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Play. La mia vita, tra le altre cose, si fa di musica. Ammetto subito che non sopporto quelle domande tipo: “qual è il tuo genere di musica preferito? O l’autore”, chi celebra la musica sa che non può esserci un genere o un autore preferito.

Questo racconto è stato scritto durante
il laboratorio di scrittura autobiografica
di Rossana Campo

 

Play.
La mia vita, tra le altre cose, si fa di musica. Ammetto subito che non sopporto quelle domande tipo: “qual è il tuo genere di musica preferito? O l’autore”, chi celebra la musica sa che non può esserci un genere o un autore preferito. Sceglierne uno (o anche dieci) significherebbe sacrificarne comunque troppi.
La musica che fa la mia vita. Alti e bassi di sicuro, lunghe intro soliste, attacchi di batteria improvvisi, controtempi spiazzanti, stoppate, assoli …
Un giorno la mia vita può essere Led Zeppelin IV, l’altro Nick Drake. Una sera posso addormentarmi Satie, se piove e il mattino dopo svegliarmi Wagner, per poi riaddormentarmi Whashing Machine dei Sonic Youth.
Ecco, a proposito di questi ultimi, la mia vita è a volte fatta della stessa materia che si trova nelle incisioni dei Sonic Youth. Una Band che utilizza le chitarre per suonare gli amplificatori, farli fischiare. Melodie armoniche e dissonanti mutano, talvolta lentamente, talvolta all’improvviso, in stridenti lamenti trascinati, espansi, che si perdono nel caos e nel fragore di una tempesta sonora, esasperata, vorticosa. Tanti suoni sovrapposti e disarmonici che si fondono in un’unica confusa e a volte spaventosa pioggia di sonorità. Caos e anarchia, niente regole, ma alla fine il pezzo c’è. Vivo, sopravvissuto, nutrito e scarnificato.
Molti anni fa, Carrara, Il liceo Artistico. Durante le lunghe ore silenziose, sui fogli da disegno, scorrevano proiezioni ortogonali di architettura, riproduzioni fatte in carboncino di dettagli scultorei, ritratti di modelle prese da riviste di moda, paesaggi naturalistici, vorticose spirali psichedeliche fatte con la china, dopo aver fumato erba tra una lezione e l’altra. Durante quelle ore, la maggior parte di noi, aveva un walkman con sé. La testa tra le cuffie, piegata sul foglio, eppure non eravamo disconnessi come accade oggi, in cui tutto e tutti sono in connessione.
Se foste stati un pezzettino di polline, fluttuando nell’aria sareste entrati da una delle grandi finestre dell’istituto Artemisia Gentileschi, in una delle grandi aule. Sempre volando nell’aria, spinti dalle inebrianti correnti primaverili, sareste passati tra quelle teste munite di cuffie, tutte concentrate sui loro lavori. Da ogni testa e paio di cuffie, avreste udito un brusio diverso, un ronzio melodico e apparentemente indistinto.
Con un orecchio attento ed allenato, in quel brusio avreste potuto distinguere lì Ride the Lighting dei Metallica, accanto Evil Empire dei Rage Against The Machine, poco più avanti Verba Manent di Frankie Hi Energy, più in là il doppio album degli Smashing Pumpkins, Mellon Collie and the Infinite Sadness, dove tuonava strortissima Bullet and Butterfly Wings. Ancora fluttuando nell’aria, da un altro paio di cuffie, avreste riconosciuto Gli Aironi Neri dei Nomadi, poi Napalm Death, De Andrè, Joe Satriani, Guccini, Nervermind dei Nirvana…
L’aria era pregna dell’odore oleoso delle mine delle matite, di carboncino, scarpa da ginnastica, pelle di anfibi dr. Martens e di Musica. Dove c’era la musica, c’era qualcuno che se l’era portata da casa.
Dov’era Guccini, per esempio, c’era Francesco. Francesco parlava sempre tanto, come una locomotiva non si fermava mai. Gli ultimi anni si era fatto crescere i Dredd, adorava anche Bob Marley e fumava erba. Abitava in un appartamento con sua madre, lei lo aveva riempito di cristalli, aveva un affaccio molto bello e si vedevano le Cinque Terre. Adesso lui fa l’insegnante e questo avresti potuto immaginarlo, guardando una delle sue esibizioni acustiche con la chitarra, parlava sempre tanto anche lì, tra una cover di Guccini e l’altra. Infatti lo soprannominammo proprio “Guccini”.
Dov’era Joe Satriani c’era Emiliano, bello e principesco come Robert Plant, suonava la chitarra elettrica come pochi e spingeva al massimo la sua Uno Turbo, sulle strade storte della Lunigiana, quando il rombo del motore sostituiva le urla che avrebbe voluto lanciare contro suo padre. In qualche modo Emiliano è uno di quei tipi che quando lo incontri non lo dimentichi più, in qualche modo ti lascia il segno. Questo possono confermarlo anche i clienti del suo Tatoo Shop, che ha aperto da qualche anno, di recente.
Ad ascoltare i Napalm Death c’era Christian, tutta la sua rabbia era in quella musica, per molti incomprensibile fino ai limiti della sopportazione, la sua rabbia era riversata sulle copertine che faceva per le band con cui suonava grind core. Copertine assemblate con foto prese da libri di medicina, con le mutilazioni e le deformità che la natura impazzita semina a caso ai poveri umani nati sventurati. La rabbia di Christian, forse verso un padre autoritario che ha comunque lasciato lui e sua madre, era spruzzata sulla porta del bagno in camera sua. Un quadro rosso intenso. Tutte le volte che gli si rompeva un capillare nel naso lui usava il suo sangue, soffiandolo contro la porta di legno, una volta bianca, creando quella specie di macabro dipinto ad aerografo.
Dove c’erano i Nomadi c’era Bruno. Sempre allegro e con la voglia di ridere, un degno rappresentante di quello spirito Carrarino, goliardico e pieno di calore. Suo padre faceva il cavatore tra le gelide pareti di marmo sopra Carrara e aveva la passione per la caccia; un giorno, durante una battuta, morì per un colpo di fucile sparato da uno dei suoi compagni. Lo stesso uomo che sparò a suo padre divenne un assiduo corteggiatore di sua madre. Nonostante gli studi e la bravura che tutti gli riconoscevamo, Bruno era seriamente deciso a fare il Cavatore, lo diceva sempre. Adesso, da quello che so, è un bravissimo scultore.
Mellon Collie and The Infinite Sadness è la prima traccia che dà il nome al doppio album degli Smashing Pumpkins, è un giro di pianoforte che cresce piano e a cui si uniscono e si alternano, man mano, archi e fiati. Lì c’era Silvia, all’apparenza tanto minuta da occupare poco spazio nel mondo ma con due occhi grandi e scuri che, di quello spazio, ne lasciavano ben poco a tutto il resto, se ne incrociavi lo sguardo.
Ascoltava sognante quell’album e sognante te ne parlava. Adorava il cantante Billy Corgan, in quel periodo, nella fase di trasformazione estetica e artistica; un incrocio tra un bambino in età preadolescenziale e il Nosferatu del neorealismo tedesco di Murnau, con quella sua voce a volte miagolante e contorta, a volte sussurrata, poi esasperata e sporca. Silvia era sicuramente affascinata da quelle personalità ambigue, distorte. Sicuramente, durante gli anni al liceo artistico, ne aveva a disposizione un generoso campionario, proprio lì, tra i banchi e i corridoi dell’Artemisia Gentileschi; eppure ne manteneva la giusta distanza, la giusta distanza che a volte ci separa dai nostri idoli. Idoli che visti troppo da vicino potrebbero crollare.
O farci perdere troppo da non tornare indietro.
Alla fine lei ha deciso di perdersi, di spingersi più vicino. Perdendosi ha trovato un compagno da amare e due figli a cui far giocare con i colori, i pastelli e la fantasia.
Adesso come allora prendo una penna Bic, la infilo nel foro della bobina di destra e, per risparmiare sulle batterie del walkman, comincio a far roteare la cassetta; come un idiota che sventola una bandierina alla festa del paese, riavvolgo manualmente il nastro dell’audiocassetta ad una velocità di circa 4 centimetri per secondo, tornando indietro nel tempo di diverse primavere e canzoni, in un giorno di Maggio a metà degli anni 80, a Foggia, al Rione Armando Diaz.
Mio Zio venne a trovarci a casa, con un regalo per me, il mio primo walkman.
Era rosso fiammante, lo annusai come facevo di solito con le cose tecnologiche che man mano entravano nella mia vita, gustandomi quell’odore di plastica e cavi nuovi di fabbrica. Ero fuori di me dalla gioia.
Ero altrettanto entusiasta quando, pochi giorni prima, mio padre mi aveva regalato la mia prima bicicletta seria, una BMX gialla. Per me era la moto da cross delle biciclette, aveva le imbottiture di spugna sul manubrio e sul telaio e le ruote a carro armato.
Con il walkman fissato sulla cinta dei pantaloncini e le cuffie in testa, presi la prima cassetta che trovai a casa e saltai in groppa alla mia bmx, lanciandomi in strada. Con cautela, mentre pedalavo ancora piano, premetti Play sul walkman e dopo pochi secondi partì la canzone che impresse, in modo indelebile, uno dei momenti più belli della mia vita. White Wedding di Billy Idol, un pezzo che quel giorno io ascoltai per la prima volta ma che aveva già una manciata di anni. Tutt’oggi per me è una canzone senza tempo. Per chi non la conosce, comincia con un nitrito metallico, ottenuto facendo scorrere il plettro di traverso, sulle corde della chitarra. Segue un epico giro di chitarra, una scala che ricorda le ambientazioni western delle musiche di Morricone, ma senza cadere nella parodia. Il giro di basso della strofa è come un incessante cavalcata e sopra, Billy Idol, è caldo ed enigmatico. Per me era la canzone perfetta in quel momento, lo è tutt’ora. Correvo con la mia bici, con il sole in faccia e la musica nelle orecchie, niente mi poteva convincere che non fossi un essere libero e selvaggio, attraverso orizzonti sconfinati. Potevo anche chiudere gli occhi e seguire solo il calore del sole in faccia e delle note, incurante magari di chi dietro di me, rallentato in auto, mi gridava: “oh! Mocc’a mamm’t, te luà o no?!”.
Riavvolgo ancora il nastro con la bic, che sembra essere stata creata per questa funzione, vado ancora più indietro con il nastro e ho ancora il vento in faccia. Questa volta, però, il vento entra insieme alla brezza marina, dal finestrino della macchina di mio padre e le note sono quelle de La voce del padrone, il primo album di Franco Battiato. Cazzo, quell’album mi stregò. C’era qualcosa (a dire il vero, molto) che non capivo nei testi, in quello che diceva, eppure mi arrivava. Dicono che, tra le varie smart drugs, esistono anche quelle musicali; si tratterebbe di sequenze di note particolari che, abbinate in un certo modo, possono alterare o modificare lo stato psichico, causare anche una certa dipendenza. Difatti io ne ero completamente fatto, probabilmente è stata la prima droga che io ho assaggiato. Ascoltavo continuamente quell’album e lo imparai a memoria. Ero sempre lì, con la faccia appiccicata allo stero di mio padre, ad ascoltare… cuccurucucù, gli uccelli, centro di gravità permanente, summer on a solitary beach, bandiera bianca, sentimento nuevo… quella musica e quelle parole mi arrivavano così ermetiche, aggrappato dietro al sedile del passeggero, l’odore della stoffa del poggia testa mi dava un po’ la nausea. Scrutavo il paesaggio sfuggente della costa in movimento e quella musica rendeva tutto così immoto e stranamente sintetico, come se le persone sulle spiagge fossero manichini sotto il sole, come se sulla sabbia fosse stata allestita la fotografia vivente e non-vivente dei ricordi di un futuro ancora da dimenticare.
Ascoltavo continuamente e in continuazione La voce del padrone, così tanto che alla fine i miei genitori si ruppero i coglioni e mi fecero regalare il famoso walkman.
Insomma, come si potrebbe pretendere di chiedere a qualcuno “qual è la tua canzone preferita?” o “qual è il tuo artista preferito?” oppure “qual è il tuo genere preferito?” Magari ne scegli uno o due dal mazzo, poi però potresti dimenticare qualcosa di molto bello e importante.
Potresti dimenticare The Animal Instinct dei Cranbarries, che la mettevi quando nella pancia della tua ex, al nono mese, c’era tua figlia che, ascoltando quella canzone, cominciava a scalciare o a ballare. Potresti scartare, non volendo, Wicked Game di Chris Isaak, che mettevi su tutte le volte che facevi l’amore. Che poi a volte sembrava che facessi l’amore solo per ascoltare quell’album.
Potresti scartare anche tu vo’ fa l’americano, la canzone che tua sorella cantava a memoria a 4 anni, in piedi su una sedia, mentre tutti si ammazzavano dalle risate e tuo padre la riprendeva con la telecamera nuova.
Oppure, sempre tua sorella a 4 anni, che cantava la mia moto di jovanotti, mentre le insegnavi ad andare in bici senza le rotelle.
Mi chiedi di scegliere, ma io non posso scegliere poco per poi rinunciare a molto. Ogni canzone, ogni cantante, ogni ricordo dei tuoi amici,delle facce, delle risate, dei momenti che solo attraverso certe note puoi rivivere allo stesso modo.
Alla fine, se mi chiedono di scegliere, io una scelta ce l’ho. Io scelgo la Bic.

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