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Marco e Giulia

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Illustrazione di Agrin Amedì
Da quando si era risvegliato immobile in un letto d’ospedale, il tempo non riusciva più a capirlo. Non era nemmeno più certo che esistesse ancora. A parte le visite di un medico, dalla finestra era in grado di cogliere l’andare e venire della luce.

Da quando si era risvegliato immobile in un letto d’ospedale, il tempo non riusciva più a capirlo. Non era nemmeno più certo che esistesse ancora. A parte le visite di un medico, dalla finestra era in grado di cogliere l’andare e venire della luce. Una mattina vide un passero conquistare l’inquadratura della finestra. Non c’era una nuvola a offuscarne il volo. La luce era intensa. Lo vedeva battere rapido le ali, salire in alto fino al limite visibile e immobilizzarsi poi in una rapida picchiata verso il basso. Quel volo l’avrebbe scelto come riassunto di tutta la felicità del mondo, se avesse potuto. Si accorse che l’uccellino in quelle virate veloci e nelle picchiate non faceva altro che rincorrere una piccola passerotta che nello stesso cielo galleggiava leggera.
Li guardò per un po’, non riusciva a distrarsene. Li battezzò Marco e Giulia.
La luce del giorno si spense e si riaccese più volte, così che valutò fossero passati dei giorni. Continuò a osservare i due uccellini e ormai faceva il tifo per Marco, che considerò vanitoso ma irrimediabilmente timido. Vicino a Giulia lo vedeva poggiarsi al davanzale della finestra, spiegare le piccole ali e impettirsi spingendosi ben dritto sulle zampette. Si credeva un bell’esemplare, non c’era dubbio, ma mai gli riusciva di muovere un passo verso la passerotta, che dopo un po’ si allontanava indignata.
Le visite del medico avevano iniziato a irritarlo perché lo interrompevano sempre mentre ancora sperava in uno slancio di Marco e finivano quando i due uccellini erano già volati via.
Una mattina, appena sveglio, ritrovò Marco e Giulia posati entrambi sul solito davanzale. Marco era più lento del solito e teneva gli occhi fissi su Giulia, standosene ad appena un passo da lei. Flemmatico, da sembrare quasi ipnotizzato, lo vide muoversi verso Giulia strisciando incerto sul marmo bianco e puntando le zampe a ogni passo.
Il medico entrò in quel momento e finì col piazzarsi proprio tra il letto e la finestra, oscurandogli del tutto la vista di quello che stava avvenendo fuori. Non era solo: con lui altri tre uomini con il camice. Gli prese la mano sinistra e con un gesto plateale sollevò lo spillo per mostrarlo agli altri. Poi con un movimento veloce gli conficcò il metallo tra le falangi dell’indice e del medio. La stessa cosa ripropose tra le gambe, nei piedi e perfino sull’inguine. Non provò dolore. Un po’ di rabbia la sentì però nell’osservare quel medico torturarlo senza ragione, e sentì una collera maggiore nel sapere di essere servito per una sorta di spettacolo per quel trio in camice bianco che annuiva con occhi distanti. Vide poi il medico estrarre per la prima volta la penna rossa, aveva la mascella contratta e il viso bagnato di sudore mentre annotava qualcosa sulla solita cartellina. La cosa non lo incuriosì nemmeno. Non gli importava, in quel momento. Con la mente era già tornato ai due uccellini. Anche se non riusciva più a vederli, immaginò Marco con le ali aperte e Giulia che gli si avvicinava a piccoli passi. Li sognò stretti in un abbraccio, immersi nella luce del giorno. E qualche lacrima gli riempì gli occhi.

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