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Il ragazzo era lì che fissava la sua mano ormai da troppi minuti per quello che aveva deciso di fare. Il rasoio non pesava quasi niente eppure lo sentiva nella sua mano come piombo. Guardava il rasoio e non si decideva ancora: bastava aprire la porta della stanza, avvicinarsi al letto, pochi gesti e i suoi pensieri sarebbero tornati limpidi come acqua di fonte.

Questo racconto è stato scritto durante
il laboratorio di scrittura autobiografica
a cura di Rossana Campo

 

Il ragazzo era lì che fissava la sua mano ormai da troppi minuti per quello che aveva deciso di fare. Il rasoio non pesava quasi niente eppure lo sentiva nella sua mano come piombo. Guardava il rasoio e non si decideva ancora: bastava aprire la porta della stanza, avvicinarsi al letto, pochi gesti e i suoi pensieri sarebbero tornati limpidi come acqua di fonte.
Abitava in una grande casa. Era una casa di quelle tirate su senza tanti ornamenti, come quasi tutte quelle della borgata, case di gente venuta da fuori città in cerca di lavoro durante la guerra e che poi, quando la guerra era finita, c’era rimasta.
La casa aveva due piani. Al piano terra, sul fronte che dava sulla strada, c’era la bottega del nonno e altri negozi; a fianco dei negozi il cancello dal quale si entrava nel cortile. In fondo al cortile c’era il pollaio e, sotto un albero di fichi, la cuccia del cane, legato a una catena di qualche metro.
La scala addossata alla casa, alla sinistra dell’albero, saliva al piano superiore, dove c’erano le stanze, la cucina e un piccolo bagno. In quella grande casa, forse troppo grande per loro, abitava con i nonni paterni e la mamma; oltre i compagni di scuola, che frequentava poco, il ragazzo non aveva altre amicizie. La nonna, una donna magra e silenziosa, era sempre indaffarata per casa. Portava i capelli raccolti in una crocchia, che le davano un aria severa, come di una rassegnazione subita, estranea alla sua natura. Il ragazzo solo una volta vide la nonna con i capelli sciolti, e se ne vergognò come se l’avesse colta nella sua intimità. L’affetto per il nipote era tutto nelle piccole cure quotidiane, niente di sentimentale, tutto cibo e magliette di lana; se c’era amore, questo era come trattenuto e se s’accendeva gli sorrideva felice solo per un attimo, come per assaggiare furtiva un frutto proibito: ogni volta che vedeva il nipote non poteva fare a meno di pensare a quanto quell’angelo fosse disgraziato a crescere senza un padre, e tutto l’amore che poteva dargli le sembrava sprecato, inutile per il ragazzo quanto per lei stessa. Vedeva in lui il ripetersi di una storia già vissuta e il rinnovarsi di un dolore che ancora a fatica tratteneva.
Il destino si era accanito su quella piccola donna. Poco dopo il suo matrimonio era andata a vivere in quella casa con il suo giovane amore, ma lui era dovuto partire per quella guerra dalla quale non era più tornato. Si convinse a sposarsi di nuovo solo perché tutta la sua famiglia temeva le chiacchiere che sicuramente sarebbero nate intorno a una donna ancora giovane e sola, e per giunta madre di un bambino ancora in fasce. Fu così che cedette alla corte discreta ma continua dell’uomo al quale avevano affittato il negozio sotto casa. Lui aveva imparato durante il militare a tagliare i capelli e aprì una bottega di barbiere. Era un uomo piccolo e calvo, però, come tutti quelli del sud, era ossequioso con le donne e spavaldo con gli uomini, e le offriva di nuovo la possibilità di mettere un confine tra lei e la sua famiglia. Ma lei doveva ancora qualcosa alla vita e, dopo aver cresciuto quell’unico figlio maschio, l’aveva visto morire appena dopo sposato, portato via da un cuore troppo debole.
La sua capacità di amare s’era come prosciugata e la tenerezza che provava verso il nipote se la teneva per sé quasi avesse paura che a mostrarla qualcuno gliela potesse portare via, come il ladro che sa bene chi nasconde tesori.
Il nonno gestiva la bottega di barbiere e qualche volta permetteva al nipote di aiutarlo a tenere pulito e a mettere in ordine i vari strumenti del suo lavoro. Solo i rasoi erano proibiti al ragazzo, forse lo riteneva ancora piccolo e incapace di toccarli senza tagliarsi. Qualche volta il nonno li portava in casa dove gli rinnovava il filo passandoli più volte su una striscia di cuoio. Poi li riponeva in un astuccio di legno che custodiva in un cassetto nel mobile del soggiorno, per poi riportarlo il giorno dopo a bottega.
Il ragazzo lo chiamava nonno ma sapeva benissimo che le cose non stavano così. Avere una famiglia a metà lo faceva sentire diverso dai suoi compagni: lui non aveva neanche il padre e questo cambiava a tal punto le cose che gli altri avvertivano questa distanza. Non amava uscire con i compagni nei pomeriggi liberi da scuola, e i suoi rapporti con loro si limitavano a estenuanti partite di pallone nei prati, dove si mostrava caparbio e tenace nel gioco e sfogava al massimo la sua forza altrimenti compressa nei suoi muscoli acerbi.
Non amava il nonno e forse ne era ricambiato. I lunghi silenzi di quell’uomo venivano giustificati con il fatto che era un uomo del sud, condizione che a casa aveva reso normale il ruolo dominante di cui s’era appropriato. Andava soggetto a improvvisi scatti d’ira, scatenati da chi sa quali stupidi motivi. Il furore imprevedibile che lo prendeva terrorizzava le donne e le lasciava poi attonite, tanto era assurdo, e per giunta accompagnato da sproloqui a loro incomprensibili, pronunciati nel dialetto oscuro della sua terra. Non appena l’uomo usciva dalla stanza le due si lasciavano andare ad un ridere a mala pena soffocato e solo in quel momento trovavano un po’ di complicità.
Quando era con il nipote si limitava a semplici gesti imbarazzati, come se si sentisse inadeguato al ruolo che gli era stato assegnato dalle circostanze. Quando era piccolo gli insegnava semplici cose, come fare i nodi delle stringhe delle scarpe o gli elencava i nomi delle poche automobili che cominciavano a passare anche nella strada principale della borgata, quando lo portava con lui mentre sbrigava qualche commissione. Ma tutto questo come se assolvesse ad un compito che avrebbe volentieri evitato. Ogni tanto tirava fuori spiccioli di saggezza e gli parlava del coraggio che ci vuole nella vita per non farsi fregare dagli altri e dello stare sempre in guardia perché i pericoli possono essere rapidi e inaspettati. E mentre lo diceva lo ripeteva anche a se stesso, come se fosse lui a dover ancora imparare a vivere.
Il ragazzo avvertiva l’insincerità di tutto questo e la ricambiava con diffidenza; non riusciva a sostenere a lungo lo sguardo del nonno e più cresceva e meno sopportava la sua compagnia.
Ma quello che più di tutto non sopportava di quell’uomo, più del suo parlare cantilenante sporcato dall’inflessione querula del suo dialetto, più ancora dell’odore di brillantina e di profumi scadenti che gli rimanevano addosso anche quando non lavorava, era il suo essere brusco con la nonna e troppo ossequioso con la mamma. Spesso la accompagnava a riporre i vestiti ancora caldi di stiratura nell’armadio, in camera da letto, cosa che mai aveva fatto con la nonna; oppure si trovava per caso all’uscita del lavoro della mamma e rientravano a casa insieme.
La mamma aveva trovato un lavoro che la teneva occupata tutto il giorno. Da quando s’era sposata la sua famiglia l’aveva lasciata al suo destino e neanche la morte del marito aveva cambiato le cose. Rientrava tardi, giusto il tempo di dargli un bacio, aiutare la suocera a preparare la cena e qualche chiacchiera su come era andata la giornata e poi, solo una grande voglia di dimenticare tutto. Quando lui era piccolo, invece, il ritorno della mamma era il momento più bello della giornata; quelle poche ore di distacco sembravano anni e anni. Non avrebbe mai smesso di baciarlo e stringerlo se non per stirare i suoi vestiti o lavando le cose del bambino, anche per non offrire alla suocera motivi di rimprovero. Quelle due donne, accomunate da un destino troppo simile, non riuscivano a trovarne il filo che le avrebbe rese quasi sorelle; sembravano diffidare l’una dell’altra e solo l’amore per quel ragazzo le univa. La mamma gli parlava delle cose che avrebbero fatto insieme, della casa nuova dove sarebbero andati a vivere lei e lui da soli, dei viaggi che avrebbero fatto anche al di là del mare e che sarebbero stati sempre insieme.
Una sera, la mamma rincasò piangendo; fu quella l’unica volta che invece di correre ad abbracciarlo, come accadeva di solito, andò velocemente a chiudersi in bagno. Il nonno arrivò qualche minuto dopo e il bambino si stupì che né lui né la nonna dissero nulla su quel pianto ingiustificato.
Da quella volta il ragazzo cominciò a notare che la mamma evitava il nonno e soprattutto in assenza della nonna non rimaneva mai nella stessa stanza dove c’era lui.
Durante gli ultimi anni della sua infanzia l’affetto per la madre cambiò e il piano inclinato nel quale la mamma occupava punto più in alto e lui il lato opposto, e come per forza di gravità riceveva tutto da lei, modificò il suo angolo, e li pose quasi alla stessa altezza. Ora si sentiva tanto forte da poter dare anche lui qualcosa alla mamma.
Più diventava grande e più spesso riemergevano inaspettatamente ricordi della sua infanzia, richiamati da chissà cosa, forse odori o immagini che, come ami, pescavano nel fondo della sua memoria fatti che credeva di aver dimenticato per sempre. Quando ricordava le cose del passato gli sembravano vissute da un altro, dal quale voleva affrancarsi al più presto. Sentiva l’urgenza di dare un senso nuovo a tutto quello che aveva vissuto fino ad allora, come per dimostrare a se stesso, prima che a tutto il mondo, che lui ora era diverso, già adulto e sicuro di ciò che faceva. Cominciava a pensare che le cose che gli apparivano normali (il suo vivere in quella casa, i nonni, i compagni di scuola che riteneva spesso insopportabili per la loro stupidità) poteva cambiarle, se voleva, e la consapevolezza di averne la forza non faceva che aumentarne l’urgenza.
Ricordò quella volta che si era svegliato presto prima che la mamma uscisse di casa e dalla porta socchiusa del bagno l’aveva vista piangere silenziosa. Il nonno era lì vicino a lei e le carezzava le spalle. Allora aveva pensato che alla mamma mancava il papà e che doveva crescere in fretta ed essere lui a non farla piangere.
Ora questo episodio gli appariva diverso e sembrava emergere una verità che ancora non si disvelava pienamente; stringeva allora i pugni e sentiva imbrogliarsi i muscoli della pancia, come quando aveva fame.
Improvvisamente capì che odiava quell’uomo, e che l’aveva sempre odiato; l’immediatezza di quel sentimento lo fece quasi tremare. Il fatto stesso di odiare gli diede ancora una prova che aveva abbandonato del tutto la sua infanzia. Non aveva il coraggio di osservarne le radici, eppure sapeva dove l’odio nasceva e come si alimentava. Ora non sarebbero bastate le parole vaghe e il nascondersi dietro i silenzi.
Il ragazzo sapeva dove il nonno teneva l’astuccio con i rasoi appena affilati e pronti per essere usati domattina nella sua bottega.
Con sicurezza, aprì il cassetto del grande mobile nel soggiorno, e trovò l’astuccio. Aprì anche questo e ne tirò fuori un rasoio, tra i tre o quattro che c’erano; lo scelse a caso, senza pensarci troppo.
Immaginò di spingere la porta socchiusa della camera da letto dove il nonno riposava.
Non ci volle molto: la prima rasoiata tagliò al vecchio la gola all’altezza del pomo d’Adamo: ebbe come un singulto, un tossire improvviso. Tentò di sollevarsi, portò le mani alla gola, ricadde e si girò su sé stesso, rannicchiandosi sul letto. I sussulti scomposti del vecchio non cessavano e coprì con le coperte il corpo dell’uomo e ci si buttò sopra cercando di fermare quel tremore che pian piano si spense.
Rimase ancora un po’ immobile sul corpo del vecchio, sepolto dalle coperte poi, scoprì il cadavere.
Marco stringeva ancora il rasoio nella sua mano. La luce nella stanza era quella del lungo pomeriggio estivo e rendeva splendente ogni cosa; la sera sarebbe arrivata solo fra molte ore e c’era ancora tempo per una partita con i compagni.

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