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Una storia come tante

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Illustrazione di Agrin Amedì
Mamma dorme. O forse no, non saprei dirlo. Ha la testa appoggiata sul cuscino e gli occhi chiusi. Vicino a me, invece, per terra, ci sono i colori, le penne e le matite che stavo usando prima che papà e lei entrassero in soggiorno, discutendo.

Mamma dorme. O forse no, non saprei dirlo. Ha la testa appoggiata sul cuscino e gli occhi chiusi. Vicino a me, invece, per terra, ci sono i colori, le penne e le matite che stavo usando prima che papà e lei entrassero in soggiorno, discutendo. Be’, no, stavano litigando, e litigavano molto animatamente, per non dire furiosamente. Mi sono stupita di come mamma avesse ritrovato la forza tutt’a un tratto, quando papà era entrato in camera sua gridando “perché hai tagliato i capelli a Bea senza dirmelo?!”;  be’, non erano in camera di mamma, erano in ingresso, e lei era seduta su quel divanetto davanti alla porta, lo so perché in soggiorno, dov’ero io, c’era la porta aperta e io ho visto tutto. Ero dove sono ora, stesa sul tappeto, sdraiata su un fianco.

Mamma ha aperto gli occhi. Quegli occhi blu, belli e odiati da papà, e a volte anche da me.

– Bea –  sussurra –Bea – non la voglio sentire. Chiudo gli occhi e faccio finta di dormire. Poi sento un fruscio, e quando socchiudo le palpebre la vedo voltata con la schiena verso di me, il viso rivolto alla spalliera del divano.

Lo sguardo mi cade sul tappeto spiegazzato sul pavimento e sulla lampada rovesciata sul comò. Delle crepe la attraversano dappertutto, tra poco si romperà. Quella lampada l’ha regalata papà alla mamma quando io avevo dieci anni, due anni fa. E circa tre ore fa mamma ha cercato di romperla. Davanti a papà.

Non so chi abbia più torto. Lei, che spacca tutto e urla, o lui, che si arrabbia per niente. So solo che lei ha rovesciato la lampada apposta, allora anche papà ha urlato. E hanno urlato insieme, senza nemmeno ascoltare quello che diceva l’altro, e poi, d’un tratto, papà ha smesso. Mamma no, ha continuato, non ha smesso nemmeno quando papà se n’è andato di sopra. Ha chiuso quella maledetta bocca solo quando lui è tornato trascinando due grosse valigie. Che io avevo già visto. Due settimane prima papà era venuto di là, in camera mia e mi aveva parlato. Mi aveva sussurrato, anzi: “posso nasconderle qui?” perché, avevo pensato, ma avevo solo annuito. Perché te ne devi andare, io ti voglio bene. Resta per me. Dalla tristezza mi era venuto da piangere, ma ero rimasta ferma “mamma non deve saperlo, ok?” diglielo papà, chiaritevi, avevo pensato, ma avevo solo annuito “brava, Bea” aveva detto lui, e se n’era andato. In quelle valigie c’erano soldi, vestiti, libri e il suo computer. Ci avevo guardato dentro. E avevo capito tutto, ma alla mamma non avevo detto niente.

Intanto guardo le matite diventare più chiare, i colori definirsi e il cielo schiarirsi. Mamma è girata di schiena, come prima. Ma ogni tano sospira e muove l’indice per grattarsi il ginocchio, sopra cui è posato. Beh, penso, era da tempo che doveva succedere. Loro due erano come due candelotti di dinamite che premono dalla voglia di esplodere. Mamma odiava papà perché non la aiutava a casa. E papà odiava mamma perché faceva le cose senza dirglielo. Tipo tagliarmi i capelli. Stamattina mi aveva portata in bagno e me li aveva tagliati cortissimi, come un maschio. Io non volevo, ma non l’ho detto, e mentre guardavo i miei bei boccoli dorati cadere nel lavandino mi veniva da urlarle: “Basta, non voglio!”

Mi ricordo che a tavola ci pensavo sempre, a loro due. Regnava un silenzio teso, ed io stavo tra loro, che non si guardavano nemmeno, figuriamoci parlarsi.

Si vedeva che si odiavano. E io odiavo loro. Li odiavo perché si odiavano e  perché  si facevano odiare.

A letto, ogni notte, in camera mia, stavo stesa su un fianco come sono adesso, con la luce dell’alba negli occhi, insonne come sono adesso, e mi chiedevo perché si fossero sposati, perché fossero ancora sposati. E mentre guardavo l’alba che avanzava, mi rendevo conto che niente  si sarebbe sistemato, sarebbe rimasto sempre così, oppure la dinamite sarebbe esplosa.

E ora penso che da quest’alba a quella che guardavo quando papà c’era ancora, non c’è poi molta differenza. C’è solo quell’ombra che si avvicina sempre più, sempre di più. La guardo mentre si fa più vicina, col cuore che batte contro le costole. No, non batte, martella. Perché so chi è quell’ombra. Capelli neri, alto e magro. Si ferma davanti alla finestra.

– Papà – sussurro. Mamma si muove appena, mormora qualcosa e poi ritorna immobile. Lei non vede perché la spalliera del divano lo copre.

Non deve sapere, come con le valigie. Sono brava a tenere i segreti. Papà, da fuori, muove le labbra. Bea, è probabile che sussurri. Mi fa segno di andare da lui, fuori. Muove la mano avanti e indietro, avanti e indietro. Io mi alzo in silenzio e indico la mamma. Scuote la testa con forza, mio padre. Non vuole la mamma. Vuole solo me. Lo so. Lo sappiamo tutti e due. Forse ricomincerebbero a litigare. Mi muovo in silenzio. Un passo dopo l’altro, arrivo nell’ingresso. Apro la porta e lui è lì, davanti a me. Mi viene da piangere. Ma non piango.

Succede tutto velocemente. Lui si inginocchia davanti a me e mi parla. Mi sussurra, anzi.

– Bea. Bea. Lo sai che ti voglio bene, vero? – lo so. Lo sappiamo tutti e due. Annuisco.

– Ti voglio bene anche con i capelli corti, lo sai? – sì, lo so. Lo sappiamo tutti e due. Ingoio il groppo che ho in gola e annuisco.

– Ti vorrò sempre bene, ma ora me ne devo andare. Con la mamma non ci possiamo, non ci dobbiamo più vedere – lo so. Lo sappiamo tutti e due – tu l’avevi già capito, vero? –  annuisco – verrò a trovarti, okay? Te lo prometto. Ricordati che io ti voglio bene – lo so. Lo sappiamo tutti e due. Ce ne ricorderemo tutti e due.

Lui si alza, velocemente e in silenzio, posa un bacio sulla fronte e se ne va.

E che non tornerà, lo sappiamo tutti e due.

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