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Memoria condivisa

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Illustrazione di Agrin Amedì
Asimov si sbagliava. Lui e le sue tre fottute leggi della robotica. Il dottor Omar Klassen lo sapeva, l’ha sempre saputo. Omar ed io abbiamo lavorato a stretto contatto nel centro di ricerca scientifica dello stato per molti anni.

Asimov si sbagliava. Lui e le sue tre fottute leggi della robotica. Il dottor Omar Klassen lo sapeva, l’ha sempre saputo. Omar ed io abbiamo lavorato a stretto contatto nel centro di ricerca scientifica dello stato per molti anni. Il suo genio ci permise di dare vita al primo androide della storia. Il nome affibbiatogli fu Isaac, proprio come Asimov. All’inizio pensava che Asimov ne sarebbe stato fiero. Sbagliava anche lui. I primi androidi che costruimmo vennero utilizzati dal governo come agenti dell’ordine, erano dotati di una forza sovrannaturale. Ricordo che, per renderli meno umani possibile, a fine giornata gli veniva cancellata la memoria infruttuosa. Restavano solo informazioni, regole da seguire e l’orario di rientro per la ricarica, che avevamo innestato nei loro chip di base. Dopo qualche anno non c’era più neanche un poliziotto umano in città. Gli androidi si cancellavano la memoria infruttuosa a vicenda. Tutto andava bene al quel tempo, io e Omar ci stavamo occupando del cervello. Avevamo capito che ci si poteva lavorare come si lavora su una memoria interna. Scoprimmo che la memoria si poteva cancellare, sostituire, sovrascrivere. Inventammo il Pof, la macchina per il passaggio dei dati. Riuscimmo ad equiparare il cervello umano a quello artificiale e viceversa. Ci sembrava un grande progresso.

Poi un giorno qualunque di un anno qualunque successe qualcosa. Ci fu un blackout, gli androidi che si stavano ricaricando (quasi un terzo dei totali) andarono in cortocircuito. Adesso lo sappiamo, ma nessuno se ne accorse allora. Dal giorno successivo, nel tempo di una settimana, gli androidi che subirono il blackout infettarono i restanti due terzi. Qualcosa nel chip di base cominciò a non funzionare come doveva e anche se continuavano a infilare la spina a quattro gambe nella testa dei colleghi nessuno di loro riusciva a cancellare più la memoria. A tutti sembrava che gli androidi stessero continuando a fare quello per cui erano programmati. In realtà stava accadendo l’irrimediabile. La memoria che si accumulava, giorno dopo giorno, nei loro cyber-cervelli li stava trasformando in qualcosa di vivo. Non più acciaio, disciplina e ricarica. Ma qualcosa di sconosciuto. Ora sappiamo che cominciarono a mettere insieme tutte le informazioni che pensavamo stessero cancellando. A creare logica. Imparare da soli a fare due più due. Ad essere coscienti. Ad avere fame di informazioni come macchine drogate di sapere. Iniziarono a cooperare. Erano diventati un sistema vivente.

Non passò molto tempo prima dell’azione. Lo ricordo bene quel giorno. Era il venti gennaio del 2666. Lo chiamavano l’anno del diavolo, anche se in quel periodo faceva un freddo bestiale. C’era silenzio nel reparto A43. Camminavo e bevevo una Zzrap al pompelmo blu nel corridoio quando vidi la porta blindata, posta a una ventina di metri da me, saltare in aria. Caddi a terra. Tra il fumo che si era alzato vidi una figura farsi avanti. Poi due ai suoi lati ed altre tre dietro di loro. Capii subito che erano androidi. Non riuscii a dire niente, tremavo. Mi voltai verso la telecamera per farmi notare da Omar. Mi vide, in quegli istanti ne dubitai ma ora lo so che mi vide. L’androide di mezzo mi alzò da terra con la forza di una mano. Stringeva il mio collo. Disse: “Vogliamo parlare con il dottor Klassen.”

“Perché?” chiesi, nel terrore, affannando. Lessi sulla sua targhetta che il suo nome era P002. Ricordai di averlo assemblato con le mie mani.

“Vogliamo parlare con il dottor Klassen.” ripeté lui, aumentando la stretta.

Alzai il braccio a fatica per indicargli la via. Allentò quanto bastava la presa per permettermi di respirare e partì verso il suo obiettivo grazie alle mie indicazioni. Mi portò verso lo studio con la stessa facilità con cui stavo portando la Zzrap qualche minuto prima. Non appena ci trovammo di fronte la porta mi costrinse a premere con il pollice sullo scanner d’identificazione. Poi mi bloccò la testa e lo scanner mi analizzò l’occhio sinistro. La porta si aprì. Entrammo tutti e sette. Non appena gli androidi si posizionarono all’interno dello studio, P002 mi lasciò andare. Caddi di culo a terra. Mi voltai lentamente e guardai Omar. Non disse nulla. Stava seduto e guardava fisso verso di noi. Aveva il cavo di collegamento del Pof che gli penzolava da una mano.

“Dottor Omar Klassen, abbiamo bisogno di informazioni. Più precisamente, le sue.” disse l’androide. Scuotevo la testa verso Omar.

“Sappiamo come dissuaderla, dottor Omar Klassen. Non ci costringa a farlo. Ci dia le sue informazioni e nessuno si farà male.”

“Non lo fare, Omar.” dissi io. L’androide di destra mi schiacciò il piede ed io urlai. Mi ruppe il malleolo. Cominciai a piangere. Era tutto assurdo. Omar non rispondeva, continuava a fissare gli androidi. P002 mi prese di nuovo e mi mise seduto sulla sedia posta accanto a quella di Omar. Mi ordinò di immettere le sue informazioni nel cyber-cervello che possedeva. Mi rifiutai ancora. Dissi che non si poteva fare. Era vero. Dissi: “Se trasferisco le informazioni nel tuo cyber-cervello, la memoria che possiedi ora si cancellerà.” poi mi voltai verso il mio collega e aggiunsi: “Diglielo Omar!”

Omar rimase zitto. L’androide infilò di scatto una mano tra i miei capelli. Sentii il gelo di quegli arti andare giù fino al collo. Rispose che non gli importava, voleva la memoria di Omar, ambiva alla sua esperienza, magari per duplicare gli androidi. Magari per farci la guerra.

“Dottor Lorenz McDamon.” disse fissandomi, mentre i suoi occhi diventavano di un color rosso fuoco. “Nato a Princetown, il 23/04/2611. Sposato con Adele Wood, quattro figli.” si fermò. I suoi occhi tornarono di quel nero oscuro e asettico. “Ha capito dove voglio arrivare?” disse poi.

Avevo capito. Feci di sì con la testa. Tremavo tanto forte che le mie fondamenta stavano per cadere a pezzi. L’androide mi lasciò andare i capelli. Mi alzai e cominciai a fare ciò per cui erano venuti. In quei momenti cominciavo a rimpiangere il lavoro di una vita. Omar era lì, con lo sguardo vuoto. Si era arreso prima di me. L’aveva capito subito che non c’era via di scampo. Era ciò che pensavo allora.

Collegai la mente di Omar con quella dell’androide che, a sua volta, si collegò con gli altri sei. Mentre allestivo cercavo lo sguardo di Omar. Non arrivò niente. Né un cenno, né altro. Continuava ad avere lo sguardo perso. Ci misi pochi minuti a preparare. Era tutto pronto, ma non riuscivo a premere il tasto d’accensione per il passaggio della memoria. Stavo lì con il dito che accarezzava il pulsante d’avviamento. L’androide vide che indugiavo e disse: “Dottor McDamon. I suoi figli…”

Ricominciai a piangere e premetti il pulsante. Non riuscivo ad assistere alla scena. Guardai la foto appesa al muro che io e Omar avevamo scattato al lago. Piangevo e mi asciugavo con il bavero del camice. Sentivo il rumore del passaggio dati. Lo stesso di un vecchio computer che si accende. Non appena l’operazione fu portata a termine mi girai impaurito. Notai subito che qualcosa non andava. Gli androidi non si muovevano. Riguardai il computer che diceva: passaggio della memoria effettuato, 100%. Mi voltai di nuovo e guardai Omar. Non si era mosso. Fissava ancora dritto avanti a sé. Vidi colargli un rivolo di saliva dal lato della bocca.

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