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Principe libero. Il biopic su Fabrizio De André

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Sandro Russo ha visto in anteprima il biopic su Fabrizio De André – Principe libero: istruzioni per l’uso. In tv lo vedrete su Rai 1 in due puntate il 13 e il 14.

In una stagione in cui in tutta Europa, e anche in Italia, il cinema visto nelle sale registra i suoi minimi storici, arriva un film pensato per la televisione e programmato con la formula “solo per due giorni” (con ripetizioni, però, visto il successo!), fa il pieno di spettatori malgrado la durata spropositata di 3h e 15’, e benché si sappia che tra pochi giorni verrà passato su RAI Uno in due distinte puntate: il 13 e 14 febbraio p.v.

Questo film “fenomeno” è Fabrizio De André – Principe libero”, il biopic di Luca Facchini, con Luca Marinelli.

Co-prodotto da Rai Fiction e Bibi Film e distribuito da Nexo Digital, la sceneggiatura è di Francesca Serafini e Giordano Meacci (gli stessi di Non essere cattivo, l’ultimo film di Gianfranco Caligari (2015), anch’esso con Luca Marinelli).
Le due diverse presentazioni sono state pensate per rendere omaggio alla scomparsa del cantautore, avvenuta l’11 gennaio del 1999, e alla sua nascita (il 78° anniversario cade il 18 febbraio).

Fabrizio De Andrè interpretato da Luca Marinelli

Fabrizio De Andrè è interpretato da Luca Marinelli (lo seguiamo dal suo film d’esordio, La solitudine dei numeri primi (2010); è stato premiato con il David di Donatello per l’interpretazione dello Zingaro in Lo chiamavano Jeeg Robot (2016); ma lo ricordiamo anche in Il padre d’Italia (2017) e in Una questione privata (2017), per citare solo alcuni dei suoi film).
Elena Radonicich e Valentina Bellè interpretano i grandi amori del cantautore genovese, rispettivamente la moglie, Enrica Rignon, detta Puny (scomparsa nel 2004), e Dori Ghezzi, sua compagna fino alla fine, la donna che con lui condivise anche i quattro mesi di prigionia durante il sequestro del ’79, in Sardegna. Il padre è un roccioso Ennio Fantastichini. Gli amici e confidenti, Paolo Villaggio e Luigi Tenco, sono interpretati da Gianluca Gobbi e Matteo Martari.

Il film fa il pieno di spettatori nelle sale, soprattutto giovani, per quei misteriosi canali di passaparola tramite web, che i manipolatori di consenso vorrebbero riuscire a capire meglio!
Il film è piaciuto molto, malgrado qualche mugugno legato però alla essenza stessa del biopic: brutto termine derivato dall’inglese, sintesi di biographic (motion) picture; in italiano”film biografico”.
Molti sono fieramente avversi ai biopic.
“È come un giallo di cui già si conosce la trama e anche come va a finire… Che gusto c’è?”.
Ma per altri è “il modo”, in cui la biografia viene svolta, che fa la differenza.

Scorrendo vari titoli di film – tra quelli che sono piaciuti molto/poco/niente – è possibile fare ulteriori distinguo.
Alcuni biopic si riferiscono a vicende e/o personaggi poco conosciuti, cosicché la sorpresa è tutta mantenuta (come in The imitation game (2014) sulla risoluzione del codice Enigma da parte di Alan Turing). Alcuni biopic isolano un aspetto particolare e poco conosciuto nella vita di un personaggio famoso (Il discorso del re, del 2010). Clint Eastwood è un cultore del genere biopic: con Invictus – L’invincibile (del 2009); J. Edgar (Hoover; del 2011), American Sniper (del 2014); Sully (l’ammaraggio sull’Hudson, del 2016).
Ci sono biopic tra i classici (Gandhi del 1982, diretto da Richard Attenborough) e tra i film d’autore: Lincoln di Spielberg è del 1912.
Recentissimo, ancora nelle sale, L’ora più buia (sulla vita di Winston Churchill, 2017) e sta per uscire il più recente di Clint Eastwood: Ore 15:17 – Attacco al treno (The 15:17 to Paris), 2018.
Particolarmente frequentate dai biopic sono le vite degli artisti famosi. Michelangelo, Caravaggio, Van Gogh, Frida Kalho, Turner… e una miriade di altri. Pittori, musicisti, compositori, cantanti…
Qualcosa avranno in comune, gli artisti, per essere scelti così spesso come protagonisti ideali per questo tipo di film..!

Ma si diceva… ai giovani – dalle impressioni avute all’uscita dalle proiezioni e da un giro di opinioni – il film è piaciuto, sebbene molti apparissero provati (non tutti erano a conoscenza della durata).
E fa piacere vedere che il fascino di De André si mantiene inalterato nel tempo; come se la poesia non tenesse conto delle generazioni e si potesse considerare trasversale e universale.
Sta a vedere che dopo tanti tentativi a vuoto abbiamo trovato un canale di comunicazione con i giovani!

Perché la fascinazione di Faber su di loro sembra la stessa della nostra generazione, gli attuali 60-70enni, sebbene moltissime cose siano cambiate!
Nel dopoguerra, Cesare Pavese prima, Pasolini, Alda Merini, Fabrizio De André poi, hanno avuto un ruolo di “mediatori – traduttori” di cultura. Era da poco comparsa la televisione nelle case degli italiani; non c’era (quasi) il telefono. Il computer, i cellulari e internet erano solo nel libri di fantascienza..!

La copertina lisa e ‘vissuta’ del mio primo lp di Fabrizio (Ed. Karim, 1966 circa, la data non vi compare).

 

La lista dei brani contenuti, nel risvolto interno della copertina (manca la contemporanea Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, testo di Paolo Villaggio), per motivi di autocensura degli editori).

De André in particolare è stato per la mia generazione un ponte attraverso cui accedere a territori poco frequentati… All’epoca in cui abbiamo cominciato ad ascoltare (e ad amare) Fabrizio eravamo ragazzi; altre erano le cose che urgevano (…e come urgevano!). Lui ha agito sulla nostra fievole e grezza sensibilità poetica, facendoci conoscere – di seconda mano – poeti come Villon, Brassens, Prevert, lo stesso Leonard Cohen (con le sue traduzioni di Nancy, Suzanne e altre), le ballate medioevali e il folclore inglese (Geordie con Maureen Rix è del 1966).

Geordie.Hart Hunting

Si ama di più o di meno un artista, conoscendone meglio la vita dal biopic?
Dipende. Questo tipo di film ha aspetti che possono risultare coinvolgenti o al contrario fastidiosi.
– Che bisogno c’era di farlo vedere sempre con un bicchiere in mano e la sigaretta accesa tra le dita? – da più parti ho sentito.
E cos’hanno gli artisti che attira tanto da renderli soggetti ideali per un film biografico?
In linea di massima hanno delle vite estreme, sregolate, con fini premature, spesso tragiche. E la sequenza degli eventi (semplicistica, ma verosimile) può essere questa: maggiore sensibilità, maggior dolore, per cui maggiori correzioni da applicare (alcol, droghe, a volte una deriva nella psicosi se non nella follia conclamata).

Dori, Luvi e Faber nel 1981

A seconda del proprio carattere si preferisce conoscere oppure no cosa c’è/c’è stato nella vita di un artista, per determinare proprio quelle opere. Ma è un discorso complesso. Se ci si sentiamo di fare i giudici di esistenze altrui (…e le vite di alcuni di essi sono state francamente indigeribili) o semplicemente vogliamo apprezzare quel che ci hanno dato come artisti.
Sulle motivazioni c’è anche da dire che il film è stato fortemente voluto da Dori Ghezzi (anche nella scelta dell’attore protagonista) e osteggiato dal figlio di Fabrizio, Cristiano De André. Quindi l’amore nei confronti di un congiunto scomparso può manifestarsi sia nel senso di volerlo far conoscere di più, sia di mantenere quel sentimento “privato”…

Il film. Comincia in medias res, nell’estate del ’79, con una grande tavolata di parenti e amici, in Sardegna, per festeggiare la nascita della piccola Luvi (secondogenita di Fabrizio, nata dall’unione con Dori). Intanto binocoli malevoli scrutano da lontano la scena… Qui inizia una lunghissimo inciso che prende quasi tutto il film e racconta l’adolescenza e l’età adulta del cantautore, tra vita privata, incontri importanti e attività musicale e si raccorda con le fasi del sequestro e la lunga prigionia. Quindi gli anni successivi, con il matrimonio tra i due, nel 1989, fino alla pre-produzione di “Le nuvole” (1990).

Le Nuvole, album del 1990, Ed. Ricordi. In copertina è riprodotta un’immagine raffigurante le nuvole, inizialmente in ologramma, e in epigrafe una citazione di Samuel Bellamy (pirata alle Antille nel XVIII secolo), che ha dato il titolo al film: “…io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare.”

E allora, specie alla luce del prossimo passaggio televisivo, la questione è in questi termini.
Se non volete che venga in alcun modo “contaminato” il ricordo che avete interiorizzato di De André, delle sue canzoni come colonna sonora del vostri anni verdi… non vedetelo.
Ma se vi incuriosisce la loro genesi, volete conoscere meglio le persone che erano intorno all’Autore (Paolo Villaggio, Luigi Tenco, il poeta Mannerini); i suoi amori fugaci e i due più importanti, i rapporti all’interno della famiglia (soprattutto con il padre e il fratello Mauro); l’anticonformismo della persona ma anche la sua fragilità, come anche il suo amore per la natura (l’amata Sardegna da cui ebbe in dono, oltre al dolore del rapimento, anche l’ispirazione per due canzoni straordinarie, Hotel Supramonte e Le nuvole)… L’amore per Genova, l’attenzione alla musicalità dei dialetti (come in Crêuza de mä del 1984), l’empatia con gli sconfitti e i reietti (come in Anime Salve, il suo ultimo disco, del 1996)… allora il film dovete vederlo!

Vorrei chiudere – come fa il film con Bocca di Rosa – con un’esecuzione originale di Fabrizio De André proponendo Amico fragile (del 1975) da uno dei suoi concerti con la Premiata Forneria Marconi.

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