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Il carcere dentro

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il sole tramontava e le luci della città iniziavano a riflettersi sul cielo. In quel momento ricordava l’ultima volta che aveva visto le stelle. Non a Roma, di questo era certo.

Il sole tramontava e le luci della città iniziavano a riflettersi sul cielo. In quel momento ricordava l’ultima volta che aveva visto le stelle. Non a Roma, di questo era certo.

Durante quel tramonto l’agente Federici si stava preparando all’inizio del turno di notte. Si fermò a contemplare l’ufficio mentre si stava cambiando. La scrivania, gli armadietti, persino il soffitto e i muri coperti dalla muffa erano grigi. Pensò a quanto fosse tutto così grigio in quella città, in quel carcere, e dentro l’animo di chi lo viveva. I detenuti erano tutti nelle loro celle. Ogni volta che la notte scendeva l’inquietudine gli montava addosso. La notte a Regina Coeli non era il momento adatto per pensare ai problemi. “Dormici sopra, domani è un altro giorno”. Si dice sempre così per rassicurare le persone care. Lo ha fatto anche lui il giorno prima con suo figlio quando la mamma non si è alzata dal letto per cucinare il pranzo. Così anche il giorno prima, e il giorno prima, e chissà quanti altri ancora. Ma in quel posto dimenticato da dio il domani a volte non è un altro giorno. Ogni notte per un detenuto può essere l’ultima: c’è chi si ammazza, chi muore di overdose, c’è chi come il detenuto Mancini non è visto come un uomo dalle guardie. Ma sa che non può cambiare le cose.

Dopo essersi allacciato la fondina e infilato la pistola d’ordinanza cominciò il suo giro di controllo. Percorrendo il corridoio batteva le sbarre gridando: “Vedemo de nun fa cazzate e annatevene a dormì!”. In realtà nella sua mente pregava “Per favore tenete duro, domani è un altro giorno”. Aveva bisogno di sputare parole dure contro i detenuti, non conosceva altro modo per caricarsi il peso di quella responsabilità.

Ci volle un po’ prima che il silenzio coprisse le bestemmie, gli insulti e le urla dei detenuti. Avevano solo l’odio e la loro voce a cui aggrapparsi in quelle notti. L’agente Federici non faceva mai rapporto sulle ingiurie che subiva o degli sputi di cui era bersaglio. Perché li capiva e li invidiava. Loro avevano l’odio con cui sentirsi ancora vivi, a lui non era rimasto più nemmeno quello.

Quando arrivò davanti alla cella del detenuto Mancini lo trovò in una pozza mista del suo stesso sangue e urine. Matteo Mancini, detto “Er Mummia” per via della sua esile corporatura, era lì nudo e si teneva le gambe al petto, rannicchiato in un angolo della sua cella. Quella notte non aveva dormito per il dolore e per il sapore ferroso del suo sangue in bocca.

Il tanfo rendeva l’aria irrespirabile persino fuori dalla cella. L’agente Federici dovette far ricorso a tutto il suo autocontrollo per non vomitare lì davanti. Si fermò a guardarlo, il detenuto rispose allo sguardo. Gli occhi erano rossi e gonfi per i pugni e per il pianto. L’agente Federici sospirò intensamente, uno di quei sospiri carichi di tensione e di cose non dette. Si passò la mano in faccia massaggiandosi prima la fronte e poi gli occhi. Nel frattempo il detenuto stava respirando sempre più piano, per recuperare le forze.

“Torneranno?” riuscì a domandare dopo qualche secondo di fatica.

L’agente Federici si guardò intorno, il corridoio era vuoto, c’era solo lui. In quel momento pensò che forse sarebbe stato meglio non rispondere a quella domanda, di andare avanti con il suo giro. Non doveva provare compassione per i detenuti o sarebbe rimasto schiacciato dal loro odio.

“Sè, torneranno.” alla fine decise di rispondere.

Mancini lo guardò sostenendo lo sguardo, ma era spento, come quello di chi aveva compreso che quella poteva essere l’ultima notte. Non pianse, si trattenne dal farlo, e l’agente Federici lo percepì e dentro di lui ringraziò il detenuto per non rendere quel momento più gravoso di quanto già non fosse.

“Perché?” sibilò Mancini, sbattendo la testa contro il muro.

Sembrava la domanda di un bambino che voleva scoprire con innocenza il mondo. Era la domanda a cui non avrebbe mai saputo rispondere. Perché non c’era una risposta. Perché cercare la risposta significava mettere in discussione ciò su cui aveva giurato per indossare quella divisa.

Era la stessa domanda che ogni giorno suo figlio gli ripeteva quando la madre non trovava la forza per mangiare, per camminare o anche solo per parlare. Sembrava che fossero passati decenni da quelle notti in cui tutt’e tre si stringevano nel grande letto della camera matrimoniale della casa nel rione di Monteverde e la sua meravigliosa moglie raccontava sempre la stessa favola ai suoi due uomini per addormentarli. Per lui era come un rito che lo liberava da tutto il dolore che sopportava ogni giorno dentro Regina Coeli. Ma ora non c’era più, quella litania era sparita, assieme alla vitalità della moglie. E lui non smetteva mai di domandarsi “come cazzo si aiuta una persona a uscire dalla depressione”? E non aveva la benché minima risposta.

Si limitò a scuotere la testa, per far intendere che non poteva rispondere.

“Perché?” ripetè Mancini con tutta la voce che gli era rimasta in quel corpo tumefatto dai pestaggi.

La foga del detenuto accese l’inquietudine dell’agente Federici che battè con violenza il palmo della mano sulla sbarra della cella di Mancini, ma prima ancora che avesse il tempo di rispondergli sentì il cigolio del passante, accompagnato dal rumore distinto di passi e schiamazzi divertiti.

Erano arrivati. Si sentirono come se i loro peggiori incubi avessero preso vita.

L’agente Federici si voltò nella direzione opposta rispetto a quella da cui provenivano i passi e riprese il suo giro di controllo. Non volle guardare chi fossero, non sarebbe servito a nulla conoscere i carnefici perché a nessuno sarebbe importato di quella storia. Perché il mondo si poggia su due concetti tanto semplici quanto ingrati: esistono domande a cui non si hanno risposte e quando si hanno le risposte le domande non sono poi così tanto importanti. Era questo che avrebbe voluto dire a Mancini in risposta al suo “Perché?”, ma non ne ebbe il tempo.

“Ah Lla’, manco ce saluti?” la voce roca dell’agente Mario Diaz trattenne l’agente Federici dal continuare il suo giro di controllo. Per lui non era una voce, era un grugnito. Avrebbe voluto tapparsi le orecchie per non sentirlo.

Si voltò verso Diaz e lo vide, assieme all’agente Scelba, già intento a inserire le chiavi nella serratura della cella di Mancini.

“A Mariè. Ma nun dovevi accannà?” gli rispose cercando di mascherare il fastidio di vedere ancora lì il suo collega e gettando una fugace occhiata al detenuto che si accorse di quello che stava per accadere.

“Er bowling c’ha dato na sola. Volevamo divertisse npo’” il rumore della serratura che scattava si sovrappose al quel fastidioso suono che usciva dal muso del collega.

Intanto i due agenti aprirono la porta, entrando nella cella mentre Mancini provava a fatica ad alzarsi, sperando di potersi difendere dal suo destino.

Federici rimase lì, impietrito, a guardare quegli attimi che precedevano l’inevitabile. Mancini cadde, ancor prima di ricevere il primo pugno di Scelba, rovinando scomposto per terra mentre Diaz incitava il collega a continuare con calci.

“Che volemo fà Llà? Non te voi scaricà ‘n po’? O tu moje s’è ripijata?” ancora quel verso animalesco, e Federici si portò le mani alle orecchie, chiudendo gli occhi, sperando che quella scena potesse scomparire, come un brutto sogno.

“Ahò! Llà! Guarda che se nun vieni a divertitte domani poi sò cazzi tua. Ce lo sai, no? Te ricordi chi ce sta de guardia domattina?” Diaz alzò la voce per farsi sentire da Federici, anche se lui non voleva. Quelle urla fecero scattare i detenuti delle celle vicine che iniziarono a inveire contro tutto e tutti. Non avevano chiaro cosa stesse succedendo: Mancini non aveva né la forza, né la voce per chiedere aiuto.

L’agente Federici si ricordò che la mattina dopo sarebbero stati proprio Diaz e Scelba di turno. Ora lo aveva realizzato e nel momento in cui se ne accorse, un sorriso si materializzò sulla bocca dell’agente Diaz.

“Annamo, daje, se semo capiti”. Federici realizzò che era l’unica salvezza per non essere messo nella merda dal rapporto di abusi che avrebbero fatto contro l’agente del turno di notte.

L’agente Federici di impulso non ci pensò su: portò rapidamente la mano alla fondina ed estrasse con altrettanta velocità la pistola puntandola verso l’agente Diaz. La mano gli tremava, la rabbia improvvisa che si impadronì di lui in pochi attimi fece spazio ai dubbi, ai pensieri e alle incertezze. Tutte quelle emozioni che pensava fossero rimaste assopite in quei lunghi anni di apatia verso tutto e tutti. La mano incominciò a tremare, la vista ad annebbiarsi. L’agente Diaz rimase fermo, e con un breve cenno della mano invitò anche l’agente Scelba a fare altrettanto.

Finalmente realizzò: non aveva scelta. Cosa avrebbero fatto sua moglie e suo figlio se quella trappola lo avesse fatto annegare? Abbassò il capo e con esso anche la pistola che riadagiò all’interno della fondina.

Non gli rimase altra scelta che entrare anche lui nella cella di Mancini, trattenendo il respiro e chiudendo gli occhi. Pensò a quando era bambino e per le vie di Roma giocava coi suoi amici a calcio sognando di vestire la maglia della Magica e di segnare, segnare, segnare…

Andarono avanti per qualche minuto finché non furono stanchi e il divertimento dei due colleghi scemò per fare posto a quell’apatia contagiosa. Non si dissero più nulla, nemmeno quando i due agenti se ne andarono come se nulla fosse mai accaduto.

Federici chiuse la cella e allontanandosi evitò lo sguardo di Mancini, non voleva che vedesse nei suoi occhi alcun segno di compassione o pentimento. Voleva che si attaccasse solo all’odio, l’unico sentimento che lo avrebbe potuto salvare anche quella notte.

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