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Il mio nome è Tuchulcha

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il mio nome è Tuchulcha e sono un corvo dall’aspetto sinistro. Di un nero bluastro, il becco graffiato e lo sguardo beffardo, simile a quello di un serpente. Sono piccolo ma il livore mi ha reso una vera carogna.

Il mio nome è Tuchulcha e sono un corvo dall’aspetto sinistro. Di un nero bluastro, il becco graffiato e lo sguardo beffardo, simile a quello di un serpente. Sono piccolo ma il livore mi ha reso una vera carogna.

Un tempo si diceva che mangiando il mio cuore si sarebbe scatenata una forte magia, aiutando l’umanità a compiere le sue straordinarie imprese. La mia lungimiranza aveva incantato a tal punto gli uomini che trascorrevano il tempo a seguire i miei spostamenti, interpretare i versi e invocarmi con devozione. Mi guardavano come fossi un oracolo vivente e io mi sentivo un dio.

Per poter conservare sempre vivo il dono della preveggenza, mi cibavo degli occhi dei loro cadaveri, rubando le innumerevoli immagini del loro vissuto. Seguivo gli eroi, seguivo i loro nemici e nulla mi era sconosciuto.

Rapidamente si diffuse la dottrina del Dio Unico e più questa dilagava più umani e animali si allontanavano irrimediabilmente, creando barriere di Paura e Fraintendimento.

Nel mio vagare incontrai un giorno un gabbiano in nulla diverso dagli altri della sua specie ad eccezione dello sguardo freddo, reso brutale dalla voglia di rivalsa. Il suo nome era Charun. Eravamo entrambi sull’albero maestro di una nave a largo dell’Isola di Man e fissavamo un marinaio in procinto di spirare che implorava per la salvezza del suo spirito davanti ai cancelli del Paradiso.

Charun ghignava e graffiava il legno con gli artigli, tra il nervoso e il compiaciuto. Era un traghettatore di anime, conservava lo spirito dei marinai morti nei viaggi per mare, annunciava loro la tempesta che poi li avrebbe uccisi e attendeva i naufragi sulla loro fredda pelle. Aveva un aspetto goffo e sproporzionato, la voce stridula e sembrava inadatto al volo. Poi, però, disse qualcosa di illuminante: “Ogni volta che l’anima di qualche sventurato finisce tra le mie grinfie, un corollario di preghiere l’accompagna. Padre, Signore, pietà, misericordia … Ma mai nessuno che invochi me per un po’ di clemenza. Più implorano, più il mio becco tormenta il loro spirito e più chiedono a Dio di fermare le loro pene. Io proprio non esisto. Eppure, stupidi ottusi, basterebbe allentare la presa e l’ anima cadrebbe di nuovo nel loro corpo”.

Avevo trovato il più improbabile degli amici.

Nel tempo le persone continuarono a osservare minuziosamente la natura traendone auspici e verità menzognere ma rifiutando sempre più la nostra reale saggezza. Ognuno di noi nasce con uno scopo e gli è concessa una vita più o meno libera e noi decidemmo di impiegarla per abbattere questa apoteosi della cecità.

Iniziammo con i dispetti, le piccole soddisfazioni meschine, gli atti volti a depistarli e a colpirli ma nulla ci diede mai una vera soddisfazione. Così progettammo un attacco plateale, uno di quei gesti che non lasciano molto spazio ai dubbi e, ironia della sorte, non erano gli uomini che avremmo colpito.

Tutto questo ci condusse su di un tetto importante, mentre una folla di pellegrini inebetiti dall’attesa riempiva la piazza più importante della cristianità.

Grottesco come io abbia sempre reputato le colombe la vergogna del genere volatile e invece siano state scelte da Dio in persona per i messaggi più importanti. I loro occhi infastidiscono, sono vuoti. Nessuna forma di intelligenza sembra guidarli. Persino il loro verso perde di vigore. Portano il ramoscello d’ulivo tra il becco, incarnano lo spirito santo ma finiscono da secoli in gabbie pronte a essere lanciate in aria da sposini egocentrici e bambini del catechismo. Tutti le guardano come fossero un miracolo nel cielo ma in realtà non hanno intelligenza né scaltrezza. Sono solo delle messaggere scelte per la loro incomparabile e casta bellezza.

Caverei quei loro piccoli occhi molto volentieri ma poi dovrei ingoiare le immagini della loro vita vuota e perfetta.

Le due colombe chiuse in gabbia sono Azelia e Maira, nate e cresciute in cattività e per questo lontane dal mutare delle terre e dal dominio crescente dell’uomo e del suo Dio sulla natura. Dal loro primo giorno di vita, hanno solo consapevolezza del motivo per cui sono state create: il bagno di folla che le attende questa mattina e che, grazie a noi, non riusciranno a portare a termine. Due vite del tutto sprecate.

L’attesa su quel tetto è durata a lungo e il freddo penetrava attraverso le mie piume, irrigidendo i nervi cosicché ogni scatto appariva impossibile. Charun era stato più furbo, si muoveva repentinamente simulando brevi picchiate per scaldare i suoi arti e non sembrava preoccupato. Nei suoi viaggi per mare doveva davvero averne viste tante e, di certo, si era battuto con creature ben più grandi e straordinarie di due misere colombe intontite. Capii lì, davanti al suo sguardo freddo e concentrato, che la vendetta ci libra oltre ogni razionalità o paura, oltre ogni buonsenso. Si è sempre coraggiosi di fronte alla vendetta.

Ascoltammo attenti ogni parola pronunciata quella mattina. La marea umana urlava e cantava senza sosta, mettendoci forza e convinzione e, tenendosi per mano di fronte a un amore più grande, guardava il cielo sorridendo con energia.

Il Papa, dopo la benedizione finale, rientrò nelle sue stanze per poi uscirne affiancato da due bambini. Nelle loro esili mani Azelia e Maira, inebetite, si affacciavano tra le sbarre di una gabbia, sopraffatte dalla loro stessa staticità come fossero state stordite. Che pena! Non erano neanche state in grado di sopravvivere, di tentare una strada diversa.

Gli occhi di Charun si strinsero, quasi strizzati fuori dalle orbite, e la cicatrice sul becco sembrava squarciarsi quando il ghigno irrigidì il suo volto.

La gabbia venne aperta e le dita tremanti dei due ragazzi afferrarono goffamente le due colombe che, in uno slancio di orgoglio, tentarono una futile svolazzata. Vidi i loro occhi prendere inaspettatamente vita con un guizzo di sopravvivenza che non credevo possibile. In breve si ritrovarono strette in una morsa poco convinta e sospese nell’aria senza avere il controllo delle proprie ali. Quello era un momento essenziale. Il momento esatto in cui la confusione avrebbe fatto la sua entrata in scena nelle loro minuscole menti. Raggiunsi il gabbiano sull’estremità del cornicione e ci librammo nel cielo, inseguendoci l’un l’altro in un girotondo che non sembrava attirare la giusta attenzione; i nostri versi riecheggiavano forti ma gli applausi coprivano ogni cosa.

Finalmente le due colombe vennero lanciate in aria tra il mormorio stupefatto della gente che quasi intravedeva un miracolo in un semplice volo. Un solo colpo d’occhio e ci ritrovammo in picchiata.

La polpa carnosa del dorso di Maira riempì abbondantemente Gli artigli di Charun, mentre le loro candide piume si mescolavano l’un l’altra e il rosso del sangue finiva per completare la tela, languido e caldo. Lo vidi gocciolare sulle teste dei fedeli, su quelle smorfie di orrore e compassione, sulle croci che andavano componendosi.

Un brusio di preghiere, di messaggi di salvezza o di pietà che il gabbiano conosceva bene. Charun scaraventò il corpo esanime di Maira in mezzo alla folla che si scostò, indicandolo con furore; gracchiò più forte che poté e se ne andò per sempre ma con un riso beffardo sul volto ora in pace.

Era tempo di concludere la missione, in nome di ogni mio fratello devastato dalla stupidità umana.

Mi avvicinai repentinamente ad Azelia che sembrava non aver ancora capito cosa stesse accadendo intorno a lei. Mi miei artigli strinsero l’ala sinistra mentre la colomba tentava dei rapidi scatti finché si voltò e, fissandomi furente, si immobilizzò quasi non le servisse muovere le ali per galleggiare nell’aria. L’effetto sorpresa non viene mai preso in considerazione ma è di certo l’arma più potente. Mi affannavo a rimanere in volo con il corpo pesante e statico della colomba che mi spingeva giù.

Battevo le ali fino a non sentirle più, ma la potenza della sua fissità superava di gran lunga la forza della mia volontà. Annaspai. Poi d’improvviso il peso cessò e quando guardai giù vidi solo due grandi ali bianche spalancarsi superbe e irreali e tutto, poi, divenne nero. Azelia era una guerriera, una di quelle che riconosce istantaneamente il suo nemico e sapeva perfettamente che cavandomi gli occhi avrebbe riscritto la storia. Percepivo il sangue fuoriuscire dalle orbite, mi colava sul becco e imbrattava le piume. Cercai di scappare via ma non riuscivo a orientarmi. Le urla e gli applausi sotto di me confondevano la rotta. Sbattei ovunque comandando con difficoltà i movimenti ma riuscii a infilarmi in un posto chiuso, caldo, in cui mi sentii afferrare da arti umani e per la prima volta ne fui quasi felice. Mi sentii istantaneamente al sicuro, protetto. Ci misi un po’ a capire di essere finito in una gabbia. Anzi nella gabbia dorata di Sua Santità che ogni domenica sciorinava parole di amore e di pace, di forza e ricompense mentre Azelia se ne volava libera nel mondo con mi miei occhi.

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