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Piccole stelle

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Illustrazione di Agrin Amedì
Edda Preali era maestra elementare alla scuola Nino Bixio di Genova Foce. Sul lavoro aveva una carezza per tutti gli allievi, specie i più turbolenti, e una parola per tutti i genitori, all’uscita.

Edda Preali era maestra elementare alla scuola Nino Bixio di Genova Foce. Sul lavoro aveva una carezza per tutti gli allievi, specie i più turbolenti, e una parola per tutti i genitori, all’uscita. Aveva i capelli impeccabili, un velo di trucco, la gonna sotto il ginocchio e le scarpe basse. Era una donna che non saresti riuscito a immaginare fuori dalla scuola, con un marito e dei figli. Per tutti era la “sciura mèstra”.

Edda si svegliava presto; quasi sempre prima del suono della sveglia, che teneva sotto il cuscino. La metteva lì perché il figlio Roberto dormiva nel suo letto, con le sponde rialzate, ma di fianco a lei, a portata di mano, e non voleva disturbarlo. Appena aperti gli occhi, si sedeva sul letto, a guardare il piccolo che dormiva. Nel buio quasi assoluto ascoltava il respiro regolare di “Robertino” e spalancava le palpebre, con uno sforzo, per cogliere il su e giù impercettibile della piccola coperta. Roberto dormiva profondamente, raggomitolato su un fianco come un gattino.

Il marito di Edda rientrava verso le dodici e trenta, alla fine del turno di notte che cominciava alle quattro. Dopo aver lasciato il letto, infilata la vestaglia, con i capelli sugli occhi, lei preparava la sua colazione insieme al pranzo per lui, per quando sarebbe arrivato. Alla colazione di Roberto ci pensava Michela, la figlia di una delle famiglie dell’altra scala del palazzo, che lavorava in casa come sarta, e si era data disponibile a seguire Roberto durante la mattinata e le prime ore del pomeriggio, quando i genitori non potevano. Dopo colazione, Edda tornava per un attimo in camera da letto a controllare il sonno del figlio, socchiudeva delicatamente la porta, andava in bagno, si vestiva con quello che aveva lasciato in cucina, su una sedia, la sera prima e si metteva in ingresso, con l’uscio aperto, davanti allo specchio, ad aspettare l’arrivo di Michela, che le avrebbe permesso di uscire. Nell’attesa, guardava la sua immagine come guardava, ogni tanto, l’album di fotografie del suo matrimonio; prima che arrivasse Roberto, prima di quel parto difficile, prima dei danni del forcipe.

Giovanni Battista Bartoletti, per gli amici ‘Gianni’, era saldatore ai cantieri Ansaldo di Sestri Ponente, vicino a dove abitavano. Per otto ore al giorno stava curvo sui ponti e nelle stive di grandi navi di metallo, col cannello a gas o con l’elettrodo tra le mani, senza altra luce che la fiamma o l’arco elettrico. In estate le lamiere erano roventi, in inverno gelide e lui stava sdraiato o seduto a respirare i fumi dell’acetilene bruciato e del metallo fuso quando tagliava le lastre, oppure l’anidride solforosa e il biossido di titanio, quando univa i pezzi di metallo. Aveva costruito, lastra dopo lastra, un ponte della Michelangelo e la prua della Raffaello. Quando nel ’56 aveva visto al cinema le immagini della Settimana Incom, con l’Andrea Doria che affondava, speronato da un piroscafo svedese, aveva pianto per tutto il film, anche se c’erano Totò e Peppino.

Gianni ed Edda si erano conosciuti alla Rotonda, la balera sul lungomare di Prà, dove andavano tutti e due, il sabato pomeriggio, a ballare il liscio e qualche ballo moderno come il twist o il boogie woogie. Lei aveva fatto le magistrali, era istruita e bionda; lui aveva la terza elementare e l’aspetto di una quercia da sughero. In comune, avevano l’altezza, superiore alla media. Un fatto strano per una originaria della bassa padana, e uno che era nato sull’isola della Maddalena.

Quando lui rientrava dal lavoro, per prima cosa, salutava Roberto che stava nel box, in tinello, dove Michela lavorava alla macchina da cucire. Il bambino lo sentiva arrivare dal pianerottolo; distingueva il fruscio della tuta, il rumore delle scarpe da lavoro e lo schiocco del casco protettivo appeso all’appendiabiti del piccolo ingresso. Cominciava a sorridere e a piegare la testa, come poteva, a destra e sinistra, a mandare piccoli urli di felicità e muovere le gambette, quasi a scodinzolare. Quando arrivava, Gianni, lo accarezzava lentamente, si chinava a dargli un bacio per sfiorargli il viso morbido e paffuto, per sentire la consistenza di quella guancia di pesca contro la sua, di cuoio; poi lo accarezzava ancora. Non era frettoloso; le braccia, anche se tenute tese per tante ore, con i tubi in gomma, del gas e dell’ossigeno avvolti intorno, e rese rigide dal freddo, riuscivano a non esser mai pesanti; le mani, screpolate dal caldo e abrase dai guanti di pelle e maglia di ferro, riuscivano sempre a toccare delicatamente i capelli del ragazzo. Poi si spogliava della tuta blu, si faceva una lunga doccia, e apparecchiava la tavola per sé e per Roberto.

Prendeva il bambino di dieci anni, leggero come una piuma, dal box, e lo portava in alto, con le braccia sopra la testa, facendogli fare, in aria, tutto il giro della cucina, per atterrare su una poltroncina a rotelle, di finta pelle, con dei piccoli braccioli imbottiti e logora sugli spigoli, a cui il piccolo si aggrappava con le mani nodose. La sua sedia. Il grande salto faceva sempre ridere Roberto, e qualche volta Gianni glielo faceva fare due o tre volte, prima di cominciare a imboccarlo pian piano con il suo cucchiaio. I danni al cervello avevano lasciato Roberto all’età di circa un anno: rideva divertito e tranquillo tra le mani grandi del padre. In volo, gorgogliava la sua felicità senza parole, solo con gli occhi; i suoi pochi metri quadrati, tutto il suo mondo, visti dall’alto, facevano di Roberto l’astronauta di un microcosmo. Gianni amava la cucina di Edda; lei era originaria del Ferrarese e, da brava emiliana, gli lasciava sempre qualcosa di buono. La cena per Gianni bastava anche per il pranzo di Roberto; mangiavano le stesse cose; solo che per il fanciullo le sminuzzava fine, fine. Dopo pranzo, Gianni lasciava di nuovo Roberto con Michela e andava a riposare fino a sera.

Edda rincasava verso le tre del pomeriggio, salutava Michela che se ne andava col fagotto del suo lavoro, e preparava una piccola merenda per Roberto. Quando suo figlio mangiava la mela grattugiata, era il momento in cui Edda si poteva raccogliere. Osservava il suo bambino da vicino: il labbro superiore, disegnato con una linea netta, coperto di peluria sottilissima e appena umido; il naso sottile e leggermente aguzzo, come quello di un Apollo del Bernini, arricciato dal gusto della mela; il collo troppo sottile per reggere la testa; il tronco, quasi senza spalle, che partiva subito con il disegno voluminoso e scarno delle costole in rilievo; sotto la maglietta, le ossa sottili e fragili che reggevano una ragnatela di muscoli e tendini che non si sarebbero mai sviluppati. In quel momento ringraziava Dio; un Dio che aveva sempre frequentato poco; per il dono di una vita quasi senza fame in una casa con l’acqua corrente, molto più agiata di quella dei suoi genitori; per il dono di un marito saldo come una roccia, per il dono di un bimbo che, privato di tutti i mezzi per esprimersi, riusciva comunicarle così tanto. Edda, in quel suo momento di preghiera aveva il viso disteso e raccolto, un sorriso timido e lo sguardo perso tra le ciglia del bambino, lunghe e folte, che le sarebbero piaciute, da ragazza.

Il pomeriggio passava lento e ritmato dalla radio, che accompagnava Edda nelle faccende di casa e attirava l’attenzione di Roberto, quando passava Mina o Aznavour. Lui era sempre seduto sulla sua sedia, davanti alla finestra, a osservare i gabbiani in volo, i passeri che venivano a mangiare le briciole sul balcone, le grandi gru del porto, caricare e scaricare, lente, in lontananza; e i passanti, piccoli piccoli, in strada, sei piani più sotto.

Alle sette di sera Edda andava a svegliare Gianni: “Buongiorno amore, è pronta la colazione”. Lui aspettava che lei arrivasse, il più delle volte era già sveglio, quello era il loro momento. Gli bastavano quelle poche parole per affrontare una giornata di lavoro, tonnellate d’acciaio, e tornare col sorriso. Non gliene sarebbero servite di più; anzi. Quello era il momento in cui erano “loro due” e si abbracciavano con la stessa dolcezza di quei pomeriggi alla Rotonda. Lui vedeva negli occhi di lei le centinaia di bambini che cresceva a scuola come proiezioni del suo, e degli altri che non avrebbe più potuto avere; lei vedeva negli occhi di lui le piccolissime cicatrici bianche lasciate dagli ultravioletti assorbiti guardando fisso il punto di saldatura; e vedeva piccole stelle.

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