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Sono in una casa di legno e sento come tante volte ho sentito, la botta, la certezza che impazzirò, ma veramente, parlo di materiale per un manicomio, schizofrenia. Mentre cammino urlo e piango per ogni singola cosa; niente mi piace, non mi va bene niente, sono un essere insaziabile.

Sono in una casa di legno e sento come tante volte ho sentito, la botta, la certezza che impazzirò, ma veramente, parlo di materiale per un manicomio, schizofrenia. Mentre cammino urlo e piango per ogni singola cosa; niente mi piace, non mi va bene niente, sono un essere insaziabile. Mio padre guarda la scena da lontano con lo psichiatra, entrambi, ma soprattutto mio padre, danno il loro giudizio: sto impazzendo perché non mi va bene niente, piango e soffro come un cane perché sono incontentabile, perché non scrivo, perché non riesco a esprimermi, perché le mie idee meravigliose marciscono sottomesse alla mia sessualità storta e impegnativa, ultimamente sempre più vorace. In una crisi schizofrenica esco dalla casa per incontrare mia madre con un uomo: urlo a mia madre riempiendola di ingiurie in una maniera terrificante, perdendo ogni mia dignità, e continuo così, senza pace, come anima in purgatorio.
Il vaso è traboccato il giorno della mia ennesima umiliazione, ero con un ragazzo in un posto orribile, per strada, dove avevo sentito uomini che facevano di tutto. Ubriaco, ero accanto a questo bel ragazzo con gli occhi verdi, ma non so come, all’improvviso mi sono trovato sotto le braccia di un uomo. Un uomo di una cinquantina d’anni lo masturbava, e lui aveva chiuso gli occhi perché stava per venire, e io, voglioso, avevo provato a inserirmi ma entrambi mi avevano fatto capire che facevo schifo, e poi c’erano già tanti uomini dietro ai cespugli, agli alberi, con delle torce, alcuni facevano sesso, alcuni si baciavano, ma era comunque un’orgia. Cominciai ad andare a cercare sesso, e con il mio cazzo fuori, masturbandomi; ricevetti solo insulti, solo uomini già accoppiati. Alla fine mi voleva un uomo orribile, dalla bocca puzzolente, grasso e sudato, il corpo stanco per avere addosso tutti quei chili. Lì, dopo tre quattro baci, vomitai dallo schifo, l’uomo mi diede un cazzotto, e io fuggii fino a incontrarmi con il mare, nero per la notte, agitato, e allora capii che dovevo entrare, finire con questo, perché ero stanco da tanto tempo, stanco di provarci, ed entrai alle onde, che mi travolsero come lavatrice ai panni. Poi mi svegliai nella casa di legno, triste e incazzato. Perché non sono affogato? Perché mi hanno salvato? E adesso sì, sono finalmente impazzito.
La mia malattia esplose quando avevo 14 anni e facevo sesso con il mio cane, lo stesso che poi ho ucciso. Lo prendevo da dietro, ma non riuscivo a penetrarlo, poi pretendevo che lui penetrasse me, ma non lo faceva, allora mi untavo di miele il cazzo e lui lo leccava, poi lo masturbavo ed entrambi venivamo. La mia lotta iniziò quel giorno, e da lì fu sempre più difficile non essere nel sesso. Non masturbarmi; un’energia che poi definii come “il fuoco”, perché la sentivo salire così, come un fuoco, e finivo per immaginare che mi bruciavo piacevolmente in un rogo, e venivo davanti all’immagine del mio corpo bruciato. Lottai ogni giorno, ma dovevo farla uscire, sennò sentivo che sarei impazzito, quando la reprimevo di più, quando non potevo esibirmi in un taxi o masturbarmi per strada, sentivo che il giorno seguente sarei impazzito, e mi addormentavo vedendo la mia immagine il mattino seguente, in piedi e guardando al vuoto, mangiando scarafaggi e incapace di articolare una parola, vedendo un mondo di colori ed esseri fantastici, che però mi piacevano di più che la noia del mondo degli umani, che mi avevano fatto sempre schifo.
Un giorno mentre stavo più tranquillo e molto medicato, sdraiato sul letto della casa di legno, nelle prime ore di un mattino caldo, ho pensato che il fuoco fosse energia, ma che ero io che pensavo che fosse un’energia cattiva e sporca, ma se è creatività, forza, vitalità, è l’amore stesso, è Dio. Quel giorno avevo fatto un sogno, l’ho scritto, perché il mio psichiatra mi aveva detto di scrivere i miei sogni, che ricordavo sempre. Avevo sognato di essere nel salotto di casa mia da bambino con un uomo maturo, sulla quarantina d’anni, molto bello, grande e forte, pura energia mascolina. Aveva un cazzo enorme che io cercavo di mandare giù, fino in fondo alla mia gola, e quando ci riuscivo, l’uomo mi veniva dentro e sentivo il suo cazzo schizzare con forza, e sentivo lo sperma caldo caldo passarmi, e io lo mangiavo come una specie di panacea. Io amavo lui, e lui amava me, nel sogno, e non c’era niente di sporco o di sbagliato in quel atto sessuale, era una cosa pura, era amore. Al risveglio, ricordo, ho capito, ho capito perché ero impazzito tanto da stare medicato a casa, a volte legato. Quel sogno mi aveva fatto capire che stavo sprecando tutta la mia forza creativa, che è forza sessuale, e la sprecavo pensando che il sesso e io stesso eravamo sbagliati e sporchi, e me lo confermavo facendo quello che facevo andando ai club e facendo sesso con vari uomini a sera e poi sentendo voglia di impiccarmi. Dovevo solo cambiare la mia percezione, dovevo mangiare il seme della mia creatività, abbracciare la mia sessualità e riprendere il mio potere.
Lo psichiatra mi aveva visto con il solito sguardo: uno di superiorità, e mi aveva prescritto un’altra pillola, una per “avvicinarmi al mondo reale”. Non la presi, quel giorno decisi che avevo trovato la vera causa della mia follia, e che per guarire non servivano pillole, ma mi serviva coccolarmi e amarmi e abbracciare “il fuoco”, che in realtà era un amico, che io avevo creduto un nemico, e per la sua forza infinita, mi aveva fatto impazzire. Quel giorno uscii al giardino e decisi di finire la guerra che avevo con me stesso, misi un foglio bianco nella porta di camera mia, come una bandiera della pace, e poi parlai con i miei. Dissi che volevo smettere di prendere tanti farmaci, e che volevo meditare. Dissero di sì. Iniziai a dipingere.

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