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L’amore miope

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Illustrazione di Agrin Amedì
-Ciao papà- mia figlia è rientrata da scuola e mi dà un bacio. La sua guancia è fresca come l’inverno fuori. Mi colpisce l’odore del suo viso, quello infantile che ancora indugia sulla pelle e i capelli delle adolescenti. Sento anche il freddo della stanghetta metallica dei suoi occhiali sul mio zigomo.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero.

-Ciao papà- mia figlia è rientrata da scuola e mi dà un bacio. La sua guancia è fresca come l’inverno fuori. Mi colpisce l’odore del suo viso, quello infantile che ancora indugia sulla pelle e i capelli delle adolescenti. Sento anche il freddo della stanghetta metallica dei suoi occhiali sul mio zigomo.

Il profumo e gli occhiali del primo bacio, anzi, del secondo bacio. Il primo, quando avevo nove anni, me lo ero scambiato con Grazia, nelle scale dietro il cortile. Era una penitenza per un gioco di carte che facevamo con gli altri bambini del palazzo che poi erano bambine, visto che io ero l’unico maschio. Grazia mi piaceva molto e approfittavo di queste penitenze pilotate e confuse, perché erano identiche ai premi. Quando ci siamo baciati sono rimasto stupito di trovare sulle mie labbra qualcosa di così morbido. Ho letto che le labbra sono ricche di terminazioni nervose ma questo termine mi è sempre apparso inappropriato, incongruo. Nervose. Non c’è nulla di nervoso nelle labbra. Il bacio sulle labbra è un qualcosa di dolce, accogliente.

Comunque ero orgoglioso di quel mio primo bacio a nove anni, sembrava annunciare una gratificante carriera di baciatore. Invece ho dovuto aspettare molti anni per riuscire a dare un altro bacio, addirittura alla fine del terzo anno di liceo. Forse per questo motivo sono sempre stato incerto se dare a quel bacio con Grazia l’omologazione ufficiale di primo bacio.

Quello era il mio primo anno in quel liceo e io portavo ancora gli occhiali. Già, gli occhiali.

Quando mia madre mi aveva portato a dieci anni dall’oculista ero stato sottoposto a un interrogatorio.

– Cosa leggi con queste lenti? – mi chiedeva il medico, indicando il tabellone.

Io avrei voluto mentire ma non era possibile con quelle lettere che mi erano così chiare sui libri che leggevo e che invece erano poste a una distanza incolmabile per i miei occhi.

– E con queste vedi meglio? – mi incalzava il dottore.

– E con queste altre? – sempre più pressante.

Alla fine dell’interrogatorio arrivò la sentenza.

– A suo figlio mancano due diottrie all’occhio destro e due e mezzo all’occhio sinistro. Le faccio la prescrizione per gli occhiali.

Ecco che mi ritrovavo quattrocchi, diverso dagli altri. Brutto. A quell’età non conoscevo ancora il concetto di bellezza ma avevo scoperto quello di bruttezza. Per tutta la scuola media ho vissuto rassegnato con questi supporti sul naso.

Al liceo, quando ho scoperto e compreso anche il concetto di bellezza, cioè la bellezza delle ragazze in quanto ragazze, ho smesso di portare gli occhiali.

O meglio, li portavo in classe per vedere la lavagna. E per ascoltare meglio la lezione. Si sa, noi miopi sentiamo meglio con gli occhiali. Anche nella nuova scuola al suono della campanella per l’intervallo li riponevo velocemente sotto il banco, con una destrezza acquisita negli anni scolastici precedenti. Nel corridoio dove sostavo con i compagni di classe cominciai presto a notare una scena rituale. Poco dopo la campanella gli studenti nel corridoio si spostavano sui lati, un Mar Rosso che si apriva per far passare una ragazza, alta, con i capelli lunghi: quell’apertura dava alla camminata di questa ragazza un che di solenne, rinforzato dai commenti maschili sussurrati. Io però non riuscivo a vedere un bel niente. La scarsa illuminazione del corridoio era letale per la miopia. La bellezza di lei era descritta dalle mezze frasi incomprensibili e dai sospiri degli altri ragazzi.

In quei primi mesi ho ripetuto e si è svolta quasi ogni giorno la medesima sequenza. Campanella, occhiali sotto il banco, corridoio, sfilata della ragazza ombra. Quello che non vedevo lo annusavo: avevo imparato a riconoscere il suo profumo. Prima ancora della sua figura sbiadita sentivo arrivare questo profumo fresco che sapeva di frutta, forse pompelmo.

In inverno Massimo, il mio compagno di banco, mi chiese per la prima volta se quel sabato pomeriggio volessi uscire con il suo gruppo. Si andava alle giostre di piazza Vittorio. Accettai senza particolari aspettative.

Quando arrivai all’appuntamento mi trovai di fronte la modella che sfilava nella penombra del corridoio di scuola. Era bellissima, Annalisa. L’ho riconosciuta subito. Dal profumo. Stavolta, anche se con gli occhiali lasciati nella tasca interna del cappotto, era a pochi centimetri da me. Non ho un ricordo visivo di quell’incontro, come se in quel lungo e nebbioso addestramento gli altri sensi avessero preso il sopravvento. Facemmo diversi giri sulla giostra delle astronavi a due posti. Con lei così vicino a me sentivo ancor meglio il suo profumo, e il contatto tra i nostri fianchi, immersi nei cappotti, mi sembrava un qualcosa di incredibilmente intimo.

Le offrii i guanti, cosa che lei accettò con naturalezza.

Dopo pochi minuti, in quell’ora del tardo pomeriggio invernale torinese, le mie mani erano diventate una sola, ghiacciata unione con la sbarra di acciaio alla quale mi reggevo. Eppure quel freddo così intenso da bruciarmi la pelle mi dava felicità, una ebbrezza da cavaliere impavido, insensibile a qualsiasi sofferenza fisica. Anche perché la sensibilità delle mani l’avevo ormai persa.

Nello scendere dalla giostra tolsi le mani dalla sbarra di metallo e sentii della mia pelle rimanervi attaccata. Dopo essere scesi lei mi restituì i guanti, cosa che io accettai con naturalezza.

Dopo quel sabato ne seguirono altri con cinema, gite fuori porta, feste di compleanno o semplicemente pomeriggi in casa di qualcuno. Il tempo trascorso a scuola era soltanto un conto alla rovescia dell’uscita settimanale o l’occasione per intravedere la sfilata di Annalisa nel corridoio: ero lì, sempre senza occhiali, vicino alla porta della sua classe, che sorridevo cercando di indovinare la giusta direzione. Lei guardava oltre e annuiva sempre a qualcun altro. Immaginavo che per qualche motivo ritenesse inopportuno mostrarsi insieme a me in pubblico ma io soffrivo molto della noncuranza con cui mi passava accanto.

Una tale bellezza aveva generato una competizione feroce tra tutti i maschi adolescenti della scuola. Qualcuno lasciava intendere di esserci uscito insieme o addirittura di averci fatto qualcosa di più concreto. Dal momento che Annalisa usciva tutti i sabato pomeriggio con il nostro gruppo, sapevo che quelle affermazioni erano un millantato credito ma non potevo fare a meno di provare grande rabbia. Mi preoccupava di più la contesa con Guglielmo, mio amico storico, anche lui della nostra comitiva, con cui condividevo il mio innamoramento per lei. Si era creata tra noi una rivalità, una competizione dichiarata tra maschi, più o meno leale. Iniziò tra noi una sfida fatta di alterne vittorie e sconfitte, e anche qualche pareggio. Alla fine del pomeriggio chi era riuscito a stare seduto vicino a lei, che fosse il cinema o il trenino a cremagliera per Superga, magari vicini per via dei sedili stretti, poteva a buon diritto considerarsi vincitore per quel turno. A scuola invece quando la vedevo, per modo di dire, Annalisa ostentava indifferenza nei miei confronti. La parziale consolazione era il medesimo disinteresse verso Guglielmo. A un certo punto mi fu chiaro il motivo di quel distacco nei nostri confronti. Non era conveniente farsi vedere in giro con il nostro gruppo che era quello un po’ sfigato, senza nessun motorino posseduto, ci si muoveva soltanto grazie al servizio filotramviario comunale: ecco, mi insultavo da solo per non aver insistito abbastanza con i miei per avere il mezzo. Invece Annalisa andava via da scuola sulla vespa di un ragazzo, che mi dicevano essere suo fratello, ma la notizia non era certa. Certo era che non appartenevamo alla stessa classe socioeconomica. Io facevo parte di quelli senza motorino. Probabilmente usciva con noi soltanto perché nel gruppo c’era Emanuela, amica del cuore.

I momenti migliori erano quelli delle feste di compleanno in casa, quando si ballavano i lenti. Per la prima volta in vita mia avevo l’esperienza del mio corpo aderente a quello di un altro essere umano, una ragazza femmina, le guance così strette l’una all’altra da cominciare a sudare e quando ci staccavamo erano rosse di un accaloramento bambino, come quando si torna a casa dopo aver giocato in cortile. E poi il resto del viso immerso nel profumo dei suoi capelli. Una volta il cuore mi batteva così forte che lei mi disse di averlo sentito. E anch’io avevo sentito il suo, ma non dissi nulla. L’unica cosa di quell’abbraccio che avesse a che fare con il ballo era la musica del giradischi. Erano minuti di felicità, comunque rovinati dal fatto che Guglielmo facesse la stessa cosa. E mi sorrideva pure, quel maledetto, mentre era avvinghiato a lei.

A ridosso della fine dell’anno scolastico Annalisa comunicò al nostro gruppo che sarebbe partita entro poche settimane per le vacanze estive ma senza fare ritorno a Torino: andava a vivere a Livorno con la sua famiglia poiché il padre era stato trasferito per lavoro. Che dolore. Il mio tempo con lei era finito. La mia prima storia d’amore sarebbe probabilmente morta prima ancora di nascere.

Così, in quella settimana di maggio inoltrato, presi la mia decisione.

Siamo andati tutti quanti al cinema a vedere una commedia ma durante il film non sono riuscito a realizzare nessuna delle fantasie che mi avevano accompagnato durante la settimana, come metterle il braccio sulla spalla e stringerla a me. Forse avrei dovuto proporre un film di paura, ma se poi, pensai, si fosse seduto accanto a lei Guglielmo? Alla fine della proiezione però, mentre ci alziamo dalle poltrone, improvviso un gesto audace: le prendo la mano, che nella mia mi fa sentire di nuovo quell’intimità del luna park. Fuori dal cinema il coraggio mi viene subito meno e gliela lascio.

Al ritorno Guglielmo ed io saliamo come sempre sullo stesso autobus di Annalisa, il 63, mentre noi scendiamo a piazza Statuto dove Guglielmo prende l’autobus per Rivoli e io quello per casa mia.

Quando arriviamo a piazza Statuto lei ci saluta e Guglielmo, scendendo, ricambia. In quel momento risuona forte il silenzio della mia risposta. La fotografia è questa:

Io, attaccato con virile fermezza al corrimano che dichiaro “non scendo, l’accompagno a casa”, l’espressione meravigliata di Annalisa e le porte del mezzo che si stanno richiudendo sullo sguardo smarrito di Guglielmo fisso su noi due, ormai sceso dall’autobus.

Lei abita vicino al capolinea ma rimaniamo a parlare alla fermata dell’autobus. Cominciamo a raccontarci di noi come se non avessimo aspettato altro che quell’occasione per poterlo fare. Lei mi rivela di essere miope, anche più di me, e che soltanto da pochi giorni ha messo le lenti a contatto. Anche lei quando esce dalla classe lascia gli occhiali sotto il banco. Altro che passerella o sfilata, c’è soltanto l’ansia di chi va a tentoni nell’oscurità.

E ci baciamo. Di nuovo quella sensazione di tanti anni prima ma stavolta non è breve, fugace. Quella sensazione unica di un qualcosa di morbido, le labbra, che si tocca con altre labbra, una cosa ugualmente morbida, permane. Lei mi dice sorridendo ”hai il naso freddo” e io non ho altro da risponderle che “anche tu”. Ci diamo altri baci, più lunghi, più brevi. Non importa, ormai. Adesso possiedo finalmente quel soffice segreto e posso replicarne la formula. Ci salutiamo con altri baci.

Riprendo l’autobus per tornare a piazza Statuto. Ho le gambe che mi tremano. Mi fermo ad un bar per prendere un cappuccino e un croissant, come se mi dovessi nutrire per aver compiuto una grande fatica. Metto un moneta nel juke box ma adesso non mi ricordo quale canzone.

Poi torno a casa, con le gambe che ancora un po’ mi tremano.

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