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Il segno di Rayuela

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Illustrazione di Agrin Amedì
I miei capelli sono neri, nerissimi, come le ali di un corvo, sono cosi neri che i miei amici, quando ci incontriamo per strada, mi dicono “Hey Nera!”. Li porto lunghi fin da piccola e non ho mai lasciato che qualcuno gli avvicinasse delle forbici.

I miei capelli sono neri, nerissimi, come le ali di un corvo, sono cosi neri che i miei amici, quando ci incontriamo per strada, mi dicono “Hey Nera!”. Li porto lunghi fin da piccola e non ho mai lasciato che qualcuno gli avvicinasse delle forbici. Comunque mi stano benissimo, neri, lungi e lisci. Sono seduta al centro dell’aula, sul mio banco. Sono circondata su tutti i fianchi, l’aula e affollata di ragazzi che danno l’esame di stato come me. Non conosco nessuno e nessuno conosce a me. Un paesaggio molto naturale per i miei occhi, alla fine tutte le scuole si somigliano, quattro pareti, tanti banchi in fila, la lavagna bianca. Per fortuna questa ha perlomeno una finestra. Davanti alla lavagna c’è una donna, di sicuro una professoressa che ha il compito di fare da “Facilitatrice” dell’esame durante il fine settimana, si vede che non guadagna molto bene. La professoressa ci segue con lo sguardo, verificando che tutto fili liscio, che nessuno copi. Di tanto in tanto ci dice come siamo messi col tempo per cambiare di quaderno e passare alla seguente prova.

-Ricordatevi ragazzi, avete un minuto e mezzo a domanda.-

-Riguardavo la scheda delle risposte: 39 a,b,c, o d, 40 a,b,c,d, 50 a,b,c,d. Mi veniva l’ansia nel vedere i quadratini vuoti e tornavo a matematica. Mi ero preparata tutto l’anno per dare la prova, senza un buon risultato non si poteva accedere ad un’università rispettabile. Le risposte di chimica e di fisica le avevo tirate a indovinare. Un mio amico mi aveva detto che se riempivo il foglio delle risposte in scala, tipo 1a, 2b, 3c, 4b e cosi via, avevo un’alta possibilità di prendere un punteggio accettabile. Avevo visto un’altro ragazzo accanto a me che addirittura aveva portato un dado. A scuola ce la facevo con gli appunti ma qui senza calcolatrice, ne formule…

“stanno scherzando?! Boh… comunque sarà per quelli che vorranno fare il dottore oppure lo scienziato, ma io non ho la stoffa per queste cose”. In realtà non sapevo come sarei potuta essere utile alla società, ma avevo raccolto molte informazioni riguardo a quello che non mi piaceva e non volevo fare e la gente per cui di sicuro non avrei lavorato, e questo includeva tutto ciò che contenesse numeri, ad eccezione di quelli stampati sulle banconote.

-Sono le 11.30 avete 10 minuti prima di passare alla prova di letteratura.-

-“Aaaaah!!! come mette ansia!” mi guardo intorno e gli altri sono tutti assorti, quello che sembra addormentato, quella che colpisce il banco con la matita, quello che guarda fuori dalla finestra con faccia di chi se ne vuole andare ma non ce la fa, quello che disturba il ragazzo che gli sta davanti col battere del piede. Torno al mio libretto, leggo e rispondo, faccio del mio meglio, per lo meno la lettura non mi fa del male. Il tempo scorre e non c’è un secondo da perdere in divagazioni.

Legga la seguente traccia e risponda alle domanda da 60 a 66:

Tocco la tua bocca, con un dito tocco il bordo della tua bocca, comincio a disegnarla come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si aprisse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano ha scelto e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con la sovrana libertà che scelgo per disegnarla con la mia mano sulla tua faccia, e che, per un azzardo che non cerco di comprendere, coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti sta disegnando.

Mi guardi, da vicino mi guardi, sempre più da vicino e allora giochiamo a fare il ciclope, ci guardiamo tanto da vicino che i nostri occhi si allargano, si attaccano tra di loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirano confusi, le bocche s’incontrano e lottano nel tepore, si mordono con le labbra, appoggiano appena la lingua tra i denti, giocano nei loro recinti là dove un’aria pesante va e viene col suo profumo antico e il suo silenzio. Allora le mie mani cercano di immergersi nei tuoi capelli, di accarezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre noi ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranze oscure. E se ci addentiamo, il dolore è dolce, e se affoghiamo in un breve e terribile assorbirsi dell’alito, quell’istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare su di me come una luna nell’acqua.

Julio Cortázar – Cronopio Argentino – Universale
(Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi, 12 febbraio 1984)
(Trad. di M.F.)

Leggo e ogni parola mi penetra come semi nella terra fertile, tutto il mio corpo lo percepisce, mi fa le guance livide. Guardo intorno, nessun altro vive quello che sto sperimentando. Sono eccitata per colpa delle parole su un pezzo di carta nel posto più improbabile. I miei occhi sono viziati. Lo rileggo una seconda volta, premo una gamba contro l’altra e con dei movimenti muscolari minuscoli mi do piacere, della mia pelle verso l’esterno provo ad essere di legno, ma all’interno sto ardendo e la mia confusione brucia. Non me ne frega più niente dell’esame, quello che sto sentendo è più grande di me, più urgente. Sono tutta bagnata. “Cavolo! E se quando mi alzo mi si vede la macchia di umidità sulla gonna?” Lo leggo una terza volta e l’effetto è lo stesso. Provo a rispondere a delle domande sul foglio, ma nessuna di esse era in grado di gettare una luce su quello che mi stava accadendo proprio adesso.

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