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Di luci e onde: lo sport, il kitesurf e la hybris

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Gli sport sono affidabili finchè un giorno smettono di esserlo. Un po’ come le persone. E il kite è un po’ come la vita: si cade, ci si rialza e si cade di nuovo

Accadde tutto in una calda sera del 2007: da poco avevo sentito parlare di un nuovo sport, uno strano ibrido che utilizzava il surf e degli aquiloni giganti. Avevo visto qualcosa, ma in fondo non avevo ancora capito cosa lo rendesse così speciale, così diverso da tutti gli altri sport. Ma in quella sera del 2007 guardai il video di un campione di kitesurf, Antoine Auriol: si intitolava “Un poquito de luz” e riprendeva le sue evoluzioni in Andalusia. Per la prima volta uno sport riusciva ad essere elegante, impercettibile e leggero, quasi poetico. Cominciai a capire che dietro uno sport può nascondersi qualcosa di molto più importante. All’inizio non capivo cosa spingesse centinaia di persone a radunarsi a gennaio su spiagge gelide e ventose, ad aspettare per ore che le condizioni fossero adatte. Non capivo neppure cosa spingesse quelle persone ad entrare in acqua, per fare timidi tentativi di evoluzioni, magari di pochi minuti, per poi tornare a riva, stanchi, a volte sconsolati, per poi ripartire di nuovo. Non credo di aver mai visto tanta determinazione nel fare qualcosa e soprattutto non credo di aver mai visto tanta volontà nel rialzarsi dopo una delusione. Perché la delusione nel kitesurf è talmente visibile da essere assordante: se ne sente prima il rumore e solo dopo se ne osservano gli effetti. Lo schianto di una vela caduta in acqua è il segno ostensivo non solo di un insuccesso, ma anche della mortificazione pubblica. Non si può nascondere quel rumore, che le onde cercano inutilmente di attutire. E in un attimo ci si sente incapaci: la frustrazione è visibile negli sguardi sconsolati, nelle teste basse di chi conta i danni, di chi ancora non capisce come sia potuto accadere. Eppure accade. Gli spot sono affidabili finchè un giorno smettono di esserlo. Un po’ come le persone. E il kite è un po’ come la vita: si cade, ci si rialza e si cade di nuovo.

Joyce Carol Oates spiega nel suo “Sulla boxe” (66thand2nd) che “scrivere di pugilato ci obbliga a indagare non solo la boxe, ma i confini stessi della civiltà”: nel kite la brutalità della boxe è sostituita dalla crudeltà della natura. Ci si misura letteralmente con l’imprevedibilità, cercando di eliminare il rischio e la casualità. È la vittoria dell’ordine sul caos. O almeno il suo illusorio tentativo. Perché riuscire a dominare il mare è un’impresa difficile, capace solo a uomini e donne ricolmi di hybris. Peccatori che a volte vengono puniti, altre volte premiati.

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