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Sei giorni

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Ha diciassette anni, ha freddo, ha braccia e mani enormi che tiene ben aperte per apparire ancora più grande, sta fermo, il sole di febbraio non scalda ma crea a terra un’ombra nera, un suo doppio venuto ad aiutarlo a difendere la porta.

Ha diciassette anni, ha freddo, ha braccia e mani enormi che tiene ben aperte per apparire ancora più grande, sta fermo, il sole di febbraio non scalda ma crea a terra un’ombra nera, un suo doppio venuto ad aiutarlo a difendere la porta. L’arbitro fischia il rigore, sente lo schiocco del piede contro il pallone e sente il suo corpo che si lancia per afferrarlo. Tendini, ossa, muscoli stanno per scollarsi dallo sforzo ma è tutto inutile, non raggiunge la palla, il tuffo va a vuoto; ha finito di andare in alto e la parabola inizia a scendere ma poi avverte, per un breve istante, le dita della mano destra toccare il pallone. Mentre precipita, lo vede deviare la traiettoria, sbattere sulla traversa e rimbalzare fuori del campo di gioco.
A terra muove la testa guardando verso le gradinate e quando trova quello che cerca, gli occhi gli diventano rossi. Intravede l’uomo seduto sui gradoni di cemento tirare fuori dei fogli da una cartellina rigida e passare la penna a suo padre per farglieli firmare.
Lui è la nuova promessa del calcio giovanile italiano e quello seduto vicino a suo padre è il selezionatore della Roma venuto apposta per ingaggiarlo; e, dopo quell’ultima prodezza, si è convinto del suo talento, suo padre poi è molto più che soddisfatto: è felice.
Non è lo stesso dei primi incontri, quando appariva molto preoccupato, da uomo onesto e semplice aveva esposto meticolosamente al tizio della Roma tutti i rischi di quella nuova avventura, fino a quando, giorni prima, il talent scout si era presentato a casa senza nessun avvertimento. Convinse suo padre che si trattava di uno sport sano, che sarebbe stato seguito da un’equipe di medici, che loro avrebbero pensato a ogni cosa, soprattutto all’ istruzione e che non c’era niente di cui preoccuparsi. Mentre il padre si convinceva, il selezionatore gli mostrava la brochure della scuola di calcio, gli alloggi, la mensa, le palestre, i campi da gioco, e lui già si perdeva tra i sogni; poi spiegò il significato di un debutto in serie A. Il denaro sarebbe stato solo uno dei premi che l’aspettavano, avrebbe giocato con i suoi idoli, le trasferte, la notorietà, gli spot televisivi, ma soprattutto la gloria di essere un calciatore, maggiore di quella di una rockstar, perché significa diventare ogni domenica un gladiatore al Colosseo.
Poi aveva cambiato tono, disse che i genitori, pur di avere una possibilità come quella, gli si mettevano in ginocchio davanti, infine aveva preso un frutto dal vassoio: «un’arancia fa presto a maturare e se non la spremi marcisce in fretta, fortuna per me che c’è sempre un cesto pieno dove posso andare a pescarne un’altra», poi se ne andò e lui, quello stesso giorno, conobbe Margherita.
Dopo la parata, scorge la bocca del padre muoversi lentamente componendo a una a una le parole nel tentativo di decifrare il contratto: «è fatta, è l’accordo» pensa. Si alza a fatica, perché i crampi si sono fatti molto forti, percorre qualche passo fino ad arrivare al palo della porta, ci appoggia un braccio e piega il mento appena in tempo per vedere l’erba inondata dal suo vomito.
Alla fine ha vinto lei! Era convinto di essere immortale e di poterlo nascondere, ma alla fine ha vinto l’eroina. L’ultima immagine che gli torna in mente è la voce in lontananza del selezionatore che dice – allora è vero! Poi si riprende il contratto e se ne va.
La vergogna arriva come un secchio di melassa di una gag di Stanlio e Olio che qualcuno gli versa da sopra la testa mentre sta fermo. Densa e trasparente inizia a colare sopra e sotto i vestiti, fin dentro le scarpe, ora è chiaro a tutti che è un tossicodipendente, ma non è per questo che si sente ridicolo, ma per suo padre e sua madre. Quando lo riportarono a casa piansero, ma di nascosto e non gli attribuirono nessuna colpa, si limitarono a volergli bene e a prendersi cura di lui. Dopo quello che era accaduto, le loro vite sarebbero diventate una continua menzogna da dar in pasto ai parenti, ai colleghi e ai parrocchiani di un quartiere di periferia che sapeva tutto di tutti, ma a loro non importava; non interessava quanto fosse lampante la verità, l’avrebbero negata e poi sarebbero tornati a prendersi cura di lui; avrebbero sopportato qualunque umiliazione, pur di guarirlo.
Dopo la parata rifiutò di salire sull’ambulanza, suo padre lo portò a casa di peso, poi lo aiutò a mettersi a letto. Tra poco sarebbe andato in pensione e pensò, mentre lo trascinava: “non è giusto! sono io che devo occuparmi di questo corpo che non ce la fa più! perché i suoi muscoli sono stanchi e le ossa non sono in grado di reggere i miei 82 kg sani”.
Poco dopo lo sentì parlare attraverso i muri finti di casa a tono basso, cercando le parole per sua madre che di eroina non ne sapeva nulla, ma conosceva bene le storie del quartiere e piangeva e piangeva, poi però si asciugò gli occhi e venne da lui sorridente.
Fu proprio mentre la madre sorrideva che prese la decisione, aveva trasformato il suo momento di gloria nella sua più grande sconfitta! Non aveva il coraggio di dire a suo padre che aveva paura. “C’è solo un modo” pensò, quindi: acqua, limone, poi, durante la breve ebollizione, svuotare più eroina possibile sulla pancia del cucchiaio, infilzare un pezzetto di carta sulla punta dell’ago a far da filtro, caricare, trovare una vena buona, risucchiare fino a vedere un filo rosso salire nella siringa e premere lo stantuffo. Lo premette molto lentamente e solo un po’, sentì il liquido scaldarlo e cancellare tutte le preoccupazioni, ora era pronto a farla finita, era pronto a spingere fino in fondo, ma si fermò e ripensò a quando conobbe Margherita sei giorni prima. Erano gli ultimi giorni di gennaio, i più freddi dell’anno, lei indossava leggins neri, anfibi e aveva piercing su tutto il corpo. Anche se faceva di tutto per distruggersi era molto bella.
Il primo giorno, si ritrovò a far l’amore con lei in un parcheggio, avevano bevuto tutto il pomeriggio e gran parte della notte per trovare il coraggio di farlo. Finirono con le prime luci dell’alba e gli spazzini che gli venivano incontro, lei gli disse del suo segreto, ma era così bella e stava con lui, diceva che ne era venuta fuori, però non era vero. Il secondo giorno bruciò l’eroina sopra una stagnola e la fumarono insieme. Il terzo giorno la madre se ne andò e li lasciò soli in casa e fecero l’amore tutto il tempo. Il quarto giorno c’erano tutte e due: lei e l’eroina e tutte e due lo coprirono come una coperta e gli scaldarono il cuore, ma c’era follia, troppa follia in quello che fecero nei due giorni successivi, alternando la droga al sesso. Poi fu solo droga e tutto fu così breve, intenso e veloce, arrivò la domenica ed era il sesto giorno, il giorno della partita. Lei preparò due iniezioni e si fecero, una, due, tre volte, poi smise di contarle. Suo padre lo chiamò, allora raccattò i vestiti e andò al campo di calcio, l’allenatore era furioso ma decise di farlo giocare lo stesso, così si cambiò e la partita cominciò, il selezionatore arrivò e si sedette vicino a suo padre. Per tutto il primo tempo faticò a stare in piedi, ma fu fortunato, si limitò a un paio di parate facili, poi arrivò il rigore e a questo punto spinse lo stantuffo fino in fondo.

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