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Atti alcolici in luogo pubblico

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ok, nessun problema. Che ci vuole. Ci passo attraverso senza neanche guardare, io. Ora, non mi si vorrà mica dire che, solo perché ogni tanto mi è capitato – non spesso, e certamente solo in condizioni psicofisiche di forte stress – come dire,

Ok, nessun problema. Che ci vuole. Ci passo attraverso senza neanche guardare, io. Ora, non mi si vorrà mica dire che, solo perché ogni tanto mi è capitato – non spesso, e certamente solo in condizioni psicofisiche di forte stress – come dire, non di ubriacarmi, né di dare in escandescenza, ma solo di abbandonarmi a una sorta di eccedenza alcolica, una lieve e brilla euforia, ecco, solo perché questo è capitato un paio di volte non vuol mica dire che io sia un alcolista, no? Certo che no. Non comincio mica a bere dalle prime luci dell’alba, non vado in giro con bottigliette mignon nelle tasche del giubbotto. Quindi, nessun problema. Io i vini neanche li guardo.

Ecco qua, prendo il mio carrello carico di analcoliche cibarie e passo attraverso gli scaffali con passo deciso, indifferente. Non mi curo affatto del colore scuro delle bottiglie, che si susseguono una dietro l’altra in un paradisiaco ripetersi. Non mi soffermo affatto a pensare a quel liquore virgineo, intrappolato, inassaggiato. Non immagino certo il tintinnio leggero delle bottiglie che si urtano l’una contro l’altra.

Niente di tutto questo. Spingo il mio carrello senza alcuna difficoltà, tengo giusto gli occhi un po’ fissi sulle casse, proprio in fondo al corridoio, senza neanche sbattere le palpebre. Avere un obiettivo lontano mi fa andare più spedito. Non che ne abbia bisogno, chiaro.

Con la visuale periferica vedo che siamo passati dai vini bianchi ai vini rossi e stiamo per arrivare all’ultima fila dei vini liquorosi. Mancherà poco più di un metro. Comincio a deglutire a vuoto, allungo il passo, respiro male. Mezzo metro. Ovviamente ce la farò, neanche a dirlo. Sento gli occhi secchi. Sto per superare gli scaffali con le ultime bottiglie di vino, vedo distintamente il cartellino sul petto della cassiera anche se non riesco a leggerne il nome. Ci sono quasi.

“Hola, mi corazon.”

Mi immobilizzo di scatto. È una voce che ti scalda lo stomaco da dentro. Giro la testa quel tanto che basta per vedere che accanto a me, vicino agli scaffali dei superalcolici, c’è solo un omino calvo con una palese sinusite. Le probabilità che sia stato lui a parlare sono davvero minime.

“Mi alma? Estoy aqui.”

Stavolta la voce proviene chiaramente dalla mia sinistra. Mi volto e la vedo.

La bottiglia di Rioja Gran Riserva più sexy che abbia mai visto, con delle curve che si stringono per formare il suo collo voluttuoso, su cui appoggiare le labbra, fasciato in un provocante rivestimento di alluminio rosso. L’etichetta è scura, elegante, avvolge la bottiglia mettendone in risalto la silouette perfetta.

“Voi lasciarme aqui, sola?”

“Ma io…” Mi lancio uno sguardo dietro le spalle. L’omino calvo è impegnato a scegliere una bottiglia di vodka, e non sembra far caso a me. “Sei proprio tu? Mi stai parlando davvero?”

“El fuego dell’amor, mi corazon, me fa ablar contigo. Lo sientes?”

“Sì” mormoro. “Sì, lo sento.”

“Portame contigo, mi amor. Prendime con tus grandes manos…”

Faccio un passo in avanti.

“Stappame…”

Reprimo un gemito.

“El mi nettare uscirà como un rio…”

“Oddio sì!”

“Scusi, va tutto bene?”

L’omino calvo mi guarda dallo scaffale dei superalcolici, in mano una bottiglia di vodka. La sua vocina nasale mi raffredda all’istante. Mi passo una mano sulla fronte.

“Tutto bene, tutto bene. È che ho trovato il mio vino preferito in sconto, e mi sono fatto prendere dall’euforia…”

Il tizio mi sorride, accondiscendente. Non sono sicuro di averlo convinto.

“Besame, besame mucho” continua cantando il mio Rioja. “Portame contigo, mi amor!”

Ho il fiato corto, le guance arrossate. Sembro uno che ha appena finito di scopare, solo che sono in piedi nel mezzo della sezione “Vini e liquori” della Coop e la possibilità di essere preso per uno di quei maniaci che si toccano in pubblico è piuttosto alta. Non posso ridurmi così, devo essere forte. Che ci vuole? Mica sono un alcolista.

“Non posso, amore mio” rispondo a bassa voce. “Mia moglie è la volta buona che mi caccia di casa.”

“Como, jo soy aqui, me offro a te, e tu refiuti el mi calor?”

“Ma io vorrei tanto! Tantissimo! Ma l’ultima volta che ci siamo visti io e te è finita male… ho dormito fuori la porta, sul pianerottolo… E poi questa relazione mi sta distruggendo.”

“Ma que hombre sei? Donde esta el tuo coraggio?”

Mi copro gli occhi con le mani. Insomma, il fatto che io parli con bottiglie spagnole utilizzando pesanti doppi sensi sessuali fa di me una sorta di feticista, ma non un alcolista, no?

Ma la verità è che ne sono più tanto sicuro. Per la prima volta prendo coscienza di dove mi trovo, di cosa sto facendo. Mi sento svuotato, il rumore del supermercato inizia a darmi fastidio, l’aria condizionata è troppo alta. Mi sto prendendo per il culo da solo, è palese che io abbia bisogno di aiuto. Non ho ancora ben chiaro se mi conviene rivolgermi prima agli alcolisti anonimi e poi allo psichiatra o viceversa, ma l’ordine di priorità potrò definirlo anche in un secondo momento.

“Ascolta, non posso”. Mi avvicino allo scaffale e, facendo finta di controllare il prezzo delle bottiglie vicine, passo le dita sul fianco del mio Rioja per un’ultima carezza. “Non posso mettere in pericolo il mio matrimonio e la mia vita. I momenti passati insieme sono stati unici, ma tra noi non può andare avanti.”

“Me lasci? Te liberi de me? Como puedes?”

“Non rendere le cose ancora più difficili, ti prego. Se davvero mi ami, capiscimi. Devo pensare a me stesso.”

“Hijo de puta! Eres como todos los demas!”

Faccio un respiro profondo e mi allontano dallo scaffale di un passo. Vedo il vetro della mia bottiglia lucido di dolore. “Addio, amore mio.”

Le volto le spalle in un gesto lento, quasi da film. Dietro di me, sento il mio Rioja che insulta mia madre, tutti i miei parenti più prossimi e condanna all’impotenza i miei discendenti fino alla sesta generazione. Si sa, le donne latine sono focose.

Cammino via veloce, col mio carrello sbatacchiante, vado avanti senza guardare, non so cosa sto facendo. Urto contro l’omino calvo, “Ma che modi sono!” “Scusi, scusi”. Sono in una sorta di trance incosciente, travolto dal dolore e dal desiderio.

Arrivo alla cassa esausto, svuotato. Eppure, pian piano nasce in me una sorta di soddisfazione, che diventa euforia e poi orgoglio. Sono un uomo libero! Niente più relazioni extraconiugali, niente più indizi incriminanti da nascondere, niente più cicchetti clandestini alle quattro del mattino, niente più…

“Quella era baldracca. Tu hai scelto vera signora di Muosca.”

Non muovo neanche la testa. Immobilizzato, con le mani che iniziano a sudare copiosamente, abbasso lo sguardo sul mio carrello, a guardare la bottiglia di vodka che non so come ci si è materializzata dentro.

“Meno male tu tolto me di mano a quel tizio brutto e senza capelli! Io ringrazio te per bene, no ti preoccupare. Io ora  faccio vedere a te come ci si scalda in grande Madre Russia.”

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