Condividi su facebook
Condividi su twitter

Come un ladrone sulla croce

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Come un ladrone sulla croce, anch’io aspetto che il mio destino si compia. Come lui, anch’io aspetto con ansia che questa mia situazione di transizione, tra la vita e la morte, si interrompa quanto prima.

Come un ladrone sulla croce, anch’io aspetto che il mio destino si compia.
Come lui, anch’io aspetto con ansia che questa mia situazione di transizione, tra la vita e la morte, si interrompa quanto prima. Anch’io, come lui, conto gli attimi, mentre il sudore mi imperla la fronte: fa molto caldo ma io sudo freddo. La vita del ladrone è nelle mani del suo antagonista di sempre, il Dio degli eserciti. La mia in quella di colui che da un pezzo, ormai, si è preso per il dio della mia esistenza. Il braccio del Dio del ladrone potrebbe, magari su intercessione di suo figlio, essere misericordioso con lui. Il braccio del Biondo, invece, è guidato solo dal suo orgoglio. L’orgoglio della sua mira.
È vero quel che dicono: ecco la mia vita passarmi davanti. L’ultimo periodo di essa è stato quello più mozzafiato, anche in senso stretto: la corda attorno al collo l’ho avuta spesso. Ho attraversato deserti senza una goccia d’acqua e fiumi tra linee nemiche di una guerra civile, dove si muore come formiche per niente. D’altronde, la visione di un tesoro di quelli con i quali ti puoi ritirare per sempre a vita privata crea una motivazione, un brivido unici. Per un tesoro così, sarei andato a tirare la coda a Satanasso in persona.
D’altra parte, tra me e il tesoro si sono frapposti mille ostacoli e particolarmente due: un nemico vero e un falso alleato. A tutti gli effetti, due satanassi di fronte ai quali io, pendaglio da forca, faccio quasi figura di angioletto. Non sai quale è peggio. Il primo gode nel veder soffrire e nell’assassinare il prossimo; è avaro di soldo e di spirito. Il secondo gode nell’umiliare a morte il prossimo e mi ha preso di mira: lo odio. Qual è peggio? Alla fine, credo di esserci arrivato: il primo, nemico vero, il tuo peggior nemico si mostra col suo vero volto: sai come comportarti. Il secondo, presentandosi come alleato, ti disorienta; lui, però, è il tuo miglior nemico. Il massimo?
Mi ha svuotato il caricatore della pistola prima del duello finale, nei pressi del tesoro! Eravamo trema era un d-u-e-l-l-o, perdio! Se due hanno la pistola carica e uno no, chiamarlo triello solo per i nostri tre volti tesi in uno spasimo mortale, sarebbe pubblicità per gonzi.
Mi ero detto che sarebbe bastato eliminarli prima, uno per volta, mano a mano che mi fossi impadronito delle informazioni necessarie per il ritrovamento del tesoro e invece…
E invece lui, l’odiato e autoproclamato dio della mia vita, gioca ancora una volta con la mia pelle.
Ancora una volta la mia testa in un nodo scorsoio; ancor una volta lui, il suo fucile e la sua mira a segnare il discrimine tra la vita e la morte. Le mie. E per aggiungere spregio e tensione parossistica alla mia situazione, col miraggio della vita, quello dell’oro. Vuole che io soffra molto di più; vuole che io mi contenga, io che sono la quintessenza dell’immediatezza. Vuole che non mi muova e aspetti quieto e sottomesso i suoi porci comodi di padrone: vuole che mi adegui al suo ritmo.
E ora calma: appena provo a divincolare le mani legate, il nodo scorsoio mi stringe più stretto!
(onomatopea per tossicchiare di gola grattugiata)
Tutta la vita mi sta passando davanti mentre i miei stivali si tengono a malapena su questa precarissima croce di legno e il mio collo ondeggia paurosamente nel nodo scorsoio stretto che pende da questo albero della vita e della morte. Di fronte a me, per terra, una montagna di monete d’oro, tante da comprarci mezzo West.
Intanto – (onomatopea per tossicchiare di gola grattugiata) – un altro cric mi dice che la croce di legno di un povero soldato morto su cui tento di sostenermi si sta infossando.
La mia vita?
Prendersi da sé quel che la società perbenistica non avrebbe mai accettato che un popolano, un messicano, un emigrato potesse avere. Solo per questo la lista dei reati attribuitimi nelle numerose condanne dai giudici era così lunga e variopinta. Lunga e variopinta come i piaceri che i signori dabbene si concedevano grazie alla protezione della loro legge, creata ed applicata, da giudici e sceriffi, su misura per loro. Io, a mio modo, sono stato un esempio rivoluzionario per i poveri. Mentre il mio miglior nemico ha preferito navigare all’interno o nell’ombra dell’ordine costituito. Quando ci spartivamo la mia taglia, dopo la messinscena della sua consegna di me prigioniero al povero idiota di sceriffo di turno, la testa nel cappio ce la mettevo io e lui, comodo, a sparare alla corda al momento giusto, da comodissima distanza. E ha osato ricattarmi sulle quote, dicendo che, se la testa era la mia, la mira era la sua… L’ho odiato per bene già da allora.
E queste mosche adesso? Devo tollerare anche loro su di me senza muovermi… Biondo, pagherai anche questa!
Come un ladrone sulla croce, anch’io aspetto che il mio destino si compia. Come lui, vedo il mio passato e lo rivivo con consapevolezza nuova. Come lui, mi proietto in un futuro più carico disenso. Lui avendo cominciato ad amare quel Dio che lo aveva consegnato a quella vita. Io, invece, avendo cominciato ad odiare te, Biondo, padrone anglosassone come i tuoi pari, di un odio nuovo. Un odio di popolo. Ti auguro di non risparmiarmi o almeno di fallire il colpo. Se invece mi libererai, contando sul fatto che la fatica della vita, l’abbondanza dell’oro e la riconoscenza possano comprare la mia quiescenza, ti sbagli: io, Tuco Pablo Maria Ramirez, per te sarò la vendetta di tutti i messicani su tutti gli yankee. E la tua parte di tesoro andrà in Messico, dove da un po’ si sentono spirare venti di rivoluzione…

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'