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Dall’altra parte

di

Data

Quel pomeriggio di non mi ricordo quale anno, per un istante, forse l’unico, siamo esistiti solo io e lei. Io sotto la rete con il mio naso rosso all’insù e una parrucca gialla ormai afflosciata sulla testa, e lei che si dondolava sul trapezio come una barbie spinta su un’altalena.

Quel pomeriggio di non mi ricordo quale anno, per un istante, forse l’unico, siamo esistiti solo io e lei.
Io sotto la rete con il mio naso rosso all’insù e una parrucca gialla ormai afflosciata sulla testa, e lei che si dondolava sul trapezio come una barbie spinta su un’altalena.
Ricordo che la luce illuminava la pista e la sua ombra faceva avanti e indietro: i miei occhi la seguivano come si fa con il pendolo di un orologio.
Non ricordo se fu per un rumore o fu solo un caso quando lei si girò e vide che la guardavo.
Oggi non ne sono sicuro, la memoria comincia a giocare brutti scherzi, ma si, io ricordo che mi sorrise.
E ricordo che la sera stessa, prima dello spettacolo, venne a bussare alla mia roulotte. La feci entrare e lei lasciò che finissi di truccarmi. Rimase in silenzio ed io potevo osservarla dallo specchio. Avevamo gli stessi occhi.
Gli occhi di chi ha fame di bene.
Dalla pista del circo però non se ne accorgeva nessuno.
Entravo, inciampavo, cadevo, mi rialzavo: tutti ridevano.
Toglievo la giacca, poi un’altra, un’altra ancora, poi l’ultima: tutti ridevano.
Regalavo palloncini, fiori finti e soffiavo coriandoli: tutti ridevano.
Quella sera, finito il mio numero, mi misi seduto vicino al carrello dei pop corn. Volevo vederla.
Le luci del tendone si spensero nello stesso istante: non si vedeva più nulla e dal pubblico si sentivano i mormorii della gente che si chiedeva se ci fosse stato una qualche specie di blackout.
Poi un faro puntò in alto e illuminò il trapezio. Lei era seduta lì sopra con un vestito che da solo faceva più luce del faro. Sembrava avesse fatto un incantesimo e ci avesse costretto a guardarla.
Iniziò a dondolarsi fra il buio e la luce come fanno d’ estate le lucciole: ora ci sono, ora non ci sono più.
Poco dopo la vedemmo a testa in giù: le braccia penzolavano al ritmo del trapezio ma sembrava dovessero afferrare qualcosa. A qualunque costo, perché iniziarono ad allungarsi fino a raggiungere le sedie più vicine alla pista.
Ne avevo viste di stranezze io, ma ricordo che scattai in piedi e che la mia bocca si apri in un “ooooohhhh” quasi silenzioso tanto era grande il mio stupore.
Alcuni iniziarono a gridare, tanti corsero via, altri si facevano il segno della croce ma restavano a guardare.
Fino a quando le sue mani raggiunsero quelle di un uomo che era rimasto seduto al suo posto, immobile.
Lui le afferrò, strinse forte e si lascio sollevare. Negli occhi di lei non c’era fatica, in quelli di lui non c’era paura.
Anzi, potrei giurare di aver colto un’espressione quasi di sollievo.
Le braccia della trapezista iniziarono ad accorciarsi e a tornare di dimensioni normali, e insieme all’uomo riprese a dondolare. Prima piano, poi sempre più veloce, e quando sembrò che fosse abbastanza, il faro si spense.
Passarono pochi secondi e quando tutte le luci tornarono ad illuminare il tendone e le facce di quei pochi che erano rimasti a guardare, rivedemmo il trapezio.
Vuoto.
Puff. Spariti.
Partì un applauso, la paura aveva lasciato spazio alla meraviglia.
Finito lo spettacolo la cercai, ma non la rividi fino alla sera successiva.
Entrò nella mia roulotte, io mi stavo truccando. Si mise a sedere dietro di me e non disse una parola di quello che era successo il giorno prima.
Non ci misi molto ad accorgermi che non le piaceva parlare, ma ascoltare si, quello lo faceva sempre con attenzione. Anche se sembrava che i suoi occhi riuscissero a vedere oltre le immagini che le mie parole raccontavano.
Non ricordo quante sere abbiamo passato cosi, divenne un’abitudine: lei bussava alla mia roulotte e io poi la guardavo sparire seduto vicino al carrello dei pop corn.
Ricordo che una notte sentii bussare forte alla finestra, pensai che ci stessero tirando dei sassi, e invece erano le sue mani che battevano di continuo perché non riusciva a svegliarmi.
C’era solo la luce fioca dell’abat-jour vicino al letto, ma scostandole i capelli vidi che aveva un occhio nero e un taglio che sanguinava sulla fronte. Ma i suoi occhi, c’era cosi tanto terrore che credo non avessero mai visto niente di brutto prima di quel momento.
Le presi il viso tra le mani e le chiesi chi diavolo l’aveva ridotta in quel modo.
Ricordo che mi disse soltanto due parole: vado via.
Quella notte facemmo l’amore per la prima volta. Ricordo di aver avuto paura. Paura che le facesse schifo vedere la mia pancia muoversi sopra di lei o toccare tutte quelle rughe che non avevo nascosto sotto il cerone.
E invece lei le ripercorse una ad una con le sue dita fredde, come se ci avesse rivisto dentro tutto le storie che le avevo raccontato e mi asciugò la lacrima che io, a quel punto, non ero riuscito a trattenere
Fu quella notte che glielo chiesi: “Dove vai quando te ne vai?”
“Dall’altra parte, vado dall’altra parte”.
Non chiusi occhio. La mia mente si sforzava di trovare una spiegazione che si avvicinasse anche solo un po’ a qualcosa di sensato, ma è ovvio che non ci riuscii.
La mattina dopo, quando mi svegliai, ero nel mio letto da solo.
Ero sicuro che l’avrei rivista prima dello spettacolo, ma sbagliavo.
Feci il mio numero come sempre, le risate erano quelle di sempre, e io come sempre mi ritrovai seduto vicino al carrello dei popcorn.
Me lo ricordo come fosse ieri.
Di nuovo il buio, poi il faro, il vestito che brilla sul trapezio che dondola e le sue braccia che si allungano ma non fanno più paura. Corsi, corsi come un disperato per afferrare le sue mani, ma non feci in tempo.
Quella sera sparì oltre il tendone e fu l’ultima volta che la vidi.
Non è ancora tornata, ma io l’aspetto qui, seduto vicino al carrello dei popcorn.

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