Condividi su facebook
Condividi su twitter

L’ultima pagina

di

Data

La riunione di redazione cominciò alle undici e diciasette. Gli autori e i giornalisti di seconda fascia seduti compostamente al tavolo ovale, ognuno con una tazza rossa davanti e del caffè ormai freddo all’interno, lo avevano atteso per oltre quaranta minuti:

La riunione di redazione cominciò alle undici e diciasette. Gli autori e i giornalisti di seconda fascia seduti compostamente al tavolo ovale, ognuno con una tazza rossa davanti e del caffè ormai freddo all’interno, lo avevano atteso per oltre quaranta minuti: lui, il supermegapresentatore della più longeva trasmissione di seconda serata della televisione italiana.

CASA PER CASA era il titolo del programma che, come nessun altro, scavava nei fatti e nelle coscienze dei protagonisti della cronaca nera. Innumerevoli gli ospiti transitati nei suoi studi: dal politico di turno all’opinionista convinto, dal comico da cabaret promosso ad attore serio alla ex velina pentita, dal criminologo bipolare all’uomo qualunque, quasi sempre Mario, il proprietario del bar di fronte la sede centrale di mamma tv.
Il super mega presentatore, al secolo Brunetto Mosca, ne era il leader indiscusso, nonché persona senza il benché minimo scrupolo.

Quella mattina il caso da discutere era quello di Giulia Martini, quindici anni (n.d.r.: ne dimostrava almeno venti), trapiantata in Sicilia da Roma.

L’autore 1 cominciò a leggerne la descrizione: a guardarla da lontano sembra una donna fatta: alta, slanciata, una terza coppa C di reggiseno, lunghi capelli biondi e lisci e mani da pianista. Sul suo volto è dipinto un sorriso rinascimentale che fa da contraltare a due occhi malinconici ma intelligenti. Dal lato degli studi Giulia non era particolarmente brillante ma ad aiutarla nei compiti c’era la sua compagna di banco Rossella La Rosa, prima della classe della terza A del liceo linguistico Nuova Europa di Acireale. Le numerose testimonianze raccolte confermano che nella scuola Giulia era l’unica di cui si parlasse come una di mondo, venuta dal continente e lei, desiderosa di farsi accettare dalle sue nuove compagne, non si faceva mai negare e si ritrovava a raccontare loro le sue presunte gesta in bagno, durante la ricreazione. Tutte le compagne l’avevano sempre ascoltata in adorazione eccetto Rossella (sue dichiarazioni) che di lei, proprio a causa di quei racconti, non aveva in fondo una grande stima. Giulia, invece, pensava sinceramente che Rossella fosse la sua migliore amica, sempre pronta e disponibile ad accogliere le sue confidenze con la tipica solennità siciliana. Giulia (questo c’è l’ha confermato lei stessa al telefono) le raccontava soprattutto delle grane che aveva in famiglia: il padre assente, la madre casalinga depressa e due sorelle molto più stronze delle sorellastre di cenerentola (n.d.r. una classica famiglia disturbata). Rossella la ascoltava con simulato interesse e nel suo modo unico e irresistibile di trattare ogni problema con la leggerezza tipica di una ragazza del sud riusciva comunque a consolarla e a strapparle un sorriso.

A quel punto intervenne Mosca, già piuttosto alterato.

“Cos’è sta roba? A me interessano i fatti, il resto è un dettaglio, i sentimenti, i pensieri…s’inventano quelli! Noi dobbiamo mettere le mani nell’orrore, fiutare il sangue, la carne in putrefazione!

L’autore 2 provò a ribattere: “Veramente, vista l’età della ragazza, abbiamo pensato di non andarci giù pesanti…”.

Mosca lo fulminò all’istante. “Adesso gli autorini si permettono anche di avere dei pensieri…Se ve lo siete scordato questa trasmissione è mia, quindi…”, Mosca tirò un pugno sul tavolo. “si fa come dico io e basta cazzate. Tu…”. Mosca indicò con la testa uno stagista seduto in un angolo vicino la porta. “Si, tu. Scrivi”.

Tutti, nella stanza, pensarono che avrebbe tirato fuori una delle sue interminabili filippiche paranoiche e si misero comodi.

“Primo: per me c’é solo il corpo, l’ossessione del corpo e questo è quello che vuole il pubblico: corpi, sangue, morte. Secondo: dovete smembrare questa storia come in un’autopsia, spettacolarizzarne il dolore, mostrare efferatezze, violentare il sacro tempio del corpo rendendolo plasmabile e modificabile a nostro piacimento. Io pretendo da voi scandalo, provocazione, ri-vo-lu-zio-ne.

Quest’ultima parola fu sillabata lentamente da Mosca, poi continuò:

“Ricordatevi che dobbiamo far si che la gente parli di noi ovunque, al lavoro, mentre mangia, prima di dormire e anche mentre scopa, chiaro? Tra due ore voglio leggere qualcosa di decente e ora, levatevi dai piedi”.

Nella sala nessuno ebbe il coraggio di dissentire e a testa bassa tornarono tutti nelle loro stanze mentre lui restò lì, tronfio come al solito.

Sentiva già il gusto dello share che per lui aveva il sapore di un ottimo millesimato. Si accese un sigaro e mise i piedi sul tavolo. Solo dopo qualche minuto si accorse di non essere solo. Nell’angolo era rimasto lo stagista, taccuino e penna in mano, madido di sudore e senza alcuna parola sensata da dire. Ci pensò Mosca.

“Ma che cazzo fai ancora qui? Via, via…vai a lavorare pure tu…idiota!”.

Un’ora e cinquanta minuti dopo l’autore 1 e l’autore 2 seguiti da un codazzo di giornalisti, pubblicisti e stagisti, entrarono nell’ufficio di Mosca e posarono sul tavolo il nuovo testo. Lui li guardò di sbieco e li liquidò regalandogli un sorriso terrificante. Rimasto solo si slacciò il colletto della camicia e cominciò a leggere.

Alle 20 e 30 del 24 maggio 2015 Giulia stava guardando la televisione in compagnia della mamma quando suonò il citofono. Si voltò verso la madre che si era assopita dopo le venti gocce di valium serali prese per sedare una forma grave non diagnosticata di disturbo distimico noto anche come nevrosi depressiva e andò a vedere chi era. Giulia si affacciò alla finestra e vide Rossella La Rosa e l’amica Lorena Parisi – prima della classe nella terza B dello stesso liceo – che le facevano segno di scendere.
Giulia cercò di svegliare sua madre per informarla ma fu inutile. La ragazza, lasciata sola, decise di unirsi alle amiche e le raggiunse in strada.
Rossella e Lorena erano apparentemente le migliori amiche di Giulia. Erano anche identiche nell’aspetto. Piccole di statura ma ben fatte, capelli ricci corti e neri e occhi che sapevano scavarti nell’anima. Le due ragazze però nascondevano una personalità crudele. Invidiose di Giulia, volevano essere come lei, volevano essere lei ma erano così brave a simulare che nessuno se ne era mai accorto, tantomeno Giulia. Le due ragazze, quella sera, erano così appariscenti da sorprendere Giulia che si sorprese anche di sapere dalle amiche che lei sarebbe stata l’ospite d’onore della festa organizzata all’ultimo momento da Federico Macrì, 17 anni, stessa scuola di Giulia e perdutamente invaghito di lei. Anche Giulia non era indifferente al ragazzo ma aveva fatto di tutto per non farlo trasparire a nessuno.

Mosca stava quasi per buttare tutto dalla finestra ma fuori pioveva forte e questo lo spinse nel continuare la lettura.

In realtà Giulia Martini, la ragazza più bella del liceo e probabilmente di tutti i licei della città, era ancora vergine e non aveva mai baciato un ragazzo. Non lo immaginava Lorena o Rossella che invidiavano la sua bellezza e il suo carisma e tantomeno lo credeva Federico che quando pensava a lei, immaginava una donna-ragazzina sessualmente esperta e collezionista di flirt con ragazzi anche più grandi. Giulia invece conviveva con un’anima divisa in due come il suo segno zodiacale – i pesci – che la costringeva a vivere ora in una dimensione di falsità e ora in una profonda fragilità che mai e poi mai avrebbe voluto svelare a chicchessia.
Alle 20 e 40 le tre ragazze salirono sull’auto di Gianluca Iriti detto Gibi – quinto anno al liceo Scientifico Da Vinci – per raggiungere la casa al mare dei Macrì, già sgombra da genitori e presenze adulte e organizzata per accogliere un numero imprecisato di adolescenti pronti a tutto. Alle 21 a casa di Federico erano già presenti una quindicina di ragazzi, tutti maschi, tra i 16 e i 19 anni. Quando le ragazze fecero il loro ingresso in casa furono accompagnate da un’ovazione generale e un tintinnio assordante di bicchieri. I ragazzi erano tutti alle prese con un giro di rum e pera. Federico, ancora sufficientemente sobrio, si avvicinò alle tre amiche per fare gli onori di casa. Lui aveva organizzato quella festa proprio per lei, per Giulia, per parlarle in un posto neutro e poterle confessare che lei gli piaceva molto e che avrebbe tanto voluto baciarla.
Invece, al piano terra di quella casa, quella sera, la storia stava prendendo una piega diversa. Quei ragazzi, senza rendersene conto, stavano smettendo le vesti dei figli di buona famiglia per assumere quelle del branco. Un misto di alcol, house music e qualche pillola di ectasy ne stavano aumentando l’aggressività. Anche le ragazze se n’erano accorte ma all’inizio fecero finta di niente.

Mosca sentì l’adrenalina scorrergli in corpo. Era preda di una strana frenesia, quel racconto pareva suscitare in lui una irresistibile attrazione nello stesso modo in cui una mosca è attirata dai più putridi escrementi, liquami o substrati in decomposizione.
Lui aveva già in mente il plastico di quella casa con cui mettere in scena una perfetta ricostruzione dei fatti, senza indulgenze. Lui se ne infischiava degli adolescenti e della loro presunta sensibilità da difendere.

Poco dopo, a casa Macrì, erano tutti ubriachi, ubriachi e intossicati. Alcuni ragazzi, arrivati prima degli altri dormivano, indifferenti a tutto, sdraiati sul pavimento. Altri avevano spinto un divano sotto la finestra e facevano a gara a chi urinava più lontano, i più vomitavano in bagno o fumavano un pò di erba.

Mosca levò lo sguardo dal testo e cominciò a pensare agli ospiti da invitare. Due politici, uno di destra, naturalmente conservatore e antiliberalizzazione, e l’altro di sinistra, anzi, pensò lui, meglio un pentastellato che la sinistra non esiste più, ovviamente favorevole alle droghe, tutte. Poi, si disse tra sé e sé, uno psicologo, un assistente sociale, un giudice minorile, una soubrette cinquantenne e neomamma, una pornostar in attività, un esperto d’arte avvezzo al turpiloquio, quindi continuò la lettura.

Giulia, Lorena e Rossella, a quel punto, volevano andare via ma fu proprio l’Iriti a convincerle a bere un ultimo cocktail insieme a lui e Federico e così fecero. Erano le 23 in punto. Una decina di minuti dopo Giulia cominciò a sentire caldo. Un incontenibile calore le salì su dalle viscere e fu così che sotto gli occhi increduli delle amiche si tolse la maglietta. Giulia rimase in reggiseno e cominciò a dimenarsi e a far scivolare le sue lunghe dita lungo tutto il corpo. La cosa non passò inosservata. Il branco, a quel punto, aveva assunto la sua forma definitiva, si mosse verso di lei come un unico organismo e le si strinse addosso. Rossella, Lorena e Federico, in un primo momento, le urlarono di venire via, poi rinunciarono. Giulia, ormai circondata, non fece nulla per liberarsi da quella massa di carne in fermento. Qualcuno le aveva già messo le mani addosso e uno riuscì anche a slacciarle il reggiseno. Lei era come in trance, poteva solo lasciarsi toccare. Qualcuno la prese poi per i fianchi e le abbassò la gonna e le calze. Un altro la piegò su un tavolo e tirò fuori il membro. Alle 23 e quaranta Giulia era stata violentata da sette ragazzi più altri dieci che avevano comunque assistito, incitato, fotografato, fatto video e decine di selfie. Nessuno ha confermato ciò che lei sostiene ancora oggi, di aver detto no. No a quei ragazzi ubriachi e drogati, no a quella violenza non voluta, non cercata, all’odore aspro dell’eccitazione sessuale di quel mucchio di adolescenti. A mezzanotte Giulia fu riaccompagnata a casa dall’Iriti che era stato il secondo a penetrarla e quello che, secondo gli inquirenti, le aveva messo un paio di pasticche nel cocktail.

Mosca, comodamente svaccato sulla poltrona del suo ufficio, era in un brodo di giuggiole. Quello – si disse- era il pane giusto per i suoi denti aguzzi. Quegli stronzi degli autori c’erano andati un po’ leggeri ma ci avrebbe pensato lui a rendere i fatti ancora più truculenti.
Una telefonata lo distolse dai suoi pruriginosi pensieri.

“Brunetto?” fece una voce tremolante al telefono.
“Siiii? Chi è?” rispose Mosca parecchio infastidito.
“Brunetto, sono io, Enzino”.

Enzino Tinazzi, in arte Lupo era un cantante che aveva avuto un grandissimo seguito negli anni ‘70 per poi cadere nel dimenticatoio. Negli ultimi tempi, poi, nel giro della televisione, si era parlato anche di un suo tentativo di suicidio a causa dei suoi problemi di dipendenza dal gioco d’azzardo che lo aveva ridotto sul lastrico.

“Enzino carissimo, che piacere. Che posso fare per te?” fece Mosca togliendosi una caccola dal naso.

“Niente Brunetto, volevo solo ringraziarti, di cuore. Non c’era ancora stata l’occasione prima ma sai, volevo dirti che le ultime due comparsate che mi hai fatto fare nel tuo programma sono state un successo. Hanno rilanciato le vendite dei miei dischi e ti confesso che mi hanno salvato. Ma tu, Brunetto hai fatto ancora di più, hai salvato anche la mia famiglia e i miei figli che adesso posso di nuovo guardare negli occhi. Sei un grand’uomo, sei il migliore”.

“Enzino mio, figurati, per così poco. Sono felice di sapere che adesso va meglio ma mi raccomando, continua così che anche tu sei un grande. Adesso però devi scusarmi che sto organizzando la nuova puntata però ci vediamo presto e la prossima volta voglio che mi canti la tua meravigliosa canzone gelato abbandonato, va bene?”

“Certo Brunetto, per te qualsiasi cosa. Grazie, ancora grazie. Ciao”.

Brunetto Mosca voleva bene a Enzino Tinazzi così come a tutte quelle cariatidi televisive che lui aveva fatto rinascere a nuova vita. In molti gli dovevano una seconda possibilità e lui ne andava fiero. Voleva bene a quei buffi e decrepiti personaggi siringati di botox che aveva aiutato nel corso della sua sfolgorante carriera. Erano stati proprio quei personaggi a fargli compagnia da bambino quando restava solo a casa davanti alla televisione che era la sua unica famiglia.

Poi Mosca ritornò in sé e nella storia di cui stava già organizzando la messa in scena. Rilesse l’ultimo periodo del testo che aveva letto prima della telefonata. A quel punto immaginò i picchi di ascolto che avrebbe fatto da lì a qualche giorno ed ebbe un’erezione talmente violenta da doversi masturbare immediatamente. Il suo sperma bagnò l’ultimo foglio rimasto sulla scrivania, quello a firma congiunta di tutta la redazione che in calce comunicava anche una dimissione collettiva. A Mosca non interessava già più il resto, rimise il membro nei pantaloni e si attaccò al telefono pronto a organizzare la prossima, fortissima, entusiasmante puntata di CASA PER CASA, il talk show più amato dagli italiani.

Quell’ultima pagina, in realtà, avrebbe potuto raccontare il dopo: quello che restava di una ragazzina di quindici anni a cui i suoi amici, compagni e coetani avevano rubato per sempre il futuro. Quella pagina recitava più o meno così:

Giulia entrò in casa e andò in bagno, in silenzio, contratta nel suo dolore. Si guardò allo specchio e vide dei lividi segnargli il corpo come una mappa geografica. Si vide vecchia, si sentiva vecchia. Aveva le gambe appiccicose per del liquido rappreso un po’ ovunque. Aprì la doccia e s’infilò sotto l’acqua. Quando sentii quella sostanza fluida e calda scivolarle addosso ebbe un conato di vomito. Non piangeva Giulia, non provava nulla. L’acqua della doccia si macchiò presto di sangue ma anche in quel momento Giulia non ebbe nessuna reazione. Poi s’infilò a letto e posò il cellulare sul comodino, un gesto normale, come tutti i ragazzini della sua età fanno la sera, a casa, nella loro stanza, al sicuro. Il suono inconfondibile di una notifica la fece sussultare. Prese il telefono ed era un messaggio di Rossella: la sua amica le scriveva che l’aveva delusa profondamente. A questo seguì quello di Lorena che invece le diceva che se l’era cercata ma fu il terzo a spezzarle definitivamente il cuore o quello che ne restava. Era un messaggio privato di Federico accompagnato dal video di quella serata. Il messaggio riportava solo una parola scritta in maiuscolo: TROIA.
A quel punto Giulia Martini, quindici anni e tre mesi, cominciò a piangere convulsamente e la sua parte fragile, quella che per anni lei aveva cercato di soffocare, quella che aveva dovuto resistere alle tempeste di una famiglia assente e disperata, quella fragilità venne prepotentemente fuori come una valanga che la sommerse fino all’ultimo respiro.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'