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Il tuffo

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Manco li cani e manco li pescetti avrebbe detto sua nonna, perché quello che sta sopportando Sergio non è mica roba da poco. Emigrante a cinquant’anni e dove poi? In un paese in cui l’ora più pericolosa scatta il venerdì alle sei quando si rischia l’amputazione di un arto se solo ci si scosta dal muro dove si sta appiattiti.

Manco li cani e manco li pescetti avrebbe detto sua nonna, perché quello che sta sopportando Sergio non è mica roba da poco. Emigrante a cinquant’anni e dove poi? In un paese in cui l’ora più pericolosa scatta il venerdì alle sei quando si rischia l’amputazione di un arto se solo ci si scosta dal muro dove si sta appiattiti. Il primo venerdì Sergio ne aveva tirati giù un bel po’ di Santi e Cristi, ma inutilmente a Deen Haag come nel resto d’Olanda non importa di cosa ti fai e chi ti fai, di che colore sei e di che colori ti vesti, se vieni da destra o da sinistra, pure la carrozza della Regina si sarebbe fermata per dar la precedenza a una bicicletta. Alle sette non gira un’anima e la città sa di zuppa e senape. Alle otto tutti brilli alle nove tutti fatti, alle dieci a pisciare nei canali. Alle undici le donne tutte sole vanno al bancomat per poi tornare a bere; a mezzanotte tutti a casa, in bicicletta anche se a volte si scambia con quella di qualcun’altro. E Sergio rintanato sotto le coperte a battere le brocchette per due lunghi lunghissimi anni. La ditta di trasporti messa su con il fratello era andata bene per un po’, poi ci si era messa la crisi e per pagare le rate del furgone nuovo era tornato a far il muratore, non in Italia, ma in Olanda dove pagano il doppio e accontentandosi di una sistemazioni economica, ogni mese ha mandato soldi al fratello che ha continuato a portare avanti la ditta. Lo sapeva già prima di partire che doveva stringere cinghia e denti e per lui sarebbe stato più semplice visto che non aveva famiglia, ma a vederlo ora la nonna avrebbe detto “ma che ci fai con la cinghia se non hai manco li calzoni?” E a forza di stringere denti Sergio non sorride più. Invece gli olandesi sono sempre contenti, ogni giardino ha erba verde e fiori colorati e casette per gli uccellini. Non c’è bisogno di chiudersi dietro porte blindate, per guardiano, basta un gatto grasso alla finestra; quelle finestre enormi, talmente alte che forse non ci sono tende che possano coprirle, perché proprio nessuno ha mai pensato di metterle. E poi a che servirebbero, tanto prima di mezzogiorno il sole non si degna di uscire. Sergio spia nelle loro case che al contrario dei giardini, sono sciatte e spesso sporche: in cucina ci sono file di bottiglie di birra vuote e cartoni di pizze e cibi surgelati, nelle camere da letto il posacenere è pieno di cicche, i vestiti sporchi sparsi per terra. Sergio non è ancora riuscito a capire perché la tazza del bagno sta separata in un intermezzo, il bidet, si sa è una fissazione solo italiana. Le famiglie si riuniscono nei grandi saloni, ognuno per fatti suoi, chi sta su Skype, chi sorseggia un bicchiere di vino rosso, chi suona la batteria, chi prepara una mostra fotografica, chi solleva pesi, chi fuma cubani. La mattina si danno il buongiorno e pretendono una risposta da Sergio che vorrebbe solo un caffè decente e gli butta in faccia un Morgen quasi fosse uno scatarro. Morgen una delle pochissime parole che in due anni Sergio ha imparato, insieme ad Asturbif che di preciso non vuol dir nulla ma che ti dicono alla fine di qualsiasi frase. Ci ha provato a studiare l’olandese, ma proprio non c’è riuscito. Quei suoni a metà tra i versi di una foca e il rumore di foglie al vento hanno troppe consonanti e troppe aspirazioni per poter essere comprensibili.

Prima di partire tutti gli davano gran pacche sulle spalle alludendo alla sua fortuna di andare al nord dove le donne già all’aeroporto e ai caselli autostradali sono in fila ad aspettare il maschio italiano, invece sono due anni che non ne tocca una, non che in Italia facesse fuochi d’artificio, ma ogni tanto almeno capitava. Le donne olandesi sembrano amazzoni appena scese da cavallo, nelle buste della spesa con la verza e le patate sbatacchiano i figli come pezzi di carne e mai che gli mettono un cappelletto in testa o una sciarpetta su quelle guance tagliate dal vento, poi ai primi e rari raggi di sole tutti nudi a giocar sull’erba e sulla terra senza lasciarli neanche le mutande. Portano a casa mazzi di fiori arancio e lilla avvolti in carta velina e sorridono con gli occhi di cielo, ma non lo degnavano di un’occhiata. Se lo fanno vuol dir che sono proprio male in arnese o sono belle e a pagamento.

E arriva il giorno del ritorno a casa, finalmente. Ha prenotato il volo più economico, partenza per Roma il primo gennaio alle 20,00 e il trentuno mentre tutti si facevano gli auguri lui ha fatto le valigie. La mattina si è alzato presto, e dopo due anni ha del tempo libero e la schiena non è a pezzi. L’eccitazione della partenza gli impedisce di rimanere nella sua stanza e, nonostante il freddo, nonostante non gliene freghi niente di sapere come sia, nonostante non sappia neanche pronunciare quel nome, decide di andare per la prima volta a Scrhewening la spiaggia vicino Deen Haag, dove forse troverà un chiosco aperto per mangiare l’aringa l’unica cosa commestibile e a buon mercato che ci si può permettere in Olanda oltre le patate fritte. Sergio si ricorda la prima volta che l’ha comprata e la ragazza che gliela riempiva di cipolla perché lui non sapeva come dirle di non farlo. Certo sua nonna si sarebbe rivoltata nella tomba a vederlo prendere quel pesce puzzolente per la coda e mangiarlo calandolo giù per la gola come fanno gli olandesi. Che nostalgia i suoi spaghetti con le telline, così buoni non ne avrebbe più mangiati. Qualche volta l’accompagnava alla spiaggia a cercarle e i piedi scalzi si riempivano di sabbia nera. Ma più che alle telline era interessato agli oggetti portati dal mare, bottoni, legnetti a forma di animali, pezzi di copertoni e la nonna gli diceva “Quello che il mare ti dà lo ha tolto a qualcun altro”, ma a lui non importava perché una pistola di plastica mezza rotta diventava il suo tesoro.

Quando scende al capolinea del tram n 1, dopo che pure di Capodanno gli hanno controllato il biglietto, il freddo lo trafigge con cento spilli, come al solito è il suo bersaglio preferito, perché i tanti olandesi che non credeva di trovare lì, passeggiano, corrono, tirano palline da tennis ai loro cani, si fanno fare ritratti, guardano fermi come stoccafissi un gruppo di giocolieri e bevono birra e fumano ai tavoli fuori dai bar, perché se non nevica, grandina o diluvia per loro è una bella giornata. Un grande edificio a forma di zuppiera capovolta con la scritta rossa Casinò, sovrasta la spiaggia che non credeva potesse essere così grande. Poco più in là, lo spettacolo è surreale: decine di olandesi uomini e donne di tutte le età, pure vecchi, con le loro pance piene di stufato di maiale, corrono in costume a tuffarsi in mare urlando come kamikaze. L’unica arma è una cuffietta rossa in testa e per medaglia li aspettano con una coperta termica e una tazza fumante di zuppa ai piselli liofilizzata che loro tengono tra le mani, con la bocca fissa in un sorriso contenti perché questo bagno propiziatorio porterà bene per tutto l’anno o forse gli è venuta una paresi per il freddo. Se ci fosse stata sua nonna come si sarebbero divertiti ad urlargli “Aripiateve a sgangherati”.

Gli viene fame e non c’è bisogno di chiedere informazioni, perché le narici gli indicano benissimo la strada per il chiosco. C’è fila e Sergio la fa per ben tre volte, perché la prima aringa non lo ha saziato e neanche la seconda. Alla fine ne mangia voracemente quattro, tanto salterà il pranzo che in aeroporto tutto costa il triplo. Sempre a cercar di risparmiare fino all’ultimo euro e fino all’ultimo. Chissà se suo fratello in questi due anni ha rinunciato al cappuccino al bar e alla pizzata del sabato sera. Se avesse saputo tenere un po’ di più le mani in saccoccia… Il Natale, dalle foto che gli ha mandato sul cellulare, lo ha festeggiato con i fiocchi e pure il Capodanno, per lui è rimasta la Befana per un regalo sotto l’albero e mentre si riscalda a quel pensiero gli vien voglia di andare a vedere quanto è lunga ancora la spiaggia. Inizia a camminare, lasciandosi alle spalle la zuppa e la zuppiera, la musica degli organetti, la statua della moglie del pescatore, le cabine di legno colorate, la gente della festa e gli ultimi aquiloni. Continua a camminare su quella spiaggia fine e chiara che deve essere di ghiaccio, perché i piedi ormai non li sente più, come la faccia che il vento prende ancora a schiaffi. Incontra qualcuno ed è lui il primo a salutare e i loro Morgen rotolano giù fra le onde. Sale su per una delle dune che spiccano nella piattezza del paesaggio e dove la sabbia è ancora più sottile, poi si ferma e guarda indietro: non si vede più nulla del cemento di Schrewening, l’ultima petroliera in lontananza sembra una isola rosa. Non si vede più nulla, potrebbe anche essere a casa, solo il mare, che è d’acciaio e gli si fa sempre più sotto. Sergio è stanco ma corre giù verso il bagnasciuga, accolto dagli spruzzi di acqua e ghiaccio e continua a correre con il fiato che fa male. Tutto è di un bianco che abbaglia e alla fine stremato si accascia supino e guarda le nuvole basse e la marea che si alza. Si spoglia, le conchiglie sotto i piedi, i gabbiani alle spalle e nudo si tuffa. Anche sua nonna sarebbe rimasta a guardarlo senza parole.

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