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Gusci rossi

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Illustrazione di Agrin Amedì
Tess odiava il martedì. Lo detestava da sempre. Le rimaneva indigesto come i broccoli che da bambina sua madre le propinava per cena, implacabile, ogni secondo giorno della settimana, obbligandola a rimanere seduta fino a quando non fosse rimasta più traccia di verde nel piatto.

Tess odiava il martedì. Lo detestava da sempre. Le rimaneva indigesto come i broccoli che da bambina sua madre le propinava per cena, implacabile, ogni secondo giorno della settimana, obbligandola a rimanere seduta fino a quando non fosse rimasta più traccia di verde nel piatto. E tra tutte le ventiquattro ore del martedì, Tess in particolare non sopportava l’intervallo tra il suono della sveglia e il momento in cui si infilava le scarpe, un secondo prima di aprire la porta e ficcarsi nel mondo. Ma quel martedì prometteva meglio. Entrando in cucina l’aveva vista subito. Una torta double dark a forma di cuore, grande come una mano, risplendeva sul tavolo bianco accanto alla moka per il caffè. Un sorriso aveva attraversato il viso della ragazza. Accanto Mia aveva lasciato un bigliettino con scritto “ Torta anti-martedì. Mangiami tutta. Stop. I love you. Stop”.
La ragazza si era chinata sul dolce fino a toccarlo con la punta del naso e poi l’aveva sniffato allungando il collo con soddisfazione, gli occhi ancora mezzi chiusi. Ne aveva tagliato una fettina e tenendola con il pollice se l’era spinta tutta in bocca con due dita. Aveva messo sul fornello la macchinetta e stava scegliendo il tipo di zucchero dalla scatolina di legno, scorrendo tra le bustine su e giù con il dito, quando cominciò a pizzicarle un orecchio. Le prudeva il lobo e un po’ più su oltre il piercing. E anche il pezzettino di cartilagine al centro, quello che si scosta con l’indice per pulirsi il cerume. Se lo stava grattando con la mano sinistra mentre con l’altra aveva tagliato un’altra fettina, la terza, da cui aveva staccato la punta per posarla sulla lingua. Prudeva anche l’altro orecchio. E leggermente gli occhi. Mando giù due sorsi di caffè fumante mentre il tavolo cominciava a ondeggiare. Un attimo dopo si stava grattando la base del collo, tra i capelli, nervosa, adesso le prudevano anche le spalle. Appoggiò entrambe le mani sulle orecchie e le sentì bollenti. Doveva averla punta qualcosa, un ragno una vespa forse, senza che se ne accorgesse. Cominciò a grattarsi le mani, i palmi al centro e la base del polso, tra le dita e intorno alle nocche. Strisce rosse di dermatite galoppante le attraversavano gli avambracci fino al gomito. Si guardò la pelle con ansia. Aveva tutto l’aspetto di un rush cutaneo, il primo segno evidente di un attacco allergico a cui ne sarebbero seguiti altri più dolorosi e soprattutto più pericolosi ma non era così, non poteva essere così. Doveva stare calma, non aveva mangiato niente di strano, non c’erano noci, nocciole o mandorle nell’impasto. La torta l’aveva fatta Mia con amore e precisione asburgica, quindi niente frutta a guscio per certo. Aveva le ascelle in fiamme. Era stato un ragno, sicuro. E lei aveva una reazione locale. Doveva soltanto prendere l’antistaminico e sarebbe finita lì con qualche grattatina e un inutile spavento. Si alzò dalla sedia sentendo un principio di affanno, gli occhi si erano fatti tutti asciutti e le sembrava di avere due spilli conficcati nella caruncola lacrimale. Brutto segno. Nella scala di gravità da reazione allergica di Tess, l’aculeo nell’occhio faceva balzare immediatamente la magnitudo dell’evento da “Preoccupante” a “Grave. Prendere immediati provvedimenti”. Afferrò la borsa sul divano e aprì la zip della tasca interna alla ricerca della scatolina tonda con il cortisone e l’antistaminico. Ma la scatolina era scomparsa e le medicine anche. Cercò meglio, con le mani che le tremavano per l’ansia. La tasca era vuota. La rivoltò per sicurezza. Rovistò ancora dentro la borsa. Niente. La capovolse e la svuotò sul pavimento. C’era di tutto ma non quello che stava cercando. Le girava la testa. L’80% delle donne conserva le medicine nella stanza da bagno, Tess non faceva eccezione. Con un crescente senso di nausea barcollò incerta verso il mobile del bagno e aprì lo sportello sorreggendosi con la mano sul lavandino. L’intero reparto allergia era vuoto. Le sembrò un’allucinazione. Fissò incredula lo spazio 10×10 perfettamente pulito e vuoto. L’ansia si stava trasformando in disperazione, piccole lacrime le correvano sulle guancie. Lo specchio rifletteva un viso rigonfio, chiazzato e asimmetrico. Le labbra sembravano il grottesco risultato di un pessimo chirurgo, turgide e senza più forma. Tess guardava la sua immagine senza riuscire a capire come fosse successo ma comprendendo perfettamente che la situazione stava precipitando e che non possedeva al momento alcuna spiegazione plausibile. Vomitare le sembrò la mossa più intelligente da fare e si piegò sul lavandino per bere un po’ di acqua con cui espellere quello che aveva ingerito. Ma anche bere era diventato difficile. Non c’era spazio sufficiente nella sua trachea per l’acqua e l’aria contemporaneamente, le mucose si erano gonfiate e le faceva male la gola, l’ossigeno pareva filtrare appena, vomitando si sarebbe soffocata. Le girò la testa più forte e questa volta finì in terra seduta. Si sentiva soffocare. Le mancava l’aria. Si sdraiò a pancia in su per lasciare libero il torace. Pensò che è così che si muore per asfissia e si chiese se anche gli annegati provano questa stessa sensazione, o se l’acqua nei polmoni dia un senso di pieno diverso, un soffocamento bagnato e non asciutto. E mentre indugiava esorcizzando la situazione con dettagli macabri, Tess perse conoscenza e cominciò a sognare. Era con Mia su una casa galleggiante che percorreva una specie di fiume ma non sapeva come ci fosse arrivata. La sua fidanzata aveva in mano un rotolo di carta tutto scritto che le stava leggendo a voce alta con un fare tenero ed emozionato da cerimonia. Era una lista lunghissima di ricordi, oggetti, eventi dettagli della loro storia d’amore, come se tutta la loro vita le scorresse davanti in fila, precisa e ordinata come la mente di Mia. “ La prima volta che ti ho vista al centro di arte contemporanea. La cena indiana di mezzanotte sugli scatoloni. Quando l’abbiamo fatto sulla spiaggia. La tua sottoveste bianca. Il matrimonio di Frank e Lucille, quando hai preso il bouquet”
La casa galleggiante prese a traballare, Tess aveva la nausea. L’acqua del fiume era agitata e il cielo si era fatto scuro, pesante, ora c’era un tono di accusa nella voce della fidanzata che quasi urlando scandiva dettagli che Tess non credeva avesse notato. “La sera che sei tornata e ti sei fatta subito la doccia anche se era l’una di notte. Le scarpe nella macchina che aveva lasciato la tua amica. Il cellulare che porti anche in bagno. L’odore che non conosco nella tua sciarpa. Quando mi hai detto che eri al cinema ma non ti ricordavi la storia”. Mia sapeva. L’aveva scoperta. Mia era arrabbiata. Il fiume si faceva sempre più mosso e il battello si era incagliato, imprigionato da centinaia di gusci di crostacei rosso sangue che galleggiavano sulla superficie dell’acqua. Tess riprese conoscenza di colpo, fu come un tuffo improvviso nella vita, le braccia allungate sul pavimento freddo del bagno le ricordarono dov’era. Aveva il sogno chiaro in testa. E altrettanto chiaro il messaggio onirico da interpretare. Mia sapeva. Mia le aveva nascosto le medicine. Cattiva. Si stava vendicando, stronza! Aveva sognato gusci rossi. Era stata lei, perversa. Mia aveva messo nella torta la frutta a guscio, voleva ucciderla. Le si scatenò dentro una furia, una forza potente come un uragano e cacciò un urlo fortissimo. La rabbia agì come il Narcan su un tossico in overdose. In pochi secondi riprese a respirare normalmente, la coscienza spazzò via il sogno e avvertì un dolore al fianco sinistro, su cui era caduta svenendo. Non c’era traccia di senso di colpa in lei, era incazzatissima.
Si trascinò all’indietro con i gomiti, gattonando sul marmo al contrario e raggiunse la cucina. Il cellulare era finito sul pavimento. Digitò il 118 e quando la voce rispose disse
“mi hanno avvelenato, venitemi a prendere”. Riprese la scena con la minicamera con un gesto lungo e tondo da destra a sinistra. Sul pavimento vintage a scacchi bianchi e neri inquadrò un assorbente, un burro di cacao, un’agendina, e poi una penna, una matita per occhi, alcuni scontrini, un paio di calze, le sue ginocchia e lo smalto rosso delle dita dei piedi appoggiate su una macchia scura e liquida che pareva sangue ma era caffè. E poi ancora dall’altra parte una minitorcia, le chiavi di casa, le chiavi della macchina, un elefante portafortuna, un’altra penna, una sciarpa e una borsa vuota. E in mezzo Tess, distesa lunga e bianca, in canottiera e pantaloncini, viva. Con la pelle d’oca sulle braccia per il freddo delle mattonelle, i ricci appiccicati sulla bocca che si sollevavano piano a ogni respiro, gli occhi nerissimi e lucidi su sfondo bianco, in attesa dei soccorsi. Un refolo di vento si intrufolò nella stanza scostando con un colpetto secco la portafinestra, gonfiò la tenda, alzò in volo dal tavolo il biglietto di Mia e, con una giravolta, lo fece atterrare sul pavimento sfiorando la mano di Tess che, girando la testa lo vide e sorrise. La guerra era finalmente finita. Dopo trent’anni aveva per sempre sconfitto il martedì.

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