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Another brick in the wall

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Nella notte avevo l’abitudine di mantenere sempre una luce debole, accesa,  per localizzare i ticchettii, i picchettii, i ronzii che stordivano le mie orecchie. Ma questi sentori sono diventati, via via, sempre più rumorosi e non riuscivo più a capire se fossero dentro di me,

Nella notte avevo l’abitudine di mantenere sempre una luce debole, accesa,  per localizzare i ticchettii, i picchettii, i ronzii che stordivano le mie orecchie. Ma questi sentori sono diventati, via via, sempre più rumorosi e non riuscivo più a capire se fossero dentro di me, per esempio nella mia testa, o dentro l’armadio, o fosse invece il cassetto che, stanco di stare chiuso, pretendeva di vivere all’aperto. Tam, riin, tit, tric. Così ho spento la luce, pensando – che pazzia – che si sarebbero zittiti.
Raramente esco e da tempo non riesco più a farlo, a girare convenientemente, vantaggiosamente, perché non distinguo più le parole, cioè se mi si rivolge una domanda, un commento, oppure se per esempio mi trovo a teatro, sento come un tuono, un bramm, bom eccetera. Potevo andare da un medico, ma come capirlo.
Mi sono ritirata, sempre di più, nella casa che io abito, non da sola, come vedete, tanto non perdo chissà cosa, né poesia, né letteratura, e mi sono rivolta ai libri, alle cose più che agli umani, loro, perlomeno, non ce l’hanno un’anima.  Ma i muri, sì, i muri della mia casa, sì.
I muri mi hanno tradito, con la loro anima, le crepe, avete mai notato quante crepe ci sono nei nostri muri? E parlano e si muovono come onde e ti ricordano quante vite hanno vissuto là e quanti morti e quanti sforzi hai fatto per vivere, sforzi per arrivare alla fine, e non hai avuto scelta.
E così implori che il giorno si faccia notte e la notte il giorno.
Bisogna ammazzarle le crepe e allora con un coltellino scavo. Scavo la crepa, con tutta la forza, faccio cadere la polvere dal muro, e poi, ne costruisco un’altra, quella è giovane e ancora non ha ricordi e appena ne ha uno e sta per parlare, via, l’ammazzo e ricomincio. E scavo scavo, è tutto un sssussurrare e ttrifolaree ssussultare e sscavare e ssezionare e battere.
Mi faccio male, esce il sangue dai palmi delle mani  e il sangue si mescola alla polvere delle crepe e va dovunque e mi copre, entra negli occhi, si inumidiscono. “E’ pericoloso, devi pulire pulire e poi costruire… non distruggere” “Ehi, c’è qualcuno qui?” batto e urlo “Lasciami in pace, ma’, lasciami in pace!” Troppe anime, troppa confusione. Uscire, andar via.
Ebbene. Ieri sera sono uscita, da sola s’intende. Un’occasione unica. Proiettavano la copia restaurata del glorioso film The Wall. Adrenalina, adrenalina pura. Oddio, quella musica, la chitarra che ti salta nel cervello e il basso che ti porta su in paradiso e poi giù giù giù fino all’inferno – Daddy what else did you leave for me? – Il sangue, lo schermo tutto rosso, la guerra, uomini nudi morti nell’oceano, l’ultimo mattone che chiude il muro.
Sono tornata a casa, ho aperto, mi sono tolta le scarpe, mi sono richiusa la porta alle spalle e ho cominciato a piangere e cantare Another brick in the wall.
Sono andata in cucina per prendere un bicchiere d’acqua e “Finalmente, ce n’è voluto di tempo!” Il bicchiere mi scivola per terra, mi ferisco i piedi con i vetri rotti, afferro istintivamente il coltellino che giaceva, dimenticato, nel lavandino, mi ferisco il palmo della mano perché lo prendo per la lama “E adesso che vuoi fare?” Con una tremarella inarrestabile in tutto il corpo, il coltellino nella mano destra, il sangue che mi cola dal piede e dalla mano, il braccio tutto teso in avanti, pronta a duellare “Ma dove sei? Chi sei? Chi  parla? Come sei entrato?”
“Non fare la stupida. Io sono sempre stato qua. Ora tu metti sul tavolo, lentamente, il tuo bellissimo coltellino, ti servirà, ma più tardi, e… guardalo, con convinzione, consapevolmente, non ti agitare, brava, ecco, sono proprio io, il tuo coltellino, che è macchiato del tuo sangue, che parla”.
Ipnotizzata non vedevo se non lui, e sentivo la sua voce dura, asciutta, direi, autorevole. Non avvertivo neanche più le ferite del piede e della mano. Ma sentivo che mi stavo gonfiando, come un gatto che ha paura, e ho soffiato aprendo la bocca, come un gatto che ha paura. Mi sentivo a pezzi, letteralmente, un pezzo qua e uno là e così ho morso il mio braccio, per afferrarlo e riattaccarlo.
“Sei il diavolo!” Ho urlato.
“Non fare la stupida. Sono solo il tuo coltellino. E ho bisogno di fare un giro, perché sono stufo di stare vicino a un vecchio, freddo, grigio di un musone di lavello, vicino a vecchie pentole che non usi neanche più, invecchiate, piene di righe, anzi rughe, che parlano sempre di morte e malattie… ehi, stai ferma, di qui non passi… a meno che… a meno che… tu non fai una cosa per me”
“Io non faccio niente per te!”
“Vedi, sei senza cuore, eppure… poco fa mi hai afferrato per difenderti da qualcuno invisibile, che secondo te ti stava aggredendo, allora potevo essere utile, no? E non ricordi cosa hai detto poche sere fa, proprio qui in cucina, vicino a me Se torna l’ammazzo? E non ti ricordi neanche di avermi fatto dormire con te, nel tuo stesso letto – è stato così caldo, piacevole – perché in tal modo ti facevi coraggio? E adesso mi dici che non vuoi far niente per me. Ingrata!”
Ho urlato con tutta me stessa, l’ho minacciato di distruzione, di annientamento, e poi l’ho pregato, gridando e piangendo, di lasciare la mia casa e il coltellino per tutta risposta mi ha detto che quella non era solo casa mia ma di tutti gli abitanti che io ho alloggiato lì, in tutti questi anni e alloggio tuttora e quindi anche sua e che loro si lamentano tutti i giorni, e anche le crepe dei muri si lamentano, perché io non ho un cuore e non aiuto a scavare, lascio fare tutto il lavoro al coltellino. Improvvisamente l’ho afferrato, abbiamo lottato e mi sono ferita, poi l’ho gettato via, non so nemmeno io dove e sono corsa sotto il letto.
Perdo sangue, ho sonno, ho fame. Urlo, con tutta la forza che mi rimane “Aiuto! Aiuto! Aiutatemi! Salvatemi, per favore!”
“Sono qui, non ti preoccupare.  Non posso continuare a scavare da solo le crepe, vieni qui aiutami. Brava, vieni, ci metteremo un attimo, le crepe spariranno, la polvere cadrà leggera e tutt’intorno ci sarà finalmente un bel silenzio”.

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