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Consigli per le mamme morenti

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Illustrazione di Agrin Amedì
Una cosa giusta l’ho fatta in vita mia. Ne vado fiera e ogni volta che posso la consiglio alle amiche. Si tratta della morte di mia madre. Anzi, della morte della madre in generale.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di autobiografia
diretto da Rossana Campo per la Scuola Omero.

Una cosa giusta l’ho fatta in vita mia. Ne vado fiera e ogni volta che posso la consiglio alle amiche. Si tratta della morte di mia madre. Anzi, della morte della madre in generale. La mia ricetta vincente è: se tua madre sta morendo, a prescindere se la ami o la odi o entrambe le cose come succede quasi sempre, tu dalle tutto il tempo che le rimane, senza sconti. Io l’ho fatto, e mi sono trovata bene. Lei è morta e io ora sono qui, monda da ogni senso di colpa. Al contrario di tante mie amiche che scoprono tutte quello che avrebbero voluto fare e dire quando ormai è troppo tardi. Comunque, torniamo alla ricetta. Ad agosto dello scorso anno accompagnai la mamma dall’ennesimo radiologo che, quando fummo soli, non mi fece sconti: sua madre ha tre mesi di vita, non arriverà a Natale. Lei aveva capito ma non ne parlammo. Una accanto all’altra sulla Panda appena comprata, la borsa con i faldoni medici sulle sue ginocchia, ci dicemmo: va bene, basta che pensi a tutto tu. Sì, mamma, non ti preoccupare, ci penso io. Arrivata a casa, mi ero già trasformata in un soldato: affidai Paolino a suo padre, presi il mio cuscino e mi trasferii al piano di sotto, nel suo appartamento. A quasi trent’anni dalla mia fuga da casa, iniziavamo una nuova convivenza.

Eravamo io, lei, le flebo, il letto con traversina antimacchia, il cassettone delle medicine, la sedia a rotelle per i momenti di stanchezza eccessiva, la padella, i medici di passaggio delle cure palliative. Lo aveva deciso lei, da subito: voglio morire senza dolore. Trovami qualcuno che mi droghi, che mi riempia di morfina e che poi mi faccia morire durante il sonno. Li trovai, ma sulla morte erano inflessibili. Non l’avrebbero uccisa, solo sedata fino al coma. Meglio di niente, al resto avrei pensato dopo. Ogni sera preparavo la minestrina con il formaggino come le piaceva. Mangiava di gusto, chiedeva sempre un secondo piatto. Ci mettevamo davanti alla televisione, io facevo la maglia, lei si appassionava ai dibattiti politici e alle puntate già viste di Montalbano. Poi a letto, con il pannolone e i fazzoletti per il muco che usciva a litri dopo i colpi di tosse e i rantoli, le gocce per dormire, una dose di morfina sparata nella farfalla fissa, e lei che si addormentava serena, con la sua mano nella mia. Con la mano libera leggevo o chattavo su meetic con un tale Luca architetto che me lo voleva mettere in bocca e mi chiamava troia. L’ipad in bilico sulle ginocchia, finivo per frugarmi nelle mutande. Se lei si muoveva, bastava poco per rassicurarla: dormi mami, sono qui, non ti preoccupare di niente. La mattina, seduta in carrozzina la portavo in bagno, la spogliavo, la lavavo, le pettinavo quella matassa enorme di capelli ricci sale e pepe che la chemio aveva trasformato in una magnifica, folta chioma ondulata. Pronte per le visite, con i fazzoletti in grembo, andavamo in salone a ricevere parenti e amiche, quando venivano. Era il momento in cui mi potevo allontanare, affidarla per due ore a sua sorella e di corsa andare a vedere come stava mio figlio, il marito, la casa, le telefonate in ufficio. Poi la spesa, il gelatino di limone da portarle contro i saporacci delle medicine e di nuovo la minestrina, lei, la tv. Il pomeriggio, con la morfina ero più generosa perché l’oscurità dell’autunno ci intristiva entrambe. La bombola d’ossigeno mamma la usava soprattutto prima di fumarsi una sigaretta. Se la portava ancora spenta in bocca fino al computer, poi si faceva un paio di solitari fumando, mentre io riordinavo casa e preparavo la cena. Passando davanti alla cameretta con il tavolo da gioco, la vedevo sorridere assorta. La guardavo e sapevo che era questione di giorni, di ore. Non sentivo dolore né pena, solo una dolce determinazione che mi compattava. Prima della malattia le cose erano andate diversamente. Lei mi piegava e io soffrivo, lei mi forgiava e io mi appiattivo, lei comandava e io non ero capace di dirle di no. Di notte sognavo liti furibonde che finivano tutte con me che le urlavo VAFFANCULO, senza che però la voce riuscisse ad uscirmi dalla gola. Diventava un vaffanculo suicidio, che mi soffocava. Non ero mai stata capace di farlo, di mandarla a cacare quando mi fissava con i suoi occhi fermi e mi gelava il sangue, quando volevo andare a vivere lontano da quel cazzo di palazzo periferico con le nostre case una sull’altra per non vederla tutti i giorni. Quando cantavo e mi diceva che avevo una voce stridula, quando ricevevo un complimento e lei faceva spallucce, quando le chiedevo aiuto e lei mi diceva di non essere sempre così melodrammatica. Avevo avuto anch’io un tumore e lei non c’era stata granché. Avevo avuto una depressione mortale e lei mi lasciava con sua sorella per non saltare il burraco. Ero piena di fiele e di pena per me stessa, ma nessuno se ne accorgeva e spesso non me ne accorgevo nemmeno io. Poi, la sua malattia. La giostra dei miei risentimenti si bloccò di colpo. Nel silenzio della notte non li trovavo più, si erano dissolti per lasciare posto solo alla lucida determinazione di stare con lei e fare tutto quello che voleva. Solo a tratti, qualcosa di mefitico sembrava insinuarsi. Come quando iniziavo a fare i conti sull’eredità e su ciò che sarebbe stato mio. Soldi e case a sufficienza per campare il resto della vita senza lavorare. Mi vergognavo un po’ di questa avidità, ma la riconoscevo. Vedere lei morta e io ricca e sola era stata una delle mie principali fantasie di ragazzina.Bentornata, dunque. A metà dicembre organizzai una serata che sembrava quella di natale, con tutti i parenti e gli amici di mamma. Preparai una cena luculliana, ma lei volle la sua minestrina. Le lenticchie le davano fastidio alla pancia e poi ne le avevo cotte con l’alloro e la cipolla intera, quindi non le sembravano granché.

Ricevette decine di regali e molto affetto. Io ero distrutta, ma soddisfatta di me stessa. Ero stata brava. Quando la alzai dalla sedia a rotelle per metterla a letto, mi vomitò addosso un’onda di schiuma bianca che mi inzuppò il maglione di lana. Era contrita, si scusò a lungo, ma io la tranquillizzai. Anzi, mamma, c’è da essere contenti che ti sei liberata di tutto questo muco. Vedrai, questa notte dormirai senza tossire. Andai in bagno, mi spogliai, misi tutto in lavatrice, presi una maglietta di lana pulita, un paio di leggings di lana e mi infilai anch’io a letto. Lei aveva sempre freddo, io ero lì per riscaldarla. Si addormentò di colpo. Io la guardai a lungo, poi accesi l’Ipad e mi misi a chattare con un dentista. Insistette per andare su skype, voleva vedermi. Ero con il pigiama rosso, non potevo levarlo, non osavo muovermi, feci un primo piano e mi riavviai i capelli. Ero bruttina, con le occhiaie e senza trucco. Lui era nudo, seduto sulla sulla seggiola delle torture e si muoveva l’uccello. Era bello e con un corpo atletico, mi passai la lingua sulle labbra e lui venne mugolando nelle mie cuffiette. Mamma russava pesante. La mattina dopo faticava a svegliarsi. Quando aprì gli occhi mi sorrise e mi chiese di chiamare il dottore dell’hospice. Basta, oggi me ne voglio andare, chiamali. Presi il telefono e chiamai. Aveva ragione, quella era il giorno giusto. Per la prima volta piansi piano, quando le dissi ciao, mentre le infermiere le iniettavano la morfina e il diazepam in dosi da cavallo. Poi, mentre si addormentava, mi insegnarono a metterle il pannolone da sdraiata. Lei sentì mentre la muovevamo e iniziò a ridere come una bambina: sono sull’altalena, spingimi, spingimi ancora! Rideva beata e io continuai a muoverla a destra e sinistra fino a che non si riaddormentò. Passarono ore di rantoli e apnee. La guardavo, terrorizzata. Il muco le gorgogliava in gola facendo rumori inumani. Andai in cucina a farmi una camomilla, accesi laradio per non sentire quel rantolo e per non vedere i muscoli delle sue guance senza più forma, la bocca aperta che aspirava bolle. Mentre ero ancora in corridoio improvvisamente fu silenzio. Mi fermai, aspettai. Silenzio. La camomilla mi scivolò dalle mani, le gambe mi si piegarono, battei le ginocchia sul marmo e urlai per il dolore. Mi accoccolai per terra, tra i cocci e l’acqua calda, urlai ancora e poi rimasi lì, boccheggiando come un pesce fuori dalla boccia. Con l’ultimo respiro mamma si era risucchiata tutta l’aria della casa. Quando, una settimana e un funerale dopo, mi rialzai dal letto con le ginocchia fasciate, ricordai il sogno appena fatto. C’era mamma che camminava a testa in giù sul soffitto della sua camera. Io sapevo che era morta e le gridavo a squarciagola: Vaffanculo, vaffanculo! Lei mi guardava sorridendo, e mi rispondeva: grazie, figlia mia, grazie. E poi scompariva.

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