in continuazione, le chiacchiere, le maldicenze, il fiato sul collo di chiunque ravvisasse un comportamento ‘non consono’ con il tempo diventarono insopportabili . Tutti sapevano tutto di tutti e il posto cominciava a starmi stretto.
Quando vidi per la prima volta le sorelline avevo 13 anni, mia sorella Joanna 14 e stavo sperimentando le prime insofferenze. Ce ne stavamo nel negozio di nostra zia, una specie di emporio dove si vendeva qualunque cosa, con i nostri prendisole a fiori e i nastrini di raso a tenere su le trecce quando entrarono due bambine più o meno della nostra età, con stracci lerci addosso e i capelli arruffati. La zia, una persona mite e dolce, si trasformò in una strega, afferrò una scatola di confetti e la lanciò addosso alle bambine urlando loro di uscire immediatamente. Restammo basite con lo stecco di gelato squagliato in mano senza capire.
Cominciammo a fare domande in giro e alla fine la verità venne fuori: il fratello e la madre le costringevano a prostituirsi lasciandole di sera in prossimità di una curva fuori dal paese. La madre era una disabile mentale, il fratello un delinquente e vivevano di questo, quindi ci bastò fare due più due per capire che buona parte dei maschi locali abusava di loro. E come sempre tutti sapevano.
All’inizio non mi era chiaro il significato della parola prostituzione, le prime informazioni sulla sessualità mi erano state fornite dalla compagna di banco, una ragazza sveglia e precoce che però non era ancora arrivata al concetto di pedofilia e di commercio del sesso. La messa a fuoco della situazione in cui si trovavano le due sorelline fu uno shock, almeno quanto constatare che nessuno era intervenuto per sottrarle a quella violenza. Venni a sapere che il signore vicino di casa e di ombrellone tanto gentile che mi portava in barca la mattina, era solito tirarle su in auto e appartarsi con loro. Cominciai a guardare i maschi in un altro modo e a rifiutare gelati, carezze e passaggi che mi offrivano, non era più una questione di insofferenza ma di rigetto per quell’ambiente ipocrita e quel sistema disgustoso su cui si reggeva la comunità.
Io e mia sorella andammo alla ricerca delle bambine, non fu difficile trovarle nella baracca in cui vivevano vicino al fiume e convincerle a seguirci, le portammo a casa inconsapevoli che a breve saremmo state marchiate come loro. Mia madre le infilò nella vasca, liberò le loro teste dai pidocchi, tagliò i capelli ingovernabili, le fece mangiare e riposare, a noi due spiegò che ci sarebbero state una serie di conseguenze spiacevoli ma che oramai non potevamo chiudere gli occhi. Non li chiuse neanche mio padre.
Ricordo che un sabato mattina io e mia sorella le portammo al mercato per comprare dei sandali e delle stoffe per far confezionare dei vestiti che la sarta si rifiutò di cucire. Eravamo un insolito quartetto che non passò inosservato: due ragazzine graziose e abbronzate insieme a due zingare pallide e denutrite che continuavano a guardarsi i piedi infilati negli infradito con le stelle marine appena comprati. Tra le conche di rame per andare a prendere l’acqua, le scodelle di ceramica, le bancarelle di noccioline, di zoccoli e di bambole, tra le contadine con i cesti in terra pieni di pomodori, peperoni e melanzane, i venditori di pentole e di caramelle, le bancarelle di pesce e di porchetta fumante, Sabbia e Marilena si muovevano leggere e felici forse per la prima volta. Si piantarono con gli occhi sgranati davanti ad un misero tavolino che vendeva anellini con pietre di vetro di tutti i colori, la scelta del monile fu estenuante ma alla fine misero al dito il gioiello, scelsero una stoffa bianca con le ciliegie rosse e ce ne tornammo a casa.
I vestiti li cucì mia madre, le accudì e le rese presentabili prima di attivarsi per farle togliere alla famiglia.
Per qualche tempo divennero intoccabili, con una sorta di provocazione e fierezza le portavamo con noi alle feste o a fare delle passeggiate seminando ovunque disapprovazione. Le porte si stavano chiudendo anche per noi, per le figlie del ‘Professore’. La vacanza spensierata mi aveva messo di fronte a verità insostenibili e a sentimenti dolorosi, l’eccitazione iniziale aveva lasciato il posto alla delusione e al disincanto. Gli amici non ci invitavano più a giocare in piazza, ad attraversare il fiume, ad arrostire le pannocchie, a ballare sulla spiaggia , a cogliere i grappoli d’uva e le more per fare le marmellate, le noci e le mandorle sugli alberi da spaccare con le pietre. Quell’anno, persino il rito della preparazione delle conserve in cui per tre giorni le donne e i bambini si riunivano intorno ai fuochi per la bollitura dei pomodori, passò senza che me ne accorgessi, senza ascoltare storie e favole, senza cantare “Vola vola” e senza vedere mia madre aggirarsi felice tra i pentoloni fumanti a piedi nudi sulla terra arsa.
Nel caldo di agosto e dei fuochi c’era sempre qualche donna che la sventolava con il ventaglio di piume per attizzare le fiamme mentre le raccontava storie divertenti sovrastando il suono di grilli e cicale
“Signò la sapete la storia di Scendobabbo e lù padrone? E le bomboniere di Mastruzzo?” E lei rideva fino alle lacrime con un fazzolettone in testa e il grembiule sui fianchi come usavano le altre donne.
“Signo’, quante bottiglie? Vù mette le pipedigne o le mulignane?”, e intanto a noi ragazzi ci spalmavano i fichi ancora caldi di sole sul pane.
Quell’anno le donne del paese si limitarono a prendere ordini da mamma e a farci recapitare a casa le scatole con le bottiglie di conserva già pronte.
Un altro segnale di guerra arrivò a mio padre. Lui che ogni estate dava ripetizioni gratis ai ragazzi del paese e che era costretto a fare una graduatoria per l’affluenza di richieste, notò una serie di defezioni improvvise, tra cui quella di nostro cugino Pantaleone, figlio della zia che aveva cacciato in malo modo le bambine dal negozio. Proprio quel ragazzo a cui aveva fatto vedere per la prima volta il mare e la montagna, a cui aveva insegnato a nuotare e ad andare in bicicletta, l’Italiano e la Storia, che trattava come un figlio.
Viveva con i genitori nella casa in piazza, una posizione strategica durante le feste patronali. La mia famiglia aveva il privilegio di sedere sulle sedie sistemate per l’occasione nel balcone più alto per vedere passare la processione con il santo e la banda in testa, per ascoltare la musica mangiando lupini , noccioline e bevendo liquori e sciroppi dai nomi fantasiosi che la zia preparava nel retrobottega. La gente li comprava per i colori, per mostrare nella vetrinetta in sala la varietà di scelta
“Volete uno bianco? Uno blu? Uno verde o questo roscio appena uscito ‘ Sangue di Kennedy?’. Erano tutti schifosamente uguali, cambiava solo la polverina con cui li preparava e il nome sull’etichetta.
Con la scusa che eravamo ancora piccoli mamma ci comprava le bottiglie di gazzosa prima di entrare.
Quell’anno i rapporti si raffreddarono al punto che preferimmo guardare i fuochi d’artificio da casa nostra insieme alle due ‘appestate’ piuttosto che salire quelle scale.
Iniziò presto un via vai di persone, sindaco, vice-sindaco, assessori, si chiudevano in salone con mamma e ci passavano ore, l’unica cosa chiara era che le sorelline non sarebbero più tornate in famiglia, e questo contribuì a far riprendere loro peso e fiducia nel prossimo.
La fine della vacanza si stava avvicinando, la casa cominciava ad essere ingombra di bagagli, stavo dipingendo con lo smalto da unghie delle conchiglie quando mia madre chiamò me e mia sorella in una stanza per dirci che quel giorno stesso le sorelline sarebbero partite per non tornare mai più, le avrebbero trasferite in una casa-famiglia a Firenze, ci chiedeva di aiutarla a preparare le due piccole valigie.
La notizia mi procurò sentimenti contrastanti, da una parte ero triste ma dall’altra provavo un senso di sollievo, avevo spalle troppo piccole per sopportare il peso della loro difesa e per la prima volta non vedevo l’ora di tornare a Roma e ricominciare la scuola lontano da tutta quella storia.
Ritornai alla mia vita , alla scuola di danza, ai quaderni e ai libri che profumavano di nuovo e pensavo raramente alle due sorelline. Quando tornai l’estate successiva mi innamorai di un ragazzo più grande di me, studiava a Milano e d’estate tornava al paese di origine, forse lui mi aiutò a riconciliarmi un po’ con quella terra, ero felice e attratta dalla bellezza dei luoghi che mi faceva scoprire. Ogni tanto arrivava qualche notizia smozzicata sulla loro sorte: in orfanotrofio una aveva imparato a fare la parrucchiera, l’altra l’estetista, dopo la loro partenza la madre si era incatenata all’inferriata del comune dormendo su un materasso per protesta e questo era tutto, nessuno ne voleva più parlare, neanche io.
Tre anni fa, una delle due, Sabbia, è riuscita a rintracciarmi attraverso una lettera in cui mi ha lasciato il suo numero di telefono. L’ho chiamata, ha preso subito un treno dalla Puglia con il figlio avvocato e il marito carabiniere e ci siamo incontrate.
Una donna bella ed elegante mi ha abbracciato a lungo piangendo in silenzio, mi ha detto che lei e Marilena non avevano dimenticato un solo particolare di quella estate, e in tutto quel tempo non avevano mai smesso di parlare di noi , di cercarci e di ringraziarci per quello che avevamo fatto, sapevano il prezzo che avevamo pagato per la loro salvezza. Mi disse che non erano mai più tornate al paese e che sua sorella era morta da poco di tumore. Ne aveva persa una, era venuta a cercare le altre due.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'