Oltre il possibile

di

Data

Caro Spock, non so dove tu sia in questo momento, ma sono sicura che con i tuoi poteri vulcaniani potrai in qualche modo percepire la mia richiesta. Tu non mi conosci, ma tu per me sei un mito, un idolo.

Caro Spock,

non so dove tu sia in questo momento, ma sono sicura che con i tuoi poteri vulcaniani potrai in qualche modo percepire la mia richiesta. Tu non mi conosci, ma tu per me sei un mito, un idolo. Tu che riesci a mantenere l’aplomb in ogni situazione, tu che risolvi i conflitti interstellari più irrisolvibili, tu che ne sai una più del diavolo, ma soprattutto tu che sai usare il teletrasporto.
Ecco: avrei bisogno proprio di quello. Venerdì ho una cerimonia di premiazione, dove sicuramente non sarò io a ricevere il premio, ma dovrei proprio esserci, e poi sarà una serata stupenda, con tanto di VIP, fotografi, champagne e caviale … insomma un sogno!
Ma non potrò andarci perché l’azienda non mi ha approvato le ferie, quindi alle 18.00, se tutto va bene, finirò di lavorare all’EUR, a Roma e la cerimonia si svolge alle 18.30 a Firenze. Capisci? Non c’è soluzione! Non posso mica rischiare il posto di lavoro per un premio che neanche riceverò io.
Sono condannata a non andare. Ma se tu, lasciandomi giusto qualche minuto per trucco e parrucco, mi teletrasportassi alle 18.20 dal mio ufficio di via Cesare Pavese alla Fortezza Da Basso a Firenze, allora il gioco sarebbe fatto!
Sei la mia unica possibilità. Vienimi a prendere! Parcheggi l’ Enterprise proprio sopra il palazzo a vetri della mia grigia azienda, la riconosci perché al piano strada c’è uno di quei ristoranti cino-giapponesi che però sa fare anche la lasagna: dovresti assaggiarla! È più buona di quella che faccio io…
Ci vediamo alla reception del secondo piano, alle 18.20, mi porti sull’astronave e poi dritta a Firenze!! Mi sembra un piano perfetto!
O forse due teletrasporti di seguito fanno male? Oddio non è che poi mi ritrovo un braccio al posto della gamba? No, ti prego questo no!
Se non si può fare dimmelo, infondo io non riceverò nessun premio, e poi come ci torno da Firenze? Inoltre, se ci vado, sicuramente tutti penseranno che io speri di vincere quel dannato premio, invece si sbagliano: so già che andrà a Federico Marcelli, lui sta frequentando il dottorato al Politecnico di Milano, e conosce tutti i professori e gli astro fisici dell’ambiente. Io non ho potuto accettare il mio posto di dottoranda alla Sapienza: sono arrivata terza e le borse di studio erano solo due. Devo mantenermi da sola e la grigia azienda dove lavoro paga molto bene, non posso lamentarmi: ho la macchina aziendale, il telefono con 10 giga al mese, i minuti infiniti e ho anche i buoni pasto da 8 euro e 20 che uso per pranzare, a volte anche cenare, al cino giapponese qui sotto.
Insomma, io ci ho provato Spock: mi sono iscritta al concorso scientifico con le referenze del Professor Martini, il relatore della mia tesi, lui si che mi vuole bene. Ho usato tutti i permessi e le ferie a mia disposizione per lavorare al progetto. In azienda non ho potuto dire niente. All’amministratore delegato interessa solo vendere vendere vendere. E io sono quella che fa “vendere” di più. Figuriamoci se gliene frega qualcosa che una sua dipendente vinca un assegno di ricerca per un suo progetto scientifico da sviluppare a Chicago. Il giorno dopo lui venderebbe solo di meno.
Perciò facciamo così: se siamo sicuri che due teletrasporti di seguito non mi riducano ad un ammasso di cellule scombinate, allora vienimi a prendere. Altrimenti mi rassegnerò a non partecipare a questa meravigliosa cerimonia.

Con ammirazione
Amanda

 

Sabato alle 18.20 ora terrestre, sono al secondo piano di via Cesare Pavese 232. Questi umani, così approssimativi, proprio non li capisco. Basterebbe un minimo di senso logico per fornire un numero civico piuttosto che un’indicazione così approssimativa, come un ristorante.
Alle 18:20 sono alla reception. La ragazza del desk mi guarda incuriosita e sorride a labbra strette, ma di Amanda non c’è neanche l’ombra. “Mi scusi signorina, cercavo la dottoressa Spinelli.”
“Buona sera, lei è?”
La guardo dritta negli occhi, il sopracciglio alzato: “Spock: Tenente comandante dell’Enterprise.” “Ma certo ah ah ah ah, la annuncio subito.”
Compone finalmente il numero, con un aggeggio che so chiamarsi telefono, ma che ancora non mi spiego perché sia così grande.
“Mi spiace, ma la dottoressa non risponde al telefono dell’ufficio, se vuole la chiamo sul cellulare.” “Esegua, grazie.” Questa volta neanche la guardo.
“Ha un accento molto particolare, da dove viene?”
È curioso osservare quante domande inutili riescano a fare gli umani, in particolare le femmine. “Dal futuro.” Rispondo, senza assecondare l’intenzione di approfondimento conoscitivo dell’umana. “Ooook, vedo che si è calato molto nel personaggio… Chiamo subito la dottoressa.”
Sono le 18 e 25 e siamo ancora al punto zero.
“Dottoressa Spinelli, c’è una persona per lei, è già lontana dall’ufficio o può venire qui al secondo piano? Perfetto, riferisco… Cosa? Vuole sapere chi è? Ehm… guardi, meglio che lo veda lei stessa.”
Riaggancia, mi guarda incapace di sostenere il mio sguardo immutato e con tono cauto cerca di rassicurarmi:
“La dottoressa dice che in cinque minuti sarà qui”
Finalmente ha smesso di emettere quei fastidiosi suoni di divertimento. Adesso piuttosto sembrerebbe spaventata, ma non saprei dire con precisione: le emozioni degli umani non le ho mai capite. Spero che Amanda ci metta meno di 5 minuti ad arrivare perché sarebbe davvero troppo tardi. E non mi delude: dopo tre minuti esce dall’ascensore. Appena mi vede, indietreggia di un passo e mette la mano destra sul petto, è pietrificata, gli occhi sono quasi fuori dalle orbite. In questi pochi secondi noto qualcosa di familiare nel viso e nell’atteggiamento delle spalle tese ed impaurite.
“Cos’è uno scherzo?” Vorrebbe gridare, ma lo dice con un filo di voce che forse solo le mie orecchie da Vulcaniano possono percepire.
“No, sono qui dalle 18 e 20 come hai chiesto. La gentile signorina alle mie spalle può confermare.” “Confermo!” dice all’istante.
“Ora dobbiamo andare.”
“Quindi non sei venuto… per la lasagna (?)” Solo ad un terrestre, per di più di sesso femminile e di origine italiana, potrebbe passare per il celebro che un tenente comandante intergalattico possa fare un viaggio spazio temporale per una lasagna. A dirla tutta, mi aspettavo una donna più pragmatica. Cerco di focalizzarmi sulla missione:
“Sta per iniziare la cerimonia.”
È ancora immobile, spalle strette nella giacca, mano destra ancora poggiata sul petto, gli occhi fuori dalle orbite.
“Oddio mio” riesce a pronunciare.
“Sì Amanda, ho ricevuto il tuo messaggio. Sono già le 18.28.” Le dico alzando lo sguardo verso l’antico orologio digitale appeso alla parete.
“Ma io non mi sono neanche cambiata!” “Farà lo stesso.” Replico.
“Oh no passiamo a casa: ho un vestito di Patrizia Pepe che non ho mai messo!” Capisco di dover prendere totalmente in mano la situazione:
“Computer, cerca Patrizia Pepe.”
In meno di un minuto secondo ho le coordinate:
“Patrizia Pepe è in vendita in un negozio situato in Viale Beethoven 47.” Suggerisce la macchina.
“Computer, teletrasporto per due da via Cesare Pavese 232 a Viale Beethoven 47. Energia.”
Mentre ci smaterializziamo vedo la segretaria scomparire, abbandonata dalle gambe, dietro il desk azzurro della reception.
Una sorte simile tocca ad una commessa del negozio dove arriviamo 2 secondi e 3 millesimi più tardi. Senza vederne l’autrice, riesco a udire alle mie spalle la successione dei seguenti suoni: voce femminile che urla una A prolungata, dei passi veloci e uno stridio come di scivolata che termina dietro il bancone laccato. Credo sia l’unica umana ad aver assistito alla materializzazione. Gli altri restano immobili, mentre mi guardano senza pronunciare parola alcuna. Non avevo riflettuto sulle possibili reazioni di terze persone alla nostra apparizione.
“Amanda, scegli un vestito” incalzo, stiamo accumulando sempre più ritardo.
“Ok, ok… mi arrendo.” Risponde con una certa risolutezza. In due minuti e 45 secondi è già pronta, i commessi restano muti tutto il tempo, si sbottonano solo per un grazie tremolante dopo il pagamento di 419 € e 90 alla cassa. Prima di poter dire “Computer”, Amanda riesce ad afferrarmi per il braccio e a trascinarmi in un camerino libero per non far assistere commessi ed avventori alla nostra singolare dipartita. Apprezzo l’intuizione che ha avuto prima di me, e comincio a intravedere la donna che mi aspettavo. Il camerino ci stringe ad un palmo di distanza, posso sentire l’odore dei suoi capelli. Questa stimolazione olfattiva porta le mie sinapsi ad un ricordo d’infanzia, della mia infanzia.
Sto finalmente per pronunciare la parola computer, ma Amanda riesce a bloccarmi in tempo per la seconda volta. Tiene il mio indice nel suo pugno, è molto più bassa di me, nonostante i tacchi, e mi guarda con degli occhi enormi: “Siamo sicuri sicuri che tutti questi teletrasporti non mi facciano male?”
Non rispondo. Libero il dito dalla sua presa e attivo il ricettore istallato sulla mia divisa, all’altezza del petto.
“Computer, teletrasporto per due, da Viale Beethoven 47 a Fortezza da basso, salvata tra i preferiti. Energia.”
Per la seconda materializzazione ho scelto un punto della Fortezza che, in base alle mie ricerche, è sempre deserto ed è ad un passo dalla sala conferenze.
“Oh mio Dio, siamo davvero qui, e la cerimonia è appena iniziata!” “Non sembri felice.”
“No, in effetti no.”
“È curioso come spesso voi umani riusciate ad ottenere tutto quello che non volete.” “Conosco questa frase, l’episodio è Missione di pace.”
Mi conosce davvero bene, forse crede di sapere di me più di quanto io non sappia di lei.
“Bene Amanda. Adesso devi andare.” La mia missione si conclude, sono pronto a tornare sulla mia astronave, ma i condotti lacrimali di Amanda sono in attività e i bulbi oculari risultano umidi. So che questo avviene negli umani in caso di forti emozioni, ma a me, che in fondo sono umano per metà, non è mai successo.
“Ti prego, resta con me, altrimenti rischio di sprofondare nella sedia quando daranno il premio a Federico Marcelli e me ne starò lì da sola con tutti gli occhi puntati addosso, pieni di commiserazione.”
A mio avviso abbiamo portato a termine l’obiettivo preposto e nella lettera d’incarico che ho ricevuto non si parlava di nessuna forma di accompagnamento, ma mi rendo conto di quanto sia impossibile discutere un argomento senza un comune presupposto di riferimento. Cerco di incoraggiarla.
“Ti aspetterò fuori. Con le mie orecchie vulcaniane per metà, potrò sentire tutto quello che succede dentro la sala.”
“Ma io vorrei qualcuno accanto a me, proprio dentro la sala”
Il suo sguardo impaurito è molto simile a quello di mia madre quando le dissi di volermi iscrivere all’accademia della flotta stellare. Mi disse: “Non hai motivo di preoccuparti, andrà bene!” La parola “bene” ha accezioni variabili, per me è inaccettabile. L’influenza che la sfera emotiva del genere umano femminile ha sul senso logico è sbalorditiva. Ma ricordo di aver imparato qualcosa a questo proposito:
“Dopo un certo tempo, si può dire che “avere” non sia, dopo tutto, una cosa così piacevole come “volere”.
La voce di Amanda si unisce alla mia: “Non è logico, ma spesso è vero.” Abbiamo pensato la stessa cosa, potrebbe trattarsi di un raro episodio di telepatia o di quello che gli umani chiamano, a mio avviso inappropriatamente, empatia. Amanda non ha più l’aria impaurita: sorride. Non ricambio.
“Lunga vita e prosperità.” Mi dice infine. È quasi sull’attenti, prima di voltarsi e allontanarsi, senza mai guardare indietro, scomparendo oltre la soglia della sala congressi. Passano pochi minuti e il premio viene assegnato al Dottor Marcelli, il dottorando del Politecnico di Milano. Questo Amanda lo sapeva già, ma quello di cui non era a conoscenza è che stasera, proprio a Firenze, conoscerà un illustre scienziato americano che nel 2025 le darà il loro terzo figlio: Spencer, il suo favorito. Si racconta fosse l’unico a riuscire a mangiare la sua lasagna. Il ragazzo avrà un legame così forte con sua madre, da arrivare ad imporre il nome Amanda alla sua prima nipote femmina. Il nome verrà tramandato, di generazione in generazione, fino a mia madre, che nascerà nel 2194.
Se elimini l’impossibile, quello che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità.
“Computer, teletrasporto per uno su Enterprise. Energia.”

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