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Perizia ed ardimento con salvaguardia di nonna e nipote

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quindici minuti dopo la mezzanotte del giorno 12 giugno 1811, in esecuzione dell’ordine di intervento della Centrale, con istruzioni di sopralluogo per sospetto furto in corso, l’ardimentoso equipaggio della volante A233 giungeva in Contrada Bosco, al civico 1 di Strada Mezzana, a circa mezz’ora dal centro abitato di Villaggio.

Quindici minuti dopo la mezzanotte del giorno 12 giugno 1811, in esecuzione dell’ordine di intervento della Centrale, con istruzioni di sopralluogo per sospetto furto in corso, l’ardimentoso equipaggio della volante A233 giungeva in Contrada Bosco, al civico 1 di Strada Mezzana, a circa mezz’ora dal centro abitato di Villaggio.
Pur coscienziose, le informazioni dalla Centrale individuavano la zona in modo incerto. In esse, si riferiva di urla di donna, voci di bimbi e ululati, forse di lupo, provenienti da una casa nel bosco. Individuando un solo fabbricato rurale al termine della pista in terra battuta, in assenza di alcun rumore, l’equipaggio della volante procedeva ad una accurata ispezione dell’esterno del fabbricato stesso, rilevandolo come una casa colonica ad un piano, con tetto di paglia, dotata di due finestre ai lati della porta principale. Immediatamente, fu notata la porta d’ingresso spalancata che, ad un esame più accurato, si presentava scardinata, come da effrazione.
Dopo aver avvisato i potenziali occupanti con le formule di rito, senza ricevere risposta alcuna, l’equipaggio, armi alla mano, s’insinuava nello stabile con circospezione. La penetrazione avveniva dalla porta aperta e conduceva nel locale riconosciuto come la cucina. Sul tavolo, con posate e bicchieri, come preparato per un pasto, era posto un cestino con mele ed altre vivande; mentre appoggiata ad una delle sedie, si repertava una mantellina rossa con cappuccio.
Stante l’oscurità interna, l’equipaggio decideva di dotarsi di apposita lampada per ispezione. Dotato dello strumento d’illuminazione, l’equipaggio si accingeva a perlustrare le altre stanze del fabbricato, quando udì un pianto sommesso giungere da uno dei locali su retro. Di conseguenza l’equipaggio decise per l’irruzione.
Gli agenti si accingevano ad irrompere nel locale attiguo, quando aprivasi un’anta della porta di comunicazione e traevasi, nel cono di luce illuminato dalla lampada, un uomo, successivamente identificatosi come il sedicente Bartolomeo Sparo, di professione cacciatore.
L’uomo teneva in mano un lungo coltello da caccia insanguinato e in spalla, a guisa di fusciacca, un’arma a canna lunga, immediatamente sequestrata per successiva catalogazione. L’uomo inoltre, presentava il viso deformato da un ghigno, con il quale scopriva tutti i denti.
All’apparire dello sconosciuto, gli agenti intimavano immediatamente l’alt e, in assenza di reazione dello stesso, procedevano all’applicazione delle manette e all’arresto sul posto. L’uomo, in evidente stato confusionale, non rispondeva alle domande degli agenti e ripeteva solo: “Finalmente l’ho ammazzato”.
Rammentando il precedentemente udito pianto di bimbo, dimostrando perizia ed ardimento, l’equipaggio allertava la Centrale con uno dei piccioni in dotazione e, successivamente, irrompeva nei locali attigui, alla ricerca dell’infante che presumibilmente vi si trovava.
Appena varcata la soglia, alle narici dell’equipaggio saliva un tremendo fetore, e l’interno della stanza si presentava come un unico locale senza altre aperture, al di fuori della già citata porta d’ingresso. Sul fondo del locale si trovavano: un grande letto a baldacchino con una coperta scura, una poltrona e due comodini; mentre, vicino alla porta d’ingresso, situava un ampio cassettone.
Irrompendo nel locale, il primo agente scivolava, per il pavimento reso viscido da liquidi e cadeva. Rialzandosi prontamente, l’agente si ritrovava visibilmente imbrattato di sangue.
In quel momento l’equipaggio udiva nuovamente il pianto soffocato, distinguibile ora come quello di una bambina, provenire da dietro la poltrona in fondo alla stanza. All’ispezione dell’interno con la lampada, la scena del presunto crimine risultava la seguente: sul grande letto, un enorme canide dal pelo nero, giaceva supino, con le zampe allargate e con il ventre squarciato dalla gola al pube, mentre lenzuola e coperte erano imbrattate di fluidi corporei di ogni genere. Accanto al letto, sulla poltrona, situava un corpo di dimensioni minute, difficilmente riconoscibile, e accertato in seguito come appartenente alla proprietaria del fabbricato, tale Nonnina Dolce, nata e residente in loco. La donna, priva di segni vita, con la bocca spalancata e le mani strette attorno alla gola, era ricoperta di liquido viscido e nauseabondo che, ai successivi accertamenti del Reparto Indagini Scientifiche risulterà una miscela di sangue, bile, succhi gastrici, escrementi liquidi e urina di lupo.
In ultimo, dietro la poltrona, veniva finalmente rinvenuta la bambina, seminuda, anch’essa imbrattata di sangue, con deboli segni di vita e respiro irregolare. La bambina, identificata successivamente come Rosso Cappuccetto, nata e residente in Villaggio al civico 5 di Via dei Mughetti, alla vista degli agenti, scoppiava a piangere ed a maledire la mamma per averla inviata in visita alla suddetta Nonnina malata.
In ultimo, riscontrata l’assenza di altri soggetti di interesse, gli agenti tentavano di calmare la bambina, ancorché continuasse a dare in escandescenze, ed attendevano l’arrivo di medici e paramedici.

Premesso il rapporto della volante di cui si è dato, sopra, breve sunto;
premessa la proposta di encomio stilata dal superiore diretto dei membri dell’equipaggio;
premessa la controfirma della proposta, aggiunta dal Capo Dipartimento;
tutto ciò premesso, quest’ufficio, si pregia di conferire all’Agente Scelto Jacob Ludvig Karl Grimm e dall’illustrissimo Ispettore Wilhelm Karl Grimm, l’onorificenza della Medaglia al Valor Civile.

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